Omicidio Attanasio: “supertestimone” denuncia traffici di visti legati a morte ambasciatore
19-03-2026 10:53 - Farnesina
GD - Roma, 19 mar. 26 – A cinque anni dal tragico omicidio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e del collaboratore Mustapha Milambo, il deputato Andrea Di Giuseppe ha presentato un esposto al Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Roma che descrive “situazioni penalmente rilevanti”, con testimonianze e prove documentali. I materiali documentano un presunto traffico illecito di visti italiani attivo a Kinshasa che “potrebbe portare nuovi sviluppi finora sconosciuti in relazione alle circostanze che hanno determinato l’uccisione”.
Andrea Di Giuseppe, deputato di Fratelli d’Italia noto per la sua attività di denuncia del racket dei visti, ha raccolto la testimonianza di un attuale diplomatico del Ministero degli Affari Esteri a conoscenza dei fatti.
Il “supertestimone” ha ricostruito un quadro di gravi irregolarità in merito alla concessione dei visti che risale al periodo precedente l’incarico di Attanasio. Secondo la testimonianza, l’amb. Attanasio aveva scoperto il racket dei visti già attivo da tempo, che prevedeva una compravendita del visto italiano per 7 mila dollari (5 mila per il visto, 2 mila per biglietto aereo e servizi connessi) con il coinvolgimento di reti criminali locali e internazionali.
Secondo quanto riportato nella denuncia, le anomalie erano state già portate all’attenzione delle strutture competenti della Farnesina prima della morte di Attanasio, precisamente tra metà maggio 2016 e il luglio 2017, attraverso relazioni e segnalazioni ufficiali che indicavano situazioni consolidate nel tempo e un sistema organizzato con implicazioni rilevanti sotto il profilo della sicurezza nazionale, della legalità e della tutela del personale diplomatico. Ciononostante, non sono stati presi provvedimenti dai Governi dell’epoca né per smantellare il racket né per tutelare l’incolumità del personale diplomatico italiano a Kinshasa.
Secondo quanto emerge dai materiali consegnati, infatti, Attanasio non sarebbe stato tutelato con sistemi e protocolli di sicurezza adeguati: mancava ad esempio un autista dei Carabinieri addestrato alla guida di mezzi blindati, sostituito invece da un autista locale. Allo stesso modo il dispositivo di sicurezza per Attanasio era di soli due uomini.
“L’obiettivo che, grazie al supporto costante del Governo, cercherò di raggiungere", ha dichiarato l'on. Di Giuseppe, "è garantire che ogni elemento utile venga esaminato dalle autorità giudiziarie affinché si possa arrivare a una piena ricostruzione dei fatti. Lo dobbiamo alla memoria dell’Ambasciatore Luca Attanasio, al sacrificio del carabiniere Vittorio Iacovacci e alla credibilità della Repubblica italiana. Se ci sono stati, come sembra, comportamenti negligenti rispetto alle criticità segnalate prima della morte di Attanasio occorre fare chiarezza e capire quali siano le reali responsabilità di quanto accaduto. E io farò tutto il possibile, a supporto della magistratura e degli organi inquirenti, per fare luce sulla verità. È questa la giustizia di cui il Governo Meloni si fa promotore: un sistema che vada a fondo delle questioni irrisolte, che sia efficiente, trasparente e responsabile nei confronti di tutti i cittadini”, ha concluso Di Giuseppe.
La denuncia offre nuovi elementi rilevanti per la ricostruzione dei fatti che portarono alla morte dell’amb. Attanasio e apre nuovi interrogativi su responsabilità e criticità nella gestione della sicurezza e del rilascio dei visti presso la sede diplomatica italiana a Kinshasa. I nuovi elementi restano ora al vaglio delle autorità competenti e potrebbero portare all’apertura di nuovi accertamenti giudiziari.
L’iniziativa si inserisce, inoltre, in un più ampio impegno Di Giuseppe volto a rafforzare la legalità e segnalare situazioni di illecito.
Di Giuseppe infatti ha già denunciato in passato un grande racket di visti illegali tra l'Italia e il Bangladesh, che coinvolgeva una rete criminale locale e funzionari diplomatici italiani per garantire ingressi privilegiati in Italia con un tariffario predefinito. Nel febbraio 2026 si è giunti a una prima conclusione giudiziaria dell’inchiesta. Il Tribunale Ordinario di Roma ha depositato la sentenza di patteggiamento nei confronti di due persone condannate rispettivamente a 4 anni e 8 mesi e 4 anni e 2 mesi di reclusione, oltre a una multa complessiva di 630.000 euro e alla confisca dei beni. Gli imputati hanno ammesso di aver tentato di corrompere Di Giuseppe con una tangente da due milioni di euro.
