05 Luglio 2022
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La scelta dell’«Europa dei Popoli» e dei valori sull’Ucraina

19-06-2022 12:42 - Opinioni
GD – Roma, 19 giu. 22 - Alcuni analisti hanno sostenuto che sarebbe meglio guardare con il realismo della politica internazionale e degli interessi geopolitici alla decisione che il 23 e il 24 giugno prossimi il Consiglio Europeo dovrà assumere sul riconoscimento per l’Ucraina dello status di «Paese candidato». La scelta potrebbe compromettere la stessa stabilità dell’Unione Europea, peraltro in un quadro già difficile da gestire nel processo decisionale ancora retto dalla regola dell’unanimità e molto spesso compromesso dalle diversità di vedute tra i vari «blocchi», a cominciare da quello dei cosiddetti Paesi frugali, o del Gruppo di Visegrad. Non a caso il processo di allargamento verso est dell’Unione è fermo al 2013 con l’ultima adesione della Croazia, che conta solo 4 milioni di abitanti, mentre appare ancora difficile il percorso intrapreso da Albania, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia, cui è stato concesso lo status di Paesi candidati da oltre dieci anni.
In particolare, con un’eventuale adesione dell’Ucraina, l’Unione di Bruxelles dovrà dunque avere la consapevolezza di crescenti difficoltà, specie nell’ assumere una forte responsabilità nei confronti di uno Stato in guerra, in cui una parte del territorio è conteso almeno dal 2014 e in atto è già occupata dalla Federazione Russa. Questa potrebbe iniziare a guardare con più preoccupazione per le sue “garanzie di sicurezza” anche alla espansione a est dell’UE, dopo quella della NATO, specie se evolverà nella sua dimensione militare con lo Strategic Compass.
Anche se si dovesse giungere a un armistizio, le clausole di «solidarietà» e di «mutua assistenza» previste dai Trattati che varrebbero anche per l’Ucraina esporrebbero l’Unione ad un ulteriore aggravamento della crisi dei rapporti con la Russia. E le già compromesse economie europee dovrebbero assumere gli oneri della ricostruzione di un Paese con 40 milioni di abitanti privi di sostegni economici e sociali, e un’immensa distruzione bellica che ha colpito case, industrie, collegamenti e campi coltivati. E questo mentre il peso dei già richiamati 40 milioni di abitanti favorirà certamente un ulteriore sbilanciamento verso Est dell’Unione Europea, quando sarà difficile per diverso tempo che una Ucraina scossa dalla guerra possa compiere reali progressi nella cosiddetta «condizionalità»: il processo democratico interno deve ancora completarsi, a cominciare dal delicato settore della giustizia e della lotta alla corruzione. Quest’ultima, in particolare, è il vulnus che ha richiamato l’attenzione del Fondo Monetario Internazionale di Washington DC per lo sperpero degli ingenti finanziamenti ricevuti e ha visto forti preoccupazioni oggi anche per il mercato nero delle armi.
Sin qui dunque, in estrema sintesi, i vincoli della realpolitik che richiederebbero molta cautela prima di accelerare l’ammissione dell’Ucraina nell’Unione Europea. Stavolta, però, la scelta dell’Europa sembra muoversi su altre considerazioni, e sul punto è necessario premettere che non si tratta di una scelta dell’ultima ora, propagandata in questi giorni dalla narrazione sul «treno dell’Europa» e della nuova leadership dei tre leader europei Macron, Draghi e Scholz, che, secondo i più critici, sarebbe costruita ad hoc da ciascuno per esigenze di politica interna.
Cominciamo da quest’ultimo aspetto della ritrovata intesa tra Italia, Francia e Germania, considerando invece che anche questa non certo dell’ultima ora. Il percorso viene da lontano, e per essere onesti parte dalla Francia di Macron che, oltre a rinnovare l’intesa storica del «Trattato dell’Eliseo» con la Germania del nuovo premier Scholz, già dal suo precedente mandato ha sempre guardato all’Italia per costruire anche con lei un partenariato privilegiato con il cosiddetto «Trattato del Quirinale», sottoscritto finalmente nel novembre 2021. Una convergenza dei tre Paesi che, peraltro, hanno sollecitato anche il coinvolgimento di altri Stati, come la Spagna e la Romania (non allineata sul “gruppo di Visegrad”), era poi maturata pure nei grandi vertici internazionali, a cominciare dal G20 a guida italiana concluso lo scorso anno, tutto incentrato sul tema di un rinnovato «multilateralismo inclusivo» rispetto alle previsioni di un nuovo scontro bipolare, che oggi stiamo vivendo.
È, dunque, ragionevole che di fronte alla crisi dell’Ucraina i rapporti tra Italia, Francia e Germania si rinsaldassero e trovassero a Kyiv finalmente, dopo qualche iniziale distinguo, ora la condivisione piena per proclamare il sostegno alla candidatura dell’Ucraina dell’Unione Europea come risposta concreta all’aggressione della Russia.
Ma la scelta, beninteso, non è solo della nuova triade europea, perché è ben noto che a volere il traghettamento di Kyiv in piena Europa è soprattutto la Polonia, ovviamente con tutto il seguito dei Paesi Baltici e degli altri Paesi dell’Est che, oggi più che mai, si sentono minacciati dal neoimperialismo di Putin, con la sola riserva dell’Ungheria di Orban.
