Sullo Stretto di Hormuz l’Europa sceglie il diritto e la diplomazia
22-03-2026 09:51 - Opinioni
GD - Roma, 22 mar. 26 - Nel quadro delle crescenti tensioni nel Golfo, l’Europa sembra aver ritrovato una postura di equilibrio e misura. Proprio nello scenario critico dello Stretto di Hormuz, i principali Paesi europei hanno privilegiato il diritto internazionale e la de-escalation, riaffermando il ruolo delle Nazioni Unite quale architrave della sicurezza collettiva.
Il formato E4 – Italia, Francia, Germania e Regno Unito – sostenuto dal Canada, ha espresso una linea autonoma rispetto all’approccio bellicistico promosso da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. In sede G7, questa rinnovata convergenza europea ha richiamato la necessità di tornare alla cornice della Risoluzione 1701 per il Libano, invocando la cessazione delle ostilità e una stabilizzazione regionale che segnasse un argine alla dinamica militare israeliana.
Analoga prudenza si è manifestata nella cosiddetta “dichiarazione dei 6” sullo Stretto di Hormuz, sottoscritta dai quattro membri europei insieme a Olanda e Giappone, e poi dal Canada. L’Europa ha così evitato di ampliare la missione Aspides, sottraendosi a una lettura secondo un ‘doppio standard’ del conflitto che avrebbe attribuito unicamente all’Iran la responsabilità delle tensioni. Piuttosto, si è riconosciuto come l’attuale crisi si inscriva in una sequenza più complessa di azioni e reazioni, in cui il ricorso alla forza non ha trovato una chiara legittimazione internazionale. Pur condannando le azioni iraniane e la sostanziale interruzione del traffico marittimo, il documento introduce un elemento di rilievo: la disponibilità a garantire la sicurezza della navigazione è subordinata a una cessazione delle ostilità. Ne deriva una scelta consapevole: non una proiezione militare offensiva, ma un’iniziativa politico-diplomatica volta a prevenire un coinvolgimento diretto e a riaprire spazi negoziali sotto egida ONU.
Questa linea riflette una valutazione strategica lucida. Anche un intervento navale con finalità difensive rischierebbe infatti di essere percepito come parte integrante del conflitto, con possibili ricadute sul piano della legittimità giuridica e dell’escalation militare. Italia e partner europei hanno così mantenuto una coerenza con i principi del diritto internazionale: senza un mandato delle Nazioni Unite ogni operazione rischierebbe di trasformarsi da misura di sicurezza in atto di guerra. In tale contesto si colgono anche segnali di inquietudine nel mondo arabo.
Voci autorevoli del Golfo (indicativa è una lettera sui social del magnate emiratino Khalaf Al Habtoor che protesta contro la scelta di Trump) hanno espresso riserve sull’approccio statunitense, richiamando l’attenzione sui costi regionali di decisioni unilaterali e sull’urgenza di una leadership orientata alla pace piuttosto che al confronto armato.
L’Europa è ora chiamata a non disperdere questo capitale politico. Occorre ampliare il dialogo con tutti gli attori regionali – inclusa la Turchia di Erdogan scesa in campo contro Netanyahu – e coinvolgere il Global South, duramente colpito dagli effetti della crisi. Un primo passo potrebbe consistere nella regolamentazione del passaggio inoffensivo per le navi degli Stati neutrali, secondo quanto previsto dalla Convenzione sul diritto del mare del 1982 e dal Manuale di Sanremo. Parallelamente, diventa essenziale rilanciare un’iniziativa più ampia alle Nazioni Unite. Anche qualora emergessero ostacoli nel Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale potrebbe offrire una via alternativa, sul modello della storica Risoluzione “Unitingfor Peace” che pose fine alla guerra di Corea. Un’iniziativa efficace dovrebbe articolarsi attorno a tre direttrici: cessate il fuoco e negoziato, verifica internazionale sulla questione nucleare tramite l’AIEA, e tutela dei diritti umani in Iran attraverso il Comitato dei diritti umani dell’Onu.
In questo passaggio, l’Europa può riscoprire la sua vocazione originaria: quella di “potenza morale” e normativa con cui ha saputo costruire con i suoi Trattati 80 anni di pace al suo interno seguendo il pensiero di Hans Kelsen: la pace si costruisce con il diritto, non con la forza. Oggi, in un contesto segnato da nuove fratture globali, è su questo principio che deve ricostruirsi la forza di una diplomazia attiva e responsabile, in Italia e in Europa.
