Quattro anni dopo, l’Europa nello specchio della guerra
24-02-2026 17:11 - Opinioni
GD - Roma, 24 feb. 26 - Quattro anni dopo l’invasione dell’Ucraina, mentre ci si chiede come finirà e la triste contabilità dei droni, dei missili e dei chilometri quadrati riempie giornali, tv e siti internet, val la pena di riflettere anche sulla trasformazione profonda che il conflitto russo-ucraino ha imposto all’assetto europeo. L’Unione Europea non ha ancora assunto la forma di un autentico soggetto geopolitico e la strategia delle sanzioni, pur imponenti, non ha prodotto un risultato politico risolutivo, contribuendo invece a ridefinire gli equilibri globali in una direzione che rafforza altri attori.
La Russia non ha raggiunto l’obiettivo iniziale di piegare Kyïv in tempi brevi, ma non è stata neppure costretta a una revisione sostanziale delle proprie scelte strategiche; controlla una parte rilevante del territorio ucraino, ha riconfigurato la propria economia in funzione delle restrizioni occidentali e ha accelerato un processo di integrazione con l’Asia che già era in corso, trasformando la pressione sanzionatoria in uno stimolo alla diversificazione dei mercati e dei partner. Il legame con la Cina si è consolidato sul piano energetico, finanziario e tecnologico, assumendo una dimensione strutturale che incide sull’intero equilibrio euroasiatico e che rappresenta uno degli effetti geopolitici più significativi di questa guerra.
L’Occidente ha scelto lo strumento economico come leva principale di pressione, varando pacchetti sanzionatori senza precedenti per ampiezza e profondità, confidando che l’isolamento finanziario e commerciale producesse una modifica delle decisioni del Cremlino; dopo quattro anni occorre riconoscere che tale esito non si è verificato, poiché Mosca ha sviluppato canali alternativi, ha rafforzato le relazioni con le economie emergenti e ha dimostrato una capacità di adattamento superiore alle attese iniziali. Le sanzioni hanno inciso, ma non hanno determinato la svolta politica che molti avevano dato per imminente.
La lezione non è nuova. Basti pensare a Niccolò Machiavelli. L’Europa ha dimostrato capacità finanziaria e coerenza regolatoria, ma non ha ancora costruito uno strumento politico che renda tali risorse efficaci sul piano strategico.
In questo scenario l’Unione Europea ha sostenuto Kyïv con risorse straordinarie, mobilitando oltre centonovanta miliardi di euro tra aiuti militari, economici e umanitari, assumendo un ruolo finanziario sempre più rilevante e infine sostituendo gli aiuti americani. Eppure, proprio nel giorno del quarto anniversario dell’invasione, il premier ungherese Viktor Orbán ha bloccato in Consiglio sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia che l’attuazione del prestito europeo da novanta miliardi di euro destinato a Kyïv, opponendo un veto politico esplicito motivato dall’interruzione delle forniture a Budapest attraverso l’oleodotto Druzhba, snodo storico dei flussi energetici tra Mosca e l’Europa centrale.
Non si tratta di un episodio, dovuto solo alle esigenze elettorali di Orbán, ma della manifestazione concreta di un limite sistemico: un soggetto geopolitico maturo non può fondare la propria sicurezza collettiva su un meccanismo che consente a un singolo veto di sospendere scelte strategiche condivise. L’Europa dimostra determinazione morale e capacità finanziaria, ma non dispone ancora di un’architettura decisionale capace di trasformare tali elementi in vera potenza.
Paolo Giordani
Presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale
Fonte: Paolo Giordani IDI
La Russia non ha raggiunto l’obiettivo iniziale di piegare Kyïv in tempi brevi, ma non è stata neppure costretta a una revisione sostanziale delle proprie scelte strategiche; controlla una parte rilevante del territorio ucraino, ha riconfigurato la propria economia in funzione delle restrizioni occidentali e ha accelerato un processo di integrazione con l’Asia che già era in corso, trasformando la pressione sanzionatoria in uno stimolo alla diversificazione dei mercati e dei partner. Il legame con la Cina si è consolidato sul piano energetico, finanziario e tecnologico, assumendo una dimensione strutturale che incide sull’intero equilibrio euroasiatico e che rappresenta uno degli effetti geopolitici più significativi di questa guerra.
L’Occidente ha scelto lo strumento economico come leva principale di pressione, varando pacchetti sanzionatori senza precedenti per ampiezza e profondità, confidando che l’isolamento finanziario e commerciale producesse una modifica delle decisioni del Cremlino; dopo quattro anni occorre riconoscere che tale esito non si è verificato, poiché Mosca ha sviluppato canali alternativi, ha rafforzato le relazioni con le economie emergenti e ha dimostrato una capacità di adattamento superiore alle attese iniziali. Le sanzioni hanno inciso, ma non hanno determinato la svolta politica che molti avevano dato per imminente.
La lezione non è nuova. Basti pensare a Niccolò Machiavelli. L’Europa ha dimostrato capacità finanziaria e coerenza regolatoria, ma non ha ancora costruito uno strumento politico che renda tali risorse efficaci sul piano strategico.
In questo scenario l’Unione Europea ha sostenuto Kyïv con risorse straordinarie, mobilitando oltre centonovanta miliardi di euro tra aiuti militari, economici e umanitari, assumendo un ruolo finanziario sempre più rilevante e infine sostituendo gli aiuti americani. Eppure, proprio nel giorno del quarto anniversario dell’invasione, il premier ungherese Viktor Orbán ha bloccato in Consiglio sia il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia che l’attuazione del prestito europeo da novanta miliardi di euro destinato a Kyïv, opponendo un veto politico esplicito motivato dall’interruzione delle forniture a Budapest attraverso l’oleodotto Druzhba, snodo storico dei flussi energetici tra Mosca e l’Europa centrale.
Non si tratta di un episodio, dovuto solo alle esigenze elettorali di Orbán, ma della manifestazione concreta di un limite sistemico: un soggetto geopolitico maturo non può fondare la propria sicurezza collettiva su un meccanismo che consente a un singolo veto di sospendere scelte strategiche condivise. L’Europa dimostra determinazione morale e capacità finanziaria, ma non dispone ancora di un’architettura decisionale capace di trasformare tali elementi in vera potenza.
Paolo Giordani
Presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale
Fonte: Paolo Giordani IDI














