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UE: il caso AI, quando le illusioni fanno a pugni con la realtà

14-05-2023 14:46 - Opinioni
GD - Roma, 14 mag. 23 - Nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha votato a larga maggioranza le regole che definiscono gli ambiti e le modalità di utilizzazione di soluzioni basate sull'Intelligenza Artificiale, che stabiliscono i confini entro i quali deve essere implementata questa nuova tecnologia in Europa.
Subito dopo Google ha comunicato che è sua intenzione estendere rapidamente l'esperimento della soluzione “chatbot AI” in 180 paesi. Ciò che Google non ha menzionato è che la loro soluzione di Intelligenza Artificiale, denominata Bard, non sarà resa disponibile nell'Unione Europea.
Google ha confermato che le soluzioni di Intelligenza Artificiale vanno avanti rapidissimamente ovunque nel mondo tranne che in Europa, visto che il Vecchio Continente - come si usa dire a Roma - è “er mejo fico der bigonzo” e ritiene che questa nuova tecnologia non convinca fino in fondo e, quindi la blocca.
Ma è veramente così? Si è riusciti davvero a fermare l'Intelligenza Artificiale e gli eventuali pericoli che questa può rappresentare per l’umanità? No, non si è riusciti. È stata semplicemente esclusa l’Europa che per questo rimarrà automaticamente indietro sull’uso di queste nuove tecnologie.
L'Europa pretende sempre di avere la forza di proporre dei modelli che, nella sua illusione, il resto del mondo dovrebbe seguire; com’è successo, ad esempio, per le misure e gli standard in materia di emissioni inquinanti e protezione ambientale che devono essere rispettate da parte di molte produzioni industriali. Molte aziende europee che non avevano modo di conformarsi a queste specifiche tecniche più restrittive, nei tempi previsti dai nuovi regolamenti europei, per poter sopravvivere, hanno dovuto delocalizzare verso quei paesi che non si sono affrettati ad imporre le stesse limitazioni in nome della tutela ambientale.
Per cui, più che difendere l’ambiente, si è “trasferito ad altri” l’impatto ambientale di alcune produzioni industriali.
Così facendo, però, si è trasferito anche il lavoro, il know how e tutte le future evoluzioni tecnologiche di quelle produzioni industriali.
In pochi anni l'Europa è diventata dipendente da Paesi terzi, spesso poco affidabili, per produzioni che, lo si scopre adesso, risultano essere strategiche per la sopravvivenza dell'industria Europea, o di quel che ne è rimasto, e non si sa come fare il “reshoring” per riportare rapidamente indietro queste produzioni che, appunto, sono strategiche.
Eppure un campanello d’allarme aveva suonato forte e chiaro all’inizio del 2020 quando era scoppiato il problema del Covid in Cina, che aveva portato al rallentamento di molte produzioni industriali.
Durante la pandemia Covid, e quindi ben prima ancora dello scoppio della guerra in Ucraina, un ulteriore campanello d’allarme aveva suonato nel mese di marzo del 2021: un segnale fortissimo che avrebbe dovuto allertare e far saltare dalle loro comode poltrone i funzionari della Commissione di Bruxelles: una nave porta container di 400 metri e con una stazza di 220.000 tonnellate, a causa del vento forte era finita su un banco di sabbia e si era arenata bloccando il canale di Suez per sei giorni, prima che si riuscisse a rimettere quel bastimento in navigazione. Il transito di tutte le navi che transitano è stato bruscamente interrotto e si sono formate code lunghissime di navi in attesa di poter transitare per il canale da e verso l’Europa. Questo ha generato l’interruzione delle catene di approvvigionamento globali con ripercussioni che sono durate per diversi mesi e con danni al commercio mondiale stimati per diversi miliardi di dollari.
Tale serie di eventi negativi ha finalmente convinto i decisori politici europei che bisogna recuperare il know how e riportare a casa quelle produzioni industriali che sono strategicamente vitali per l’Europa, come ad esempio la produzione di microchip.
Questi fatti negativi non sono comunque serviti da insegnamento e non hanno impedito al Parlamento Europeo di votare una serie di misure “suicide”, come appunto le limitazioni all’uso dell’Intelligenza Artificiale. La Commissione ed il Parlamento Europeo sono convinti di poter dettare le linee guida, non solo a livello europeo, ma di poter fare da apripista a livello mondiale, indicando la rotta da seguire in materia di Intelligenza Artificiale.
Come se l’India, la Cina, l’Iran e la Russia stessero aspettando le direttive europee per armonizzare le loro pratiche per la gestione delle nuove tecnologie relative all’Intelligenza Artificiale.
La realtà è ben diversa: l'Europa è sempre più marginale da un punto di vista politico, economico e sempre più si avvia ad esserlo anche da un punto di vista sociale.
Solo 23 anni fa, nei primi anni 2000, l'Europa dominava il settore della telefonia mobile con Ericsson, Nokia e altri produttori europei. TV a colori ed elettrodomestici europei erano indiscussi leader mondiali per qualità e tecnologia. Oggi chi domina questi mercati?
Forse più che emanare nuovi regolamenti, l’Unione Europea dovrebbe cominciare a porsi qualche domanda in più per capire cosa conviene fare e cosa sarebbe meglio evitare di fare per non dover scoprire tra 5 anni che ha perso un altro treno.

Ciro Maddaloni
Esperto di eGovernment internazionale


Fonte: Ciro Maddaloni
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