26 Febbraio 2021
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Libia: sarà la volta buona? L’accordo Italia-USA al banco di prova

23-02-2021 16:40 - Opinioni
Il prof. Arduino Paniccia
Il prof. Arduino Paniccia
GD - Venezia, 23 feb. 21 - Poco più di 10 anni fa, dopo mesi di rivolte e di combattimenti, il 20 ottobre 2011, mentre cercava di fuggire, veniva ucciso il Colonnello Gheddafi. Il caos libico, dall’illusorio iniziale tentativo di costituire una nuova democrazia è precipitato poi nella lotta sanguinosa tra milizie, quindi in una vera e propria guerra civile e, infine, in un campo di battaglia di potenze straniere che hanno sostenuto e armato i due governi contrapposti di Tripoli e Bengasi, fino ad oggi.
In questa drammatica situazione, apparentemente senza vie di uscita, dal colpo di coda dei rappresentanti delle Nazioni Unite e con il contributo dei delegati libici, finalmente consci della evidente situazione di fallimento, dall’LPDF, il Libyan Political Dialog Forum, dopo una serie di complesse riunioni a Ginevra, è promanato un Consiglio di Presidenza ad interim, il primo vero passo verso la possibile soluzione del conflitto in Libia.
Mentre le parti si confrontano ancora sul terreno, nonostante dal 23 ottobre sia in atto un “cessate il fuoco” solo parzialmente rispettato, sono stati nominati, al contrario delle previsioni, non gli uomini forti in rappresentanza delle varie fazioni, ma un gruppo costituito dal Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibeh, potente imprenditore della città-stato di Misurata, dal Presidente Mohamed Younis Al-Manfi, cirenaico originario di Tobruk, ex ambasciatore in Grecia, e da due Vice-Presidenti, il tripolitano Abdullah Al-Lafi e l’ex Vice Premier del GNA Musa Al-Koni, del Fezzan.
L’esclusione di coloro che si sono combattuti negli ultimi anni è soprattutto dovuta alle continue proteste di massa verificatesi in tutte le principali città della Libia contro la vecchia nomenclatura, ritenuta corrotta e non più in grado di ridefinire non solo la pace nel Paese, ma nemmeno la rinascita economica.
La caratteristica che contraddistingue il Premier ad interim Hamid Dbeibeh è proprio, invece, la capacità di raccogliere i consensi delle parti in contrasto, apparentemente sostenuto nella difficile opera da Egitto, Russia, Italia e USA.
Il compito che lo attende è di non poco peso. Il Consiglio di Presidenza ha infatti, come compiti prioritari, quelli di predisporre le elezioni fissate per il 24 dicembre 2021, provvedere a stendere la nuova Costituzione e preparare il futuro Governo di Unità Nazionale, definire una volta per tutte il problema delle milizie e delle Forze Armate Libiche Unificate e ricondurre all’ordine tribù e città indipendenti che, fino adesso, non hanno mai voluto rinunciare alla loro potenza e autonomia. Inoltre, ha assicurato a Draghi e all’Europa di mettere finalmente sotto controllo il problema dei migranti e l’allontanamento di tutti i foreign fighters entro l’anno.
Restano molti interrogativi sul fatto che milizie e guerriglieri non si trasferiscano e si arrocchino nelle posizioni molto più difficili da intercettare della Libia del Sud e del Fezzan, soprattutto per le parti filo turche, fiancheggiatrici della politica di espansionismo di Erdogan, volta a controllare anche la sponda nordafricana, in continuità con gli interventi in Medio Oriente.
Il percorso, quindi, è molto stretto. Non sarà facile sciogliere i parlamenti di Tripoli e Tobruk e mettere realmente da parte gli uomini forti che hanno combattuto nell’ultimo quinquennio, a partire da Haftar per finire a Fatih Bashagha, Ministro degli Interni di Al-Serraj.
Ma il ritorno sulla scena libica degli Stati Uniti e i decisi interventi a riguardo del Segretario di Stato Blinken sono la vera chiave della possibile svolta della situazione. A questo punto sarà la “dottrina” Biden a fare la differenza e l’Ambasciatore statunitense Mills ha ribadito che gli USA osserveranno con attenzione la situazione nel Mediterraneo e chiesto, intanto, che tutte le forze militari esterne si ritirino dalla Libia, un messaggio molto chiaro diretto soprattutto alla Turchia che, non va dimenticato, è ancora un Paese NATO.
Dalla nomina del nuovo Presidente degli Stati Uniti si è creato sottotraccia anche un rapporto più stretto con l’Italia, che dovrà sostenere la svolta americana nel Mediterraneo, il problema della transizione dal petrolio e il nuovo interesse alle vicende nordafricane e alla sottostante fascia del Sahel.
Lo si è percepito in più occasioni e, finalmente, gli USA sembrano aver riproposto come priorità quella di riempire il vuoto lasciato nel Mediterraneo e in cui sostituzione si erano infilati Turchia e Russia, apparentemente in contrasto fra di loro ma nella realtà spesso, invece, d’accordo nelle spartizioni territoriali. Questo strapotere non sembra essere più gradito alla nuova amministrazione americana, e l’Italia dovrà fare la sua parte.

prof. Arduino Paniccia
Presidente di ASCE
Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia


Fonte: Arduino Paniccia
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