NATO: per Giordani (IDI) “L'Europa si svegli subito"
27-01-2026 21:03 - Opinioni
GD - Roma, 27 gen. 26 - “Sulla Groenlandia il Donald Trump visto a Davos sembra aver scelto la via del negoziato. Ma non c'è dubbio che, in un modo o nell'altro, intenda capitalizzare la sua posizione di forza sulla scena internazionale anche a spese dei tradizionali alleati. Tra i tanti interrogativi che la postura di Washington suscita c'è quello relativo al futuro della NATO. Certo non aiuta l'ultima gaffe del tycoon, sui soldati non-americani della Nato che in Afghanistan si tenevano “lontani dalla prima linea”: un vero e proprio insulto ai caduti, che ha indignato i governi di mezza Europa, compreso il nostro. La vittoria nella Guerra Fredda e la dissoluzione del Patto di Varsavia e della stessa Unione sovietica, sembravano aver decretato la fine dell'Alleanza, per il venir meno del nemico.
Allora, nei primi anni Novanta, c'era addirittura chi profetizzava “la fine della storia” con il trionfo del modello liberale-capitalistico. Le cose, com'è noto, sono andate diversamente. La NATO è diventata uno strumento per rispondere alla domanda di sicurezza nelle aree di maggiore instabilità (a partire dalla disintegrazione della Jugoslavia) ed è cresciuta grazie ad una politica delle “porte aperte” che, dopo la breve parentesi del Consiglio NATO-Russia varato a Pratica di Mare nel 2002, ha continuato ad attrarre paesi precedentemente nell'orbita dell'URSS e le repubbliche baltiche ex sovietiche.
L'aumento della tensione in Europa ha rilanciato il ruolo dell'Alleanza in chiave anti-russa e le due invasioni, della Crimea nel 2014 e dell'Ucraina nel 2022, hanno avuto come sottoprodotto l'adesione di Svezia e Finlandia, due paesi storicamente neutrali. Con ciò l'Alleanza ha raggiunto la massima espansione”: è la riflessione di Paolo Giordani, presidente dell'Istituto Diplomatico Internazionale.
“Parallelamente - spiega Giordani - è cresciuta l'insofferenza americana per il cosiddetto “burden sharing”, la condivisione degli oneri per la difesa, che Washington ha sempre considerato iniqua. Già negli anni Cinquanta il presidente Eisenhower avvertiva gli europei che "il pozzo americano potrebbe prosciugarsi". Da allora quasi ogni amministrazione americana ha sollecitato maggiori impegni finanziari dagli alleati d'oltre Atlantico, specialmente durante la guerra del Vietnam, sotto la presidenza di Reagan e nell'immediato dopo la caduta dell'URSS, quando, per tutta risposta l'Europa, ridusse le spese militari. Al 2006, con Obama, risale la fissazione del l'obiettivo informale del 2% del PIL. L'ascesa della Cina, inoltre, e la centralità assunta dallo scacchiere Indopacifico hanno alimentato i dubbi sull'utilità della NATO per il colosso americano, rilanciati anche a livello accademico da studiosi come John Mearsheimer o Stephen Walt.
La National Security Strategy pubblicata nel novembre scorso dall'amministrazione Trump è un inno all'”America first”, e ricorda che il presidente ha fissato il nuovo standard del 5 per cento per il contributo alle spese militari e che gli alleati sono invitati ad assumere “responsabilità primaria” nella loro area europea. Concetto ribadito dalla National defense strategy pubblicata ieri, che assegna alle forze americane il compito di focalizzarsi sull'America (tutta, sud e nord) e sull'Indopacifico. Gli europei, in questo disegno, devono sostanzialmente arrangiarsi.
