L'Italia e i Balcani nelle memorie dell’amb. Sergio Vento
13-08-2026 16:14 - Ambasciate
GD - Roma, 13 ago. 26 - L'amb. Sergio Vento, romano, è stato uno dei diplomatici italiani più importanti fra la fine del Ventesimo secolo e l'inizio del XXI. Ambasciatore d'Italia a Belgrado fra il 1989 e il 1991, dal 1992 al 1995 consigliere diplomatico dei presidenti del Consiglio Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi e Lamberto Dini, poi ambasciatore a Parigi, rappresentante permanente italiano alle Nazioni Unite e, infine, ambasciatore a Washington DC. Vento ha recentemente pubblicato un importante libro di memorie, "Il XX secolo non è finito. Transizioni e ambiguità" (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024), con la prefazione di Mario Caligiuri, che ripercorre la sua carriera offrendo al contempo una ricostruzione rigorosa e stimolante della politica estera italiana e dell'evoluzione della politica internazionale dagli anni Sessanta del Novecento al primo decennio del XXI secolo.
I temi e le vicende che Vento affronta nel suo volume sono tanti e di forte interesse. Di grandissimo valore sono, ad esempio, le pagine che l'ambasciatore, già rappresentante permanente italiano presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite, dedica all'esercizio e alla funzione del multilateralismo nella politica estera italiana, da lui considerato un utile ma non facile strumento per l'azione diplomatica dell'Italia e non un astratto valore ideologico universale.
Un elemento centrale del libro sta nella difesa e nell'elogio dei successi della politica estera della Prima Repubblica italiana, resi possibili dalla felice sintonia e collaborazione fra una leadership politica competente, ambiziosa e non provinciale, e un corpo diplomatico di alto livello.
Dopo che la sconfitta nella seconda guerra mondiale aveva portato alla perdita dell'impero coloniale e all'arretramento della presenza politica ed economica dell'Italia in Europa, in Vicino Oriente e in Africa, la Prima Repubblica riconquistò con tenacia e intelligenza posizioni d'influenza nel Corno d'Africa, nell'Africa mediterranea, nei Balcani, in Paesi mediorientali come la Siria, il Libano, l'Iran.
L'amb. Vento purtroppo constata che negli ultimi decenni, quelli della cosiddetta Seconda Repubblica, l'Italia ha perso progressivamente influenza politica sul piano internazionale. Particolarmente precisa e acuta è la descrizione che l'ex ambasciatore a Belgrado compie della "ritirata" italiana da varie aree geopolitiche, dell'indebolimento della presenza e dell'influenza dell'Italia in Libia, Somalia, Etiopia, Tunisia, in tanti Paesi dell'Europa orientale, nel Vicino Oriente. Una ritirata dell'Italia che ha aperto vuoti di potere che sono stati rapidamente occupati da altri Stati, in primis la Turchia, ma anche da Potenze occidentali alleate e "amiche", a cui piace avere a che fare con un'Italia debole e subalterna, come è spesso stato lo Stato italiano negli ultimi anni.
Molto stimolanti sono anche le parti del libro dedicate alla questione jugoslava negli anni Ottanta e Novanta. La missione di Vento a Belgrado fra il 1989 e il 1991 e il suo ruolo come consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio italiana fino al 1995 lo hanno reso uno dei protagonisti delle vicende diplomatiche che hanno contraddistinto la disgregazione dello Stato jugoslavo unitario e lo scoppio delle guerre balcaniche.
In quegli anni l'amb. Vento si fece interprete di un'antica concezione di politica estera italiana verso i Balcani occidentali, sorta all'epoca del trattato di Rapallo del 1920 e delineata dal ministro degli Affari Esteri, Carlo Sforza, e dal segretario generale della Consulta, Salvatore Contarini: l'esistenza di una Jugoslavia unitaria amica era un fatto utile per l'Italia in quanto facilitava la stabilizzazione della regione danubiano-balcanica e creava uno Stato cuscinetto contro l'espansionismo di grandi Potenze europee come la Germania e la Russia.
