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USA-Iran: su negoziati il macigno del nucleare

18-04-2026 12:22 - Opinioni
GD - Roma, 18 apr. 26 - C'è del metodo nella follia di Donald J. Trump? Dopo un mese e mezzo dall'attacco all'Iran, gli obiettivi strategici, espliciti o occulti, di chi l'ha scatenato non sono stati raggiunti: in Libano il “partito di Dio” (così si traduce l'espressione Hezbollah) non è stato disarmato e neutralizzato; in Iran, nonostante l'incredibile pioggia di bombe e di missili, il regime degli ayatollah resiste, può contare ancora su un temibile arsenale di riserva e soprattutto sul “privilegio” di Hormuz, conferito dalla geografia.
Il fragile “cessate il fuoco” sui due fronti (una tregua tira l'altra) rappresenta per i contendenti principali (USA e Iran) l'occasione per individuare, al netto delle continue minacce reciproche, una via d'uscita di cui entrambi abbisognano. Ma Trump molto più dell'élite di Teheran. La Repubblica islamica può cantar vittoria per il semplice fatto di essere sopravvissuta all'attacco congiunto della maggiore superpotenza e della principale potenza regionale, mentre il presidente americano deve proporre all'opinione pubblica e al Congresso del suo Paese, dove ormai è debolissimo, una narrazione che consenta di dichiarare partita vinta senza suscitare l'ilarità generale.
Di qui l'enfasi sull'annoso problema del nucleare e su quello nuovissimo, perché creato dall'improvvido attacco del 28 febbraio, e gravissimo, per le conseguenze sull'economia mondiale, dello Stretto di Hormuz. Due temi sui quali, al netto delle ottimistiche affermazioni di Trump e di qualche funzionario iraniano più “moderato”, le distanze restano grandi e si misureranno, se ci sarà, nel prossimo round negoziale, l'ultimo prima della scadenza della tregua, il 21 aprile.
Non solo è difficile immaginare che un Paese come l'Iran possa rinunciare al suo diritto di avere un programma di arricchimento dell'uranio, ma è ancora più difficile costruire un sistema di garanzie che soddisfi gli Stati Uniti e soprattutto Israele: l'accordo elaborato dalle diplomazie europee e firmato da Obama, Cina e Russia nel 2015 non ha retto proprio per questo.
Sull'altro piatto della bilancia l'Iran potrebbe ottenere una riduzione delle sanzioni e la restituzione di asset congelati dal governo americano (almeno 20 miliardi di dollari). Un capitolo a parte è costituito dai quattrocento chili di uranio arricchito sepolti sotto le macerie degli impianti iraniani, che non possono restare a disposizione degli ayatollah.
Aspettative più ottimistiche desta la trattativa su Hormuz: la normalizzazione del transito è interesse di tutti. E in fondo si capisce perché Trump ironizzi sull'iniziativa dei “volenterosi” europei che, peraltro tra mille distinguo, arriverebbero sul posto a cose fatte, in pratica per “scortare” le proprie petroliere e gasiere.
Com'è evidente – e parliamo solo di due dei temi sul tavolo – non sono questioni risolvibili in poche ore, se si vuol fare sul serio.

Paolo Giordani
Presidente IDI Istituto Diplomatico Internazionale


Fonte: Paolo Giordani IDI