Anche se sulla Groenlandia la rottura non si è consumata a Davos, anche se il blitz è stato rinviato sine die, anche se è ritirata la minaccia di sanzioni contro gli otto paesi europei che avevano mandato soldati sull'isola artica, il tycoon potrebbe ripensarci in qualsiasi momento e gli alleati lo sanno bene. Il ricorso alla forza segnerebbe la fine della NATO come la conosciamo oggi: prospettiva che non sembra preoccupare oltremodo le frange estremiste dell'entourage trumpiano. Crisi, tuttavia, significa anche opportunità: in qualche modo l'Europa dovrà pensare alla propria difesa, a maggior ragione nel nuovo “disordine” internazionale, e una NATO in formato continentale potrebbe rispondere alle mutate condizioni geopolitiche” conclude.
Fonte: Il Tempo
Allora, nei primi anni Novanta, c'era addirittura chi profetizzava “la fine della storia” con il trionfo del modello liberale-capitalistico. Le cose, com'è noto, sono andate diversamente. La NATO è diventata uno strumento per rispondere alla domanda di sicurezza nelle aree di maggiore instabilità (a partire dalla disintegrazione della Jugoslavia) ed è cresciuta grazie ad una politica delle “porte aperte” che, dopo la breve parentesi del Consiglio NATO-Russia varato a Pratica di Mare nel 2002, ha continuato ad attrarre paesi precedentemente nell'orbita dell'URSS e le repubbliche baltiche ex sovietiche.
L'aumento della tensione in Europa ha rilanciato il ruolo dell'Alleanza in chiave anti-russa e le due invasioni, della Crimea nel 2014 e dell'Ucraina nel 2022, hanno avuto come sottoprodotto l'adesione di Svezia e Finlandia, due paesi storicamente neutrali. Con ciò l'Alleanza ha raggiunto la massima espansione”: è la riflessione di Paolo Giordani, presidente dell'Istituto Diplomatico Internazionale.
“Parallelamente - spiega Giordani - è cresciuta l'insofferenza americana per il cosiddetto “burden sharing”, la condivisione degli oneri per la difesa, che Washington ha sempre considerato iniqua. Già negli anni Cinquanta il presidente Eisenhower avvertiva gli europei che "il pozzo americano potrebbe prosciugarsi". Da allora quasi ogni amministrazione americana ha sollecitato maggiori impegni finanziari dagli alleati d'oltre Atlantico, specialmente durante la guerra del Vietnam, sotto la presidenza di Reagan e nell'immediato dopo la caduta dell'URSS, quando, per tutta risposta l'Europa, ridusse le spese militari. Al 2006, con Obama, risale la fissazione del l'obiettivo informale del 2% del PIL. L'ascesa della Cina, inoltre, e la centralità assunta dallo scacchiere Indopacifico hanno alimentato i dubbi sull'utilità della NATO per il colosso americano, rilanciati anche a livello accademico da studiosi come John Mearsheimer o Stephen Walt.
La National Security Strategy pubblicata nel novembre scorso dall'amministrazione Trump è un inno all'”America first”, e ricorda che il presidente ha fissato il nuovo standard del 5 per cento per il contributo alle spese militari e che gli alleati sono invitati ad assumere “responsabilità primaria” nella loro area europea. Concetto ribadito dalla National defense strategy pubblicata ieri, che assegna alle forze americane il compito di focalizzarsi sull'America (tutta, sud e nord) e sull'Indopacifico. Gli europei, in questo disegno, devono sostanzialmente arrangiarsi.
Anche se sulla Groenlandia la rottura non si è consumata a Davos, anche se il blitz è stato rinviato sine die, anche se è ritirata la minaccia di sanzioni contro gli otto paesi europei che avevano mandato soldati sull'isola artica, il tycoon potrebbe ripensarci in qualsiasi momento e gli alleati lo sanno bene. Il ricorso alla forza segnerebbe la fine della NATO come la conosciamo oggi: prospettiva che non sembra preoccupare oltremodo le frange estremiste dell'entourage trumpiano. Crisi, tuttavia, significa anche opportunità: in qualche modo l'Europa dovrà pensare alla propria difesa, a maggior ragione nel nuovo “disordine” internazionale, e una NATO in formato continentale potrebbe rispondere alle mutate condizioni geopolitiche” conclude.
Fonte: Il Tempo














