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Russia: Putin, un uomo tutto solo, “ingombrante”, “imbarazzante”

12-09-2023 18:56 - Opinioni
GD – Roma, 12 set. 23 - Un vecchio film del 1978, presentato in concorso al 31º Festival di Cannes, si intitolava: “Una donna tutta sola”. Oggi si potrebbe fare un remake di quel vecchio film e intitolarlo “Un uomo tutto solo”. Questo è oggi Vladimir Putin, un uomo che aveva un peso importante, di primissimo piano sulla scena politica mondiale e che oggi, invece, viene trattato come l’ultimo dei paria; non viene neanche invitato ai meeting del G20, dove per ogni nuovo appuntamento invitano nuovi capi di Stato e organizzazioni internazionali, in rappresentanza di oltre il 70% della popolazione mondiale.
Praticamente tutti invitati, tranne Zelensky, per evitare che il focus del G20 fosse tutto rivolto alla guerra in Ucraina e Putin; non solo perché anche lui coinvolto nella guerra in Ucraina e neanche perché su di lui pende un mandato di cattura internazionale della Corte Penale Internazionale (CPI), emanato il 17 marzo, visto che l’India è uno di quei Paesi che non hanno né firmato né aderito allo statuto della CPI. Non è stato invitato perché ritenuto troppo “ingombrante”, “imbarazzante” per l’India che ha ospitato il G20 e che pur non aderendo allo Statuto di Roma della CPI, quindi non costretta ad arrestarlo, avrebbe dovuto in qualche modo giustificare in un contesto internazionale il fatto di aver invitato un “ricercato” su cui pende un mandato di cattura internazionale per il sequestro e la deportazione di migliaia di bambini dall’Ucraina alla Russia.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva si è subito dichiarato disponibile ad invitare il presidente-zar russo al prossimo meeting del G20, che si terrà il prossimo anno in Brasile. Salvo rimangiarsi poco dopo la sua promessa di invito perché, a differenza dell’India, il Brasile ha firmato lo Statuto di Roma della CPI.
Vladimir Putin ha dimostrato tutta la sua “debolezza” facendo eliminare il capo dei mercenari della Wagner, Yevgeny Prigozhin, come ha dichiarato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Si ritrova ora assediato nel suo rifugio, sempre più solo, insicuro e incapace di uscire dalla sua zona di sicurezza; diffidente su tutto e su tutti perché ogni giorno che passa, tra una minaccia e l’altra di usare nuove armi mirabolanti, che probabilmente esistono solo nella sua testa, deve constatare che la situazione della sua “Operazione Speciale” in Ucraina degrada ogni giorno che passa. E le capacità di quello che fino a due anni fa veniva considerato il secondo esercito più potente al mondo, si ritrova come unico e solo possibile interlocutore per elemosinare un po’ di munizioni, essenziali per continuare questo assurdo conflitto in Ucraina, un personaggio da operetta melodrammatica come Kim Jong-un, che al momento è il secondo uomo al mondo più solo di lui. Uno uomo che ha fatto uccidere Kim Jong-nam, suo fratello maggiore, il 13 febbraio 2017 all’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur, in Malaysia, perché temeva potesse diventare suo rivale.
Nel nostro Paese e in Europa ci sono ancora moltissimi adulatori del dittatore russo: opinionisti, professoroni, esperti di geopolitica e militari che si sbellicano nel dire che le sanzioni contro la Russia sono inefficaci ed hanno arrecato più danni all’Europa che le ha comminate che alla Russia che le ha dovute subire.
Evidentemente questi signori non hanno notato che il rublo ha perso al cambio con il dollaro, nel 2022 quasi il 70% del suo valore; ha recuperato nel 2023, ma comunque resta ben al di sotto del rapporto di cambio precedente all’invasione dell’Ucraina.
La realtà è che le sanzioni hanno colpito durissimamente l’economia russa, limitando l’accesso del Paese ai mercati finanziari internazionali e agli scambi commerciali. Da quando è scoppiata la guerra è iniziata una fuga di capitali dall’economia russa senza precedenti nella storia recente.
Il calo del prezzo del petrolio ha compromesso la più importante fonte di reddito della Russia ed è diminuita drasticamente la vendita di armi, altra voce importantissima per l’export russo, perché le armi prodotte in Russia servono per la guerra in Ucraina e perché molti potenziali clienti che hanno potuto osservare l’inefficacia di quegli armamenti sul teatro bellico ucraino hanno poi deciso di acquistare armi da altri fornitori.
La deflazione ha ridotto il potere d’acquisto dei rubli, l’aumento dei tassi di interesse a due cifre e il rincaro di tutti i beni importati hanno fatto capire al popolo russo, ma non ancora ai nostri opinionisti filorussi, in quale guaio si sono cacciati per la follia di Putin.
I sostenitori putiniani hanno plaudito alla dichiarazione del G20 in India sulle conclusioni del meeting perché è stata espressa la ”profonda preoccupazione per la guerra e chiesto un cessate il fuoco immediato”, senza citare la Russia o l’Ucraina.
Come se non aver menzionato la Russia possa instillare nel mondo il dubbio su chi sia in guerra e con chi. Ma tant’è, di qualcosa devono pur gioire in questo momento in cui è evidente che la Russia non ha alcuna possibilità di mantenere il controllo dei territori occupati in Ucraina.
Mantenere l’occupazione di quei territori ha un prezzo in termini di vite umane ed economici insostenibile per la Russia, più che per l’Ucraina, che almeno può contare sull’aiuto di tutti i Paesi più industrializzati. Mentre la Russia è rimasta praticamente da sola a portare avanti una guerra già persa 18 mesi fa e che ancora non riesce ad accettare di aver perso.
Il tempo li costringerà ad accettare questa dura realtà altrimenti a finire sarà tutta la Russia.

Ciro Maddaloni
Esperto di eGovernment internazionale


Fonte: Ciro Maddaloni
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