E tuttavia è anche molto probabile che quest’ultimo sia interessato piuttosto a mercanteggiare il suo veto nei processi decisionali europei, per cercare di superare il congelamento dei fondi europei disposto per le sue scelte di politica interna contrarie al diritto dell’Unione.
Quanto poi si sia consolidata nel sentiment dell’Unione Europea l’idea di accettare la candidatura dell’Ucraina è testimoniato dalle decisioni assunte dall’organo di diretta espressione dei cittadini d’Europa: il Parlamento Europeo. L’Assemblea di Strasburgo il 1° marzo scorso si è espressa a favore della candidatura con una maggioranza schiacciante di ben 637 eurodeputati su 705. Non a caso tra i primi leader europei che hanno incontrato il presidente Zelenski c’è stata la presidente del Parlamento Europeo, la maltese Roberta Metsola, le cui parole sono state nette: «Con l’ invasione criminale del vostro Paese la Russia si è posta in diretto confronto con l’Europa, la comunità internazionale e le regole su cui è basato l'ordine mondiale, non glielo lasceremo fare».
Ed ha aggiunto: «L’Unione Europea riconosce le vostre ambizioni europee. Potete contare sul pieno sostegno del Parlamento Europeo per raggiungere questo obiettivo. E vi aiuteremo a ricostruire le vostre città quando questa guerra illegale, non provocata e inutile sarà finita».
Non meno significativa è stata la concomitanza con la visita a Kyiv dei tre leader europei, cui si è unito non a caso il presidente rumeno Iohannis, dell’annuncio della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. L’esecutivo europeo ha raccomandato dunque al Consiglio Europeo di accettare la candidatura dell’Ucraina, perché lo status di candidato è accettabile anche in riferimento ai «criteri di Copenaghen e Madrid». L’Ucraina «ha chiaramente dimostrato la propria aspirazione e il proprio impegno ad essere all'altezza dei valori e degli standard europei», ha indicato la presidente e ha inoltre precisato che Kyiv «prima della guerra, negli ultimi otto anni ha continuato ad avvicinarsi gradualmente all’Unione grazie all'Accordo di associazione del 2016, dando attuazione a circa il 70% delle norme e degli standard dell'UE». Ha quindi definito l’Ucraina «una democrazia parlamentare robusta», con un’amministrazione pubblica «ben funzionante che ha tenuto in piedi il Paese durante questa guerra», e un sistema elettorale che si è dimostrato «libero e giusto», come ha rilevato l’organismo preposto dell’OCSE al monitoraggio delle elezioni. Anche per i parametri economici prima della guerra «l’Ucraina aveva un buon livello di deficit al 2%, e un debito pubblico inferiore al 50% del PIL», ha precisato.
Von der Leyen ha dunque rilevato che «molto è stato fatto ma molto lavoro resta ancora da fare», specie «sullo stato di diritto, la giustizia, la lotta alla corruzione e la rimozione del potere degli oligarchi sull'economia», ha concluso.
In definitiva, come ha ricordato il presidente Draghi nell’incontro di Kiev, «l’Unione Europea ha dimostrato e dimostra oggi una straordinaria unità nel sostenere l’Ucraina in ogni modo, così come è stato chiesto dal presidente Zelensky. Lo hanno fatto i Governi degli Stati membri, lo hanno fatto i Parlamenti, lo hanno fatto i loro cittadini».
Nel mainstream di un Europa della burocrazia dei regolamenti e delle accuse rivolte all’Europa dei lobbisti, degli economisti e dei banchieri, cui ancora oggi in molti criticano le scelte poco coraggiose fatte a suo tempo sul default della Grecia lasciata a sé stessa e sulle politiche migratorie, forse è il caso che stavolta si riconosca che è prevalsa invece l’«Europa dei popoli» e «dei valori». Accettando pure i rischi annunciati dal realismo della politica internazionale, che vorrebbe essere più attento alle ragioni dell’economia e della geopolitica, Bruxelles ha deciso comunque di sostenere una popolazione aggredita, recuperando i valori fondativi dell’Unione: la coesione e la solidarietà tra i popoli, la ricerca della pace, la libertà e lo stato di diritto.
La scelta appare finalmente ricollocare l’Europa e la sua identità «nella Storia» dei popoli e dei loro ideali. Sul punto ancora incisive sono state, dunque, le parole della presidente della Commissione von der Leyen: «Tutti sappiamo che gli ucraini sono pronti a morire per il sogno europeo. E noi vogliamo viverlo insieme a loro».
E per queste stesse ragioni ideali, che ci richiamano ai valori dell’Europa, nonostante i veti di una realpolitik che ci scoraggia e le accuse di Putin contro un’Europa «asservita agli Stati Uniti», non basta accettare la candidatura dell’Ucraina e sostenerla economicamente e militarmente, ma sarà in ogni caso fondamentale perseguire, ancora e sempre, la strada dei negoziati per la pace.

Maurizio Delli Santi
membro dell’International Law Association


Fonte: Maurizio Delli Stanti
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