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Piazza Fontana: il dovere della memoria, quando l'Italia piombò nel terrore

12-12-2021 12:17 - Opinioni
GD – Roma, 12 dic. 21 - È un pomeriggio piovoso di un venerdì, quel 12 dicembre 1969, quando nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, nel cuore di Milano, alle ore 16:37 esplode un ordigno. Muoiono all’istante 14 persone, 88 rimangono ferite. Altri due decessi si verificano dopo qualche settimana e la diciassettesima vittima perirà un anno dopo per le lesioni riportate. In contemporanea viene rinvenuto un ordigno, stavolta inesploso, nella vicina Banca Commerciale Italiana in Piazza della Scala. A Roma, alle ore 16:55 deflagra una bomba alla Banca Nazionale del Lavoro, nella centralissima via Vittorio Veneto, nel seminterrato, ferendo 14 persone. E un altro ordigno esplode all’Altare della Patria, colpendo quattro persone. Infine, la terza bomba esplode sui gradini del Museo del Risorgimento, causando il crollo del tetto dell’Ara Pacis.
Quel 12 dicembre di 52 anni fa è stato indicato come la data d’inizio degli “anni di piombo”, della “strategia della tensione” e del triste periodo delle stragi: seguiranno quelle del 1974 di piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus, fino alla strage della stazione di Bologna, del 1980.
Le prime indagini su Piazza Fontana sono rivolte alla pista dei movimenti anarchici, quelli del Circolo di Ponte della Ghisolfa di Milano e del Circolo 22 Marzo di Roma. Uno degli appartenenti al circolo milanese è Giuseppe Pinelli, un ferroviere milanese, già staffetta partigiana durante la Resistenza e anarchico, che durante il fermo muore cadendo dal quarto piano della questura. Ne deriva un clima di tensioni che il 17 maggio 1972 porterà all’assassinio del commissario Calabresi, che aveva interrogato Pinelli. Una successiva sentenza del tribunale di Milano stabilirà che Pinelli è morto per un «malore attivo», che gli aveva fatto perdere l’equilibrio nei pressi della finestra.
Indro Montanelli espresse subito dubbi sul coinvolgimento degli anarchici in una intervista a RAI TV7, come confermò vent’anni dopo: “Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni... l'anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell’infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico”.
C’è poi il “caso Pietro Valpreda”, un altro anarchico rimasto recluso dal 1969 al 1972, che viene liberato perché le testimonianze che lo accusano si rivelano infondate e scadono i termini della custodia cautelare.
È la volta della “pista nera” e degli apparati deviati dei servizi, che secondo la Commissione Stragi spingevano per una deriva autoritaria. Ma l’esito della vicenda giudiziaria è tristissimo: dopo circa 40 anni, trasferimenti dei processi da Roma a Milano per incompetenza territoriale, e infine a Catanzaro per questioni di «ordine pubblico», non ci sono condanne definitive. Il 30 giugno 2001 la Corte d’Assise di Milano condanna all’ergastolo tre esponenti veneti di Ordine Nuovo e condanna a pene inferiori i complici neofascisti milanesi. Una sentenza in secondo grado li assolve, facendo emergere però in maniera netta la responsabilità di un’altra cellula di Ordine Nuovo.
La Corte di Cassazione confermerà questa sentenza nel 2005, ma non ci possono essere condanne. Nel 1987 i due leader del gruppo neofascista sono stati già assolti in un altro processo: per il ne bis in idem, ossia non possono essere processati due volte per lo stesso reato. Qualcuno denunciò sui giornali che le spese di oltre 30 anni di processi stavano per essere addossate ai parenti delle vittime. Almeno questo scempio non c’è stato, perché alla fine se n’è fatto carico lo Stato. Il cui primo dovere nei confronti dei cittadini sarebbe quello di rendere giustizia.

Maurizio Delli Santi
membro International Law Association

Fonte: Maurizio Delli Santi
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