Questa visione è rimasta presente nella diplomazia italiana fino alla fine del Novecento e fu condivisa da molti diplomatici di valore, da Carlo Galli e Roberto Ducci fino a Giuseppe Walter Maccotta e allo stesso Vento.
La battaglia della diplomazia italiana per preservare una qualche forma di Stato jugoslavo è stata fallimentare, obbligando successivamente l'Italia a tornare all'impostazione "sonniniana" della questione adriatica, ovvero l'accettazione di una pluralità di Stati sulla costa adriatica, militarmente innocui ma facilmente manipolabili dalle grandi Potenze.
Va però sottolineato che quell'impegno a favore dell'unitarismo jugoslavo è stato un atto giusto moralmente, un segno di responsabilità etica e politica rispetto a passati errori del nostro Stato. A differenza delle nuove élite jugoslave postcomuniste, la classe dirigente italiana era pienamente consapevole dei rischi della frammentazione: guerre, esplosione degli odii interetnici, tracollo del sistema economico e sociale, instabilità regionale cronica.
A posteriori le valutazioni di diplomatici come Sergio Vento sulle conseguenze della fine della Jugoslavia si sono rivelate corrette. Dopo la dissoluzione dello Stato jugoslavo unitario, la regione dei Balcani occidentali non ha trovato più un'autentica stabilità politica, gran parte dei popoli jugoslavi vivono peggio di prima; i nuovi Stati nazionali stanno perdendo costantemente abitanti svuotandosi di parti consistenti della popolazione che emigrano nei più prosperi Paesi occidentali e vengono governati da cleptocrazie nazionaliste.
Per la forza delle sue analisi interpretative e la ricchezza dei temi che affronta, "Il XX secolo non è finito" è un libro che merita di essere letto non solo da studiosi della storia della diplomazia e della politica estera italiana, ma da tutti coloro che s'interessano di storia dello Stato italiano e delle sue vicende internazionali. Un'opera che illumina con rara lucidità le dinamiche profonde della politica estera italiana e le sfide che l'Italia ha affrontato — e in larga misura mancato — nel tentativo di preservare il proprio ruolo nel Mediterraneo e nei Balcani.
"Il XX secolo non è finito. Transizioni e ambiguità", di Sergio Vento - Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024.
Prof. Luciano Monzali
I temi e le vicende che Vento affronta nel suo volume sono tanti e di forte interesse. Di grandissimo valore sono, ad esempio, le pagine che l'ambasciatore, già rappresentante permanente italiano presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite, dedica all'esercizio e alla funzione del multilateralismo nella politica estera italiana, da lui considerato un utile ma non facile strumento per l'azione diplomatica dell'Italia e non un astratto valore ideologico universale.
Un elemento centrale del libro sta nella difesa e nell'elogio dei successi della politica estera della Prima Repubblica italiana, resi possibili dalla felice sintonia e collaborazione fra una leadership politica competente, ambiziosa e non provinciale, e un corpo diplomatico di alto livello.
Dopo che la sconfitta nella seconda guerra mondiale aveva portato alla perdita dell'impero coloniale e all'arretramento della presenza politica ed economica dell'Italia in Europa, in Vicino Oriente e in Africa, la Prima Repubblica riconquistò con tenacia e intelligenza posizioni d'influenza nel Corno d'Africa, nell'Africa mediterranea, nei Balcani, in Paesi mediorientali come la Siria, il Libano, l'Iran.
