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Stallo all'Iraniana

29-04-2026 10:55 - Opinioni
GD - Roma, 29 apr. 26 - Un giorno sì e un giorno no, da una parte e dall’altra, echeggiano minacce o filtrano indiscrezioni incoraggianti. Tra Iran e Stati Uniti (mentre l’alleato israeliano rompe la tregua in Libano) è stallo, senza una fine alle viste. Potremmo essere entrati, dicono al sito Axios alcuni funzionari dell’amministrazione Trump, in una fase di conflitto “congelato”, tra “non guerra” e “non accordo”.
Eliminare la repubblica islamica era, e indubbiamente sarebbe per Washington e Tel Aviv, un obiettivo di incomparabile valore strategico. Peccato che, come si sono incaricati di dimostrare gli eventi degli ultimi due mesi, non sia raggiungibile senza enormi sacrifici in vite umane e ulteriori danni all’economia del mondo intero, prezzo (al momento) giudicato insostenibile.
Nel pianificare l’attacco del 28 febbraio, non si è tenuto conto di una serie di fattori: la presenza non di uno ma di due “colli di bottiglia” d’importanza globale, Hormuz e Bab-el-Mandeb, che l’Iran e i suoi proxy Houthi avrebbero potuto rendere impercorribili; la vulnerabilità delle monarchie del Golfo; la resilienza dell’élite iraniana e, più in generale, di un Paese di antichissima civiltà, grande x volte l’Italia, popolato da 95 milioni di abitanti, in larga maggioranza di fede sciita e, quindi, tutt’altro che estranei all’idea del martirio.
Per non parlare, poi, delle prevedibili reazioni dell’elettorato americano con la benzina a 4 dollari al gallone e soprattutto della componente MAGA, di tradizione isolazionista, forte sostenitrice di Trump, in un anno di midterm elections.
Due mesi dopo il “go”, dopo le accuse agli alleati della NATO, dopo la melina dei negoziati, Trump viaggia ai minimi nei sondaggi e non può permettersi altri passi falsi.
Gli iraniani hanno subito danni enormi, la loro classe dirigente è stata decimata e la “Guida suprema” Mojtaba Khamenei non ha né il prestigio né (a quanto pare) le condizioni di salute per mediare efficacemente tra moderati e pasdaran. Il controblocco navale americano (l’idea offensiva migliore che gli USA abbiano avuto in questo contesto) colpisce a fondo un’economia già fiaccata da decenni di sanzioni. Ma agli ayatollah basta sopravvivere per dichiarare vittoria e nel residuo arsenale ci sono pur sempre missili e droni a sufficienza, in caso di resa dei conti esistenziale, per una vera e propria Armageddon sui campi petroliferi del Golfo e, quindi, sull’economia del pianeta.
La prospettiva di uno stallo prolungato è sgradita ad entrambe le parti. Gli Stati Uniti potrebbero essere costretti a mantenere la pressione militare e il blocco del Golfo (non sempre efficiente), per un tempo indefinito e ne subirebbero le conseguenze innanzitutto la disastrata economia iraniana ma in realtà quella di tutto il pianeta.
L’Iran, però, che può contare sul tacito appoggio di russi e cinesi, è abituato a soffrire ed ha una “soglia del dolore” più alta. Donald J. Trump non ha molto tempo, deve provare ad invertire il trend negativo dei sondaggi prima di essere punito dagli elettori in novembre e perciò è tentato da una rischiosissima azione di forza.
Sul negoziato, come abbiamo scritto in precedenza, grava il macigno del nucleare: un vero accordo richiederebbe mesi di duro lavoro, intervento di esperti, elaborazione di garanzie. Per l’intesa firmata da Obama nel 2015 e poi denunciata da Trump, la créme della diplomazia euroamericana lavorò quasi un anno. Tutto il contrario delle trovate estemporanee che abbiamo visto troppo spesso.

Paolo Giordani
Presidente dell'IDI Istituto Diplomatico Internazionale

Fonte: Paolo Giordani IDI