L’illusione di una nuova Yalta
20-10-2026 09:58 - Opinioni
GD - Roma, 20 ott. 26 - La prospettiva di un vertice a novembre tra Vladimir Putin, Donald Trump e Xi Jinping richiama inevitabilmente alla memoria la Conferenza di Yalta del febbraio 1945. L’idea di riportare le grandi potenze attorno a un tavolo per discutere delle rispettive sfere d’influenza suggerisce il tentativo di ridefinire gli equilibri mondiali attraverso un accordo tra i principali protagonisti della politica internazionale.
Ma una nuova Yalta non è più riproducibile. Non soltanto perché il mondo è diventato multipolare, ma soprattutto perché è venuta meno la capacità delle grandi potenze di trasformare i rapporti di forza in un ordine internazionale stabile e riconosciuto.
Yalta fu il prodotto di una situazione storica irripetibile. Roosevelt, Churchill e Stalin rappresentavano le potenze destinate a uscire vincitrici dalla Seconda guerra mondiale. Disponevano della forza militare e della possibilità concreta di influenzare l’assetto del dopoguerra. Nonostante le profonde divergenze, la concentrazione della potenza consentiva di definire le strutture fondamentali del nuovo equilibrio internazionale. Oggi quelle condizioni sono scomparse.
Il sistema internazionale non è più riconducibile a pochi protagonisti capaci di determinarne le dinamiche. Accanto agli Stati Uniti, alla Cina e alla Russia operano potenze regionali e Stati emergenti dotati di crescenti margini di autonomia. L’India, la Turchia, i Paesi del Golfo, il Brasile e la stessa Europa non possono essere considerati semplici oggetti di una spartizione decisa altrove. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla multipolarità.
La trasformazione più profonda riguarda la crisi dell’egemonia americana. Gli Stati Uniti conservano una straordinaria capacità militare, economica e tecnologica. Tuttavia, la loro superiorità non si traduce più automaticamente nella possibilità di organizzare e garantire un ordine mondiale condiviso.
L’unipolarismo emerso dalla fine della Guerra fredda si è progressivamente esaurito, senza che al suo declino corrispondesse la nascita di un nuovo sistema di regole riconosciute.
La crisi dell’egemonia non produce necessariamente un nuovo equilibrio. Può determinare, al contrario, una situazione nella quale molte potenze sono capaci di contestare l’ordine esistente, ma nessuna dispone delle risorse necessarie per costruirne uno alternativo.
La Russia rappresenta una manifestazione di questa contraddizione. Putin rivendica il riconoscimento di Mosca come grande potenza e il diritto di partecipare alla definizione degli equilibri internazionali. Ma il riconoscimento di uno status non equivale alla capacità di organizzare un sistema. La forza militare può modificare i rapporti territoriali, ma non garantisce consenso, stabilità e legittimità.
Anche la Cina segue una logica diversa dalle tradizionali sfere d’influenza. La sua ascesa è fondata su interdipendenze industriali, commerciali e tecnologiche globali. Pechino può aspirare a modificare gli equilibri esistenti senza avere necessariamente interesse a una rigida divisione del pianeta che limiterebbe le sue possibilità di espansione.
Le tre potenze possono dunque condividere l’interesse per una trattativa, ma non necessariamente una medesima concezione dell’ordine internazionale.
Qui emerge una distinzione fondamentale: multipolarità e multilateralismo non sono sinonimi.
La multipolarità descrive la distribuzione del potere tra diversi centri. Il multilateralismo riguarda invece le regole e le istituzioni attraverso cui quella pluralità può essere governata.
Un mondo multipolare può essere cooperativo, ma anche profondamente conflittuale. Senza meccanismi condivisi di regolazione, la moltiplicazione dei centri di potenza rischia di produrre una competizione permanente.
Un eventuale vertice tra Putin, Trump e Xi potrebbe favorire intese specifiche, dalla gestione delle crisi al controllo degli armamenti. Ma un accordo trilaterale non costituirebbe necessariamente il fondamento di una nuova architettura mondiale.
La guerra in Ucraina rappresenta un banco di prova decisivo. Un’intesa raggiunta senza il coinvolgimento di Kyiv e senza considerare la sicurezza europea potrebbe modificare gli equilibri diplomatici, ma difficilmente garantirebbe una pace durevole. Le decisioni delle grandi potenze non cancellano la sovranità degli altri Stati.
Naturalmente, l’impossibilità di riprodurre Yalta non significa che sia scomparsa la politica delle sfere d’influenza.
Il rischio maggiore è proprio questo: non il ritorno di Yalta, ma la riproposizione della sua logica in un mondo che non possiede più le condizioni per sostenerla.
Per l’Europa la questione è particolarmente significativa. Un negoziato sulla sicurezza continentale condotto da Washington, Mosca e Pechino evidenzierebbe ancora una volta la distanza tra il peso economico dell’Unione e la sua capacità di agire come soggetto strategico autonomo.
Il problema del nostro tempo, dunque, non consiste soltanto nel passaggio dall’unipolarismo alla multipolarità. Consiste nella crisi della funzione ordinatrice della potenza.
Il potere continua a esistere, si redistribuisce e si manifesta anche attraverso la forza. Ma appare sempre meno capace di produrre regole comuni, istituzioni efficaci e forme durevoli di legittimazione.
Putin può cercare il riconoscimento del ruolo russo, Trump perseguire accordi tra grandi potenze e Xi rafforzare la centralità internazionale della Cina. Ma la convergenza di tre interessi nazionali non basta a fondare un nuovo ordine mondiale.