L'amb. Vento purtroppo constata che negli ultimi decenni, quelli della cosiddetta Seconda Repubblica, l'Italia ha perso progressivamente influenza politica sul piano internazionale. Particolarmente precisa e acuta è la descrizione che l'ex ambasciatore a Belgrado compie della "ritirata" italiana da varie aree geopolitiche, dell'indebolimento della presenza e dell'influenza dell'Italia in Libia, Somalia, Etiopia, Tunisia, in tanti Paesi dell'Europa orientale, nel Vicino Oriente. Una ritirata dell'Italia che ha aperto vuoti di potere che sono stati rapidamente occupati da altri Stati, in primis la Turchia, ma anche da Potenze occidentali alleate e "amiche", a cui piace avere a che fare con un'Italia debole e subalterna, come è spesso stato lo Stato italiano negli ultimi anni.
Molto stimolanti sono anche le parti del libro dedicate alla questione jugoslava negli anni Ottanta e Novanta. La missione di Vento a Belgrado fra il 1989 e il 1991 e il suo ruolo come consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio italiana fino al 1995 lo hanno reso uno dei protagonisti delle vicende diplomatiche che hanno contraddistinto la disgregazione dello Stato jugoslavo unitario e lo scoppio delle guerre balcaniche.
In quegli anni l'amb. Vento si fece interprete di un'antica concezione di politica estera italiana verso i Balcani occidentali, sorta all'epoca del trattato di Rapallo del 1920 e delineata dal ministro degli Affari Esteri, Carlo Sforza, e dal segretario generale della Consulta, Salvatore Contarini: l'esistenza di una Jugoslavia unitaria amica era un fatto utile per l'Italia in quanto facilitava la stabilizzazione della regione danubiano-balcanica e creava uno Stato cuscinetto contro l'espansionismo di grandi Potenze europee come la Germania e la Russia.
Questa visione è rimasta presente nella diplomazia italiana fino alla fine del Novecento e fu condivisa da molti diplomatici di valore, da Carlo Galli e Roberto Ducci fino a Giuseppe Walter Maccotta e allo stesso Vento.
La battaglia della diplomazia italiana per preservare una qualche forma di Stato jugoslavo è stata fallimentare, obbligando successivamente l'Italia a tornare all'impostazione "sonniniana" della questione adriatica, ovvero l'accettazione di una pluralità di Stati sulla costa adriatica, militarmente innocui ma facilmente manipolabili dalle grandi Potenze.
Va però sottolineato che quell'impegno a favore dell'unitarismo jugoslavo è stato un atto giusto moralmente, un segno di responsabilità etica e politica rispetto a passati errori del nostro Stato. A differenza delle nuove élite jugoslave postcomuniste, la classe dirigente italiana era pienamente consapevole dei rischi della frammentazione: guerre, esplosione degli odii interetnici, tracollo del sistema economico e sociale, instabilità regionale cronica.
A posteriori le valutazioni di diplomatici come Sergio Vento sulle conseguenze della fine della Jugoslavia si sono rivelate corrette. Dopo la dissoluzione dello Stato jugoslavo unitario, la regione dei Balcani occidentali non ha trovato più un'autentica stabilità politica, gran parte dei popoli jugoslavi vivono peggio di prima; i nuovi Stati nazionali stanno perdendo costantemente abitanti svuotandosi di parti consistenti della popolazione che emigrano nei più prosperi Paesi occidentali e vengono governati da cleptocrazie nazionaliste.
Per la forza delle sue analisi interpretative e la ricchezza dei temi che affronta, "Il XX secolo non è finito" è un libro che merita di essere letto non solo da studiosi della storia della diplomazia e della politica estera italiana, ma da tutti coloro che s'interessano di storia dello Stato italiano e delle sue vicende internazionali. Un'opera che illumina con rara lucidità le dinamiche profonde della politica estera italiana e le sfide che l'Italia ha affrontato — e in larga misura mancato — nel tentativo di preservare il proprio ruolo nel Mediterraneo e nei Balcani.
"Il XX secolo non è finito. Transizioni e ambiguità", di Sergio Vento - Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024.
Prof. Luciano Monzali
Fonte: Stefano Baldi