Già nel 2024 il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva lanciato l’allarme sull’esistenza di racket illegali e infiltrazioni criminali nel rilascio dei visti, presentando un esposto alla Procura Nazionale Antimafia e denunciando l’utilizzo dei flussi regolari di immigrati per ragioni di lavoro come canale ulteriore di immigrazione irregolare a causa delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella gestione delle domande.
Fonte: Comin & Partners
Andrea Di Giuseppe, deputato di Fratelli d’Italia noto per la sua attività di denuncia del racket dei visti, ha raccolto la testimonianza di un attuale diplomatico del Ministero degli Affari Esteri a conoscenza dei fatti.
Il “supertestimone” ha ricostruito un quadro di gravi irregolarità in merito alla concessione dei visti che risale al periodo precedente l’incarico di Attanasio. Secondo la testimonianza, l’amb. Attanasio aveva scoperto il racket dei visti già attivo da tempo, che prevedeva una compravendita del visto italiano per 7 mila dollari (5 mila per il visto, 2 mila per biglietto aereo e servizi connessi) con il coinvolgimento di reti criminali locali e internazionali.
Secondo quanto riportato nella denuncia, le anomalie erano state già portate all’attenzione delle strutture competenti della Farnesina prima della morte di Attanasio, precisamente tra metà maggio 2016 e il luglio 2017, attraverso relazioni e segnalazioni ufficiali che indicavano situazioni consolidate nel tempo e un sistema organizzato con implicazioni rilevanti sotto il profilo della sicurezza nazionale, della legalità e della tutela del personale diplomatico. Ciononostante, non sono stati presi provvedimenti dai Governi dell’epoca né per smantellare il racket né per tutelare l’incolumità del personale diplomatico italiano a Kinshasa.
Secondo quanto emerge dai materiali consegnati, infatti, Attanasio non sarebbe stato tutelato con sistemi e protocolli di sicurezza adeguati: mancava ad esempio un autista dei Carabinieri addestrato alla guida di mezzi blindati, sostituito invece da un autista locale. Allo stesso modo il dispositivo di sicurezza per Attanasio era di soli due uomini.
“L’obiettivo che, grazie al supporto costante del Governo, cercherò di raggiungere", ha dichiarato l'on. Di Giuseppe, "è garantire che ogni elemento utile venga esaminato dalle autorità giudiziarie affinché si possa arrivare a una piena ricostruzione dei fatti. Lo dobbiamo alla memoria dell’Ambasciatore Luca Attanasio, al sacrificio del carabiniere Vittorio Iacovacci e alla credibilità della Repubblica italiana. Se ci sono stati, come sembra, comportamenti negligenti rispetto alle criticità segnalate prima della morte di Attanasio occorre fare chiarezza e capire quali siano le reali responsabilità di quanto accaduto. E io farò tutto il possibile, a supporto della magistratura e degli organi inquirenti, per fare luce sulla verità. È questa la giustizia di cui il Governo Meloni si fa promotore: un sistema che vada a fondo delle questioni irrisolte, che sia efficiente, trasparente e responsabile nei confronti di tutti i cittadini”, ha concluso Di Giuseppe.
La denuncia offre nuovi elementi rilevanti per la ricostruzione dei fatti che portarono alla morte dell’amb. Attanasio e apre nuovi interrogativi su responsabilità e criticità nella gestione della sicurezza e del rilascio dei visti presso la sede diplomatica italiana a Kinshasa. I nuovi elementi restano ora al vaglio delle autorità competenti e potrebbero portare all’apertura di nuovi accertamenti giudiziari.
L’iniziativa si inserisce, inoltre, in un più ampio impegno Di Giuseppe volto a rafforzare la legalità e segnalare situazioni di illecito.
Di Giuseppe infatti ha già denunciato in passato un grande racket di visti illegali tra l'Italia e il Bangladesh, che coinvolgeva una rete criminale locale e funzionari diplomatici italiani per garantire ingressi privilegiati in Italia con un tariffario predefinito. Nel febbraio 2026 si è giunti a una prima conclusione giudiziaria dell’inchiesta. Il Tribunale Ordinario di Roma ha depositato la sentenza di patteggiamento nei confronti di due persone condannate rispettivamente a 4 anni e 8 mesi e 4 anni e 2 mesi di reclusione, oltre a una multa complessiva di 630.000 euro e alla confisca dei beni. Gli imputati hanno ammesso di aver tentato di corrompere Di Giuseppe con una tangente da due milioni di euro.
Già nel 2024 il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva lanciato l’allarme sull’esistenza di racket illegali e infiltrazioni criminali nel rilascio dei visti, presentando un esposto alla Procura Nazionale Antimafia e denunciando l’utilizzo dei flussi regolari di immigrati per ragioni di lavoro come canale ulteriore di immigrazione irregolare a causa delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella gestione delle domande.
Fonte: Comin & Partners