La vera questione non è dunque se Putin riuscirà a convocare una nuova Yalta, ma se le grandi potenze siano ancora capaci di costruire un ordine internazionale. Perché il problema non è soltanto che il mondo non può più essere spartito come nel 1945. È che nessuno sembra più possedere, da solo o insieme a pochi altri, la capacità di governarlo.
Franco Torchia
Analista di geopolitica
Ma una nuova Yalta non è più riproducibile. Non soltanto perché il mondo è diventato multipolare, ma soprattutto perché è venuta meno la capacità delle grandi potenze di trasformare i rapporti di forza in un ordine internazionale stabile e riconosciuto.
Yalta fu il prodotto di una situazione storica irripetibile. Roosevelt, Churchill e Stalin rappresentavano le potenze destinate a uscire vincitrici dalla Seconda guerra mondiale. Disponevano della forza militare e della possibilità concreta di influenzare l’assetto del dopoguerra. Nonostante le profonde divergenze, la concentrazione della potenza consentiva di definire le strutture fondamentali del nuovo equilibrio internazionale. Oggi quelle condizioni sono scomparse.
Il sistema internazionale non è più riconducibile a pochi protagonisti capaci di determinarne le dinamiche. Accanto agli Stati Uniti, alla Cina e alla Russia operano potenze regionali e Stati emergenti dotati di crescenti margini di autonomia. L’India, la Turchia, i Paesi del Golfo, il Brasile e la stessa Europa non possono essere considerati semplici oggetti di una spartizione decisa altrove. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla multipolarità.
La trasformazione più profonda riguarda la crisi dell’egemonia americana. Gli Stati Uniti conservano una straordinaria capacità militare, economica e tecnologica. Tuttavia, la loro superiorità non si traduce più automaticamente nella possibilità di organizzare e garantire un ordine mondiale condiviso.
L’unipolarismo emerso dalla fine della Guerra fredda si è progressivamente esaurito, senza che al suo declino corrispondesse la nascita di un nuovo sistema di regole riconosciute.
La crisi dell’egemonia non produce necessariamente un nuovo equilibrio. Può determinare, al contrario, una situazione nella quale molte potenze sono capaci di contestare l’ordine esistente, ma nessuna dispone delle risorse necessarie per costruirne uno alternativo.
La Russia rappresenta una manifestazione di questa contraddizione. Putin rivendica il riconoscimento di Mosca come grande potenza e il diritto di partecipare alla definizione degli equilibri internazionali. Ma il riconoscimento di uno status non equivale alla capacità di organizzare un sistema. La forza militare può modificare i rapporti territoriali, ma non garantisce consenso, stabilità e legittimità.
Anche la Cina segue una logica diversa dalle tradizionali sfere d’influenza. La sua ascesa è fondata su interdipendenze industriali, commerciali e tecnologiche globali. Pechino può aspirare a modificare gli equilibri esistenti senza avere necessariamente interesse a una rigida divisione del pianeta che limiterebbe le sue possibilità di espansione.
Le tre potenze possono dunque condividere l’interesse per una trattativa, ma non necessariamente una medesima concezione dell’ordine internazionale.
Qui emerge una distinzione fondamentale: multipolarità e multilateralismo non sono sinonimi.
La multipolarità descrive la distribuzione del potere tra diversi centri. Il multilateralismo riguarda invece le regole e le istituzioni attraverso cui quella pluralità può essere governata.
Un mondo multipolare può essere cooperativo, ma anche profondamente conflittuale. Senza meccanismi condivisi di regolazione, la moltiplicazione dei centri di potenza rischia di produrre una competizione permanente.
Un eventuale vertice tra Putin, Trump e Xi potrebbe favorire intese specifiche, dalla gestione delle crisi al controllo degli armamenti. Ma un accordo trilaterale non costituirebbe necessariamente il fondamento di una nuova architettura mondiale.
La guerra in Ucraina rappresenta un banco di prova decisivo. Un’intesa raggiunta senza il coinvolgimento di Kyiv e senza considerare la sicurezza europea potrebbe modificare gli equilibri diplomatici, ma difficilmente garantirebbe una pace durevole. Le decisioni delle grandi potenze non cancellano la sovranità degli altri Stati.
Naturalmente, l’impossibilità di riprodurre Yalta non significa che sia scomparsa la politica delle sfere d’influenza.
Il rischio maggiore è proprio questo: non il ritorno di Yalta, ma la riproposizione della sua logica in un mondo che non possiede più le condizioni per sostenerla.
Per l’Europa la questione è particolarmente significativa. Un negoziato sulla sicurezza continentale condotto da Washington, Mosca e Pechino evidenzierebbe ancora una volta la distanza tra il peso economico dell’Unione e la sua capacità di agire come soggetto strategico autonomo.
Il problema del nostro tempo, dunque, non consiste soltanto nel passaggio dall’unipolarismo alla multipolarità. Consiste nella crisi della funzione ordinatrice della potenza.
Il potere continua a esistere, si redistribuisce e si manifesta anche attraverso la forza. Ma appare sempre meno capace di produrre regole comuni, istituzioni efficaci e forme durevoli di legittimazione.
Putin può cercare il riconoscimento del ruolo russo, Trump perseguire accordi tra grandi potenze e Xi rafforzare la centralità internazionale della Cina. Ma la convergenza di tre interessi nazionali non basta a fondare un nuovo ordine mondiale.
La vera questione non è dunque se Putin riuscirà a convocare una nuova Yalta, ma se le grandi potenze siano ancora capaci di costruire un ordine internazionale. Perché il problema non è soltanto che il mondo non può più essere spartito come nel 1945. È che nessuno sembra più possedere, da solo o insieme a pochi altri, la capacità di governarlo.
Franco Torchia
Analista di geopolitica
Fonte: Franco Torchia