Maurizio Delli Santi
membro dell’International Law Association
Fonte: Maurizio Delli Santi
Il formato E4 – Italia, Francia, Germania e Regno Unito – sostenuto dal Canada, ha espresso una linea autonoma rispetto all’approccio bellicistico promosso da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. In sede G7, questa rinnovata convergenza europea ha richiamato la necessità di tornare alla cornice della Risoluzione 1701 per il Libano, invocando la cessazione delle ostilità e una stabilizzazione regionale che segnasse un argine alla dinamica militare israeliana.
Analoga prudenza si è manifestata nella cosiddetta “dichiarazione dei 6” sullo Stretto di Hormuz, sottoscritta dai quattro membri europei insieme a Olanda e Giappone, e poi dal Canada. L’Europa ha così evitato di ampliare la missione Aspides, sottraendosi a una lettura secondo un ‘doppio standard’ del conflitto che avrebbe attribuito unicamente all’Iran la responsabilità delle tensioni. Piuttosto, si è riconosciuto come l’attuale crisi si inscriva in una sequenza più complessa di azioni e reazioni, in cui il ricorso alla forza non ha trovato una chiara legittimazione internazionale. Pur condannando le azioni iraniane e la sostanziale interruzione del traffico marittimo, il documento introduce un elemento di rilievo: la disponibilità a garantire la sicurezza della navigazione è subordinata a una cessazione delle ostilità. Ne deriva una scelta consapevole: non una proiezione militare offensiva, ma un’iniziativa politico-diplomatica volta a prevenire un coinvolgimento diretto e a riaprire spazi negoziali sotto egida ONU.
Questa linea riflette una valutazione strategica lucida. Anche un intervento navale con finalità difensive rischierebbe infatti di essere percepito come parte integrante del conflitto, con possibili ricadute sul piano della legittimità giuridica e dell’escalation militare. Italia e partner europei hanno così mantenuto una coerenza con i principi del diritto internazionale: senza un mandato delle Nazioni Unite ogni operazione rischierebbe di trasformarsi da misura di sicurezza in atto di guerra. In tale contesto si colgono anche segnali di inquietudine nel mondo arabo.
Voci autorevoli del Golfo (indicativa è una lettera sui social del magnate emiratino Khalaf Al Habtoor che protesta contro la scelta di Trump) hanno espresso riserve sull’approccio statunitense, richiamando l’attenzione sui costi regionali di decisioni unilaterali e sull’urgenza di una leadership orientata alla pace piuttosto che al confronto armato.
L’Europa è ora chiamata a non disperdere questo capitale politico. Occorre ampliare il dialogo con tutti gli attori regionali – inclusa la Turchia di Erdogan scesa in campo contro Netanyahu – e coinvolgere il Global South, duramente colpito dagli effetti della crisi. Un primo passo potrebbe consistere nella regolamentazione del passaggio inoffensivo per le navi degli Stati neutrali, secondo quanto previsto dalla Convenzione sul diritto del mare del 1982 e dal Manuale di Sanremo. Parallelamente, diventa essenziale rilanciare un’iniziativa più ampia alle Nazioni Unite. Anche qualora emergessero ostacoli nel Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale potrebbe offrire una via alternativa, sul modello della storica Risoluzione “Unitingfor Peace” che pose fine alla guerra di Corea. Un’iniziativa efficace dovrebbe articolarsi attorno a tre direttrici: cessate il fuoco e negoziato, verifica internazionale sulla questione nucleare tramite l’AIEA, e tutela dei diritti umani in Iran attraverso il Comitato dei diritti umani dell’Onu.
In questo passaggio, l’Europa può riscoprire la sua vocazione originaria: quella di “potenza morale” e normativa con cui ha saputo costruire con i suoi Trattati 80 anni di pace al suo interno seguendo il pensiero di Hans Kelsen: la pace si costruisce con il diritto, non con la forza. Oggi, in un contesto segnato da nuove fratture globali, è su questo principio che deve ricostruirsi la forza di una diplomazia attiva e responsabile, in Italia e in Europa.
Maurizio Delli Santi
membro dell’International Law Association
Fonte: Maurizio Delli Santi














