Isole Chagos: la legge del più forte
13-04-2026 10:05 - Opinioni
GD – Roma, 13 apr. 26 – Il presidente USA Donald Trump ha bloccato la ratifica del trattato con cui Londra restituisce alle Mauritius le Isole Chagos. Che l’amministrazione Trump ripudi, anche formalmente, l’ordine internazionale liberale, non è una novità. Ma il caso delle isole Chagos, con la strategica base militare anglo-americana di Diego Garcia, appare emblematico.
Sono bastate le pressioni del tycoon per indurre il governo britannico ad una clamorosa inversione di rotta diplomatica, che collide frontalmente con i princìpi della stabilità dei trattati e della certezza del diritto: l’11 aprile Downing Street ha deciso di sospendere la restituzione delle isole alle Mauritius, prevista dal trattato dell’anno scorso e brutalmente liquidata da Trump come “atto di grande stupidità”.
La definitiva chiusura di uno degli ultimi capitoli del colonialismo si trasforma in una flagrante inosservanza degli impegni assunti e in una violazione sistematica e continuata delle norme imperative del diritto internazionale, già ampiamente cristallizzate da una giurisprudenza convergente che ha eroso ogni parvenza di legittimità della pretesa britannica sul territorio.
Per creare la base, nel 1966, furono allontanati circa 2 mila indigeni, deportati a Mauritius, e, probabilmente per continuare a tenerli lontani, fu istituita dal Governo britannico, nel 2010, una vastissima riserva marina integrale con divieto di accesso e di pesca. Ma il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 22 maggio 2019, richiesto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha sancito che l’arcipelago delle Chagos costituisce territorio di Mauritius soggetto a occupazione illegale.
Tale conclusione ha trovato un fondamentale ancoraggio operativo nella sentenza della Camera speciale del Tribunale Internazionale del Diritto del Mare del 28 gennaio 2021, nella controversia tra Mauritius e Maldive, la quale – facendo leva sulla comune ratifica della Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS) – ha confermato che la sovranità spetta a Mauritius, rendendo il Regno Unito un occupante privo di titolo anche con riguardo alla delimitazione delle zone marittime. Nel solco si inserisce altresì la premonitrice sentenza della Corte Permanente di Arbitrato, tra Mauritius e Regno Unito, del 18 marzo 2015, che aveva già censurato la pretesa di Londra di agire come Stato costiero, dichiarando illegittima l’istituzione unilaterale di un’Area Marina Protetta attorno all’arcipelago.
Sotto il profilo interno britannico, la vicenda mette a nudo una paralisi procedurale di estrema gravità. Sebbene la firma dei trattati rientri nelle prerogative del Governo, la ratifica è soggetta alla prassi parlamentare che impone il deposito dell’atto dinanzi alle Camere per ventuno giorni di seduta.
Tuttavia, dato l’oggetto del trattato – che comporta la cessione di sovranità territoriale e la modifica dei diritti di cittadinanza – il semplice silenzio-assenso del Parlamento non è sufficiente, rendendo indispensabile l’approvazione di una legge. Il ritiro del progetto dall’agenda della Camera dei Comuni blocca di fatto la capacità di Londra di onorare in buona fede gli obblighi assunti sul piano internazionale.
Va rilevato, in proposito che, sebbene il trattato del 2025 non sia stato ancora perfezionato, la sua sottoscrizione ha attivato obblighi di estrema rilevanza. Infatti, l’articolo 18 della convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, ratificata da entrambi gli Stati, impone ad essi il dovere di astenersi da condotte che privino l’accordo del suo oggetto e del suo scopo. Rinnegare tale impegno per assecondare interessi di terzi (gli Stati Uniti) viola il principio di buona fede e pone il Regno Unito in una situazione di palese incoerenza rispetto ai propri obblighi convenzionali.
Per di più, l’eccezione di sicurezza nazionale sollevata da Washington, che ha a Diego Garcia, nell’isola più grande dell’Arcipelago, una importante base militare a gestione congiunta con il Regno Unito, non può superare le norme imperative concernenti l’integrità territoriale e l’inalienabile diritto all’autodeterminazione di Mauritius e, d’altra parte, risulta sufficientemente garantita dal trattato del 2025, che contiene una clausola specifica, in base alla quale Mauritius concede al Regno Unito il diritto di esercitare la gestione della base per i prossimi 99 anni (estendibili), garantendo agli USA la continuità operativa nonostante il passaggio di sovranità.
Prof. Carlo Curti Gialdino
Vicepresidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale
Fonte: IDI
Sono bastate le pressioni del tycoon per indurre il governo britannico ad una clamorosa inversione di rotta diplomatica, che collide frontalmente con i princìpi della stabilità dei trattati e della certezza del diritto: l’11 aprile Downing Street ha deciso di sospendere la restituzione delle isole alle Mauritius, prevista dal trattato dell’anno scorso e brutalmente liquidata da Trump come “atto di grande stupidità”.
La definitiva chiusura di uno degli ultimi capitoli del colonialismo si trasforma in una flagrante inosservanza degli impegni assunti e in una violazione sistematica e continuata delle norme imperative del diritto internazionale, già ampiamente cristallizzate da una giurisprudenza convergente che ha eroso ogni parvenza di legittimità della pretesa britannica sul territorio.
Per creare la base, nel 1966, furono allontanati circa 2 mila indigeni, deportati a Mauritius, e, probabilmente per continuare a tenerli lontani, fu istituita dal Governo britannico, nel 2010, una vastissima riserva marina integrale con divieto di accesso e di pesca. Ma il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 22 maggio 2019, richiesto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha sancito che l’arcipelago delle Chagos costituisce territorio di Mauritius soggetto a occupazione illegale.
Tale conclusione ha trovato un fondamentale ancoraggio operativo nella sentenza della Camera speciale del Tribunale Internazionale del Diritto del Mare del 28 gennaio 2021, nella controversia tra Mauritius e Maldive, la quale – facendo leva sulla comune ratifica della Convenzione ONU sul diritto del mare del 1982 (UNCLOS) – ha confermato che la sovranità spetta a Mauritius, rendendo il Regno Unito un occupante privo di titolo anche con riguardo alla delimitazione delle zone marittime. Nel solco si inserisce altresì la premonitrice sentenza della Corte Permanente di Arbitrato, tra Mauritius e Regno Unito, del 18 marzo 2015, che aveva già censurato la pretesa di Londra di agire come Stato costiero, dichiarando illegittima l’istituzione unilaterale di un’Area Marina Protetta attorno all’arcipelago.
Sotto il profilo interno britannico, la vicenda mette a nudo una paralisi procedurale di estrema gravità. Sebbene la firma dei trattati rientri nelle prerogative del Governo, la ratifica è soggetta alla prassi parlamentare che impone il deposito dell’atto dinanzi alle Camere per ventuno giorni di seduta.
Tuttavia, dato l’oggetto del trattato – che comporta la cessione di sovranità territoriale e la modifica dei diritti di cittadinanza – il semplice silenzio-assenso del Parlamento non è sufficiente, rendendo indispensabile l’approvazione di una legge. Il ritiro del progetto dall’agenda della Camera dei Comuni blocca di fatto la capacità di Londra di onorare in buona fede gli obblighi assunti sul piano internazionale.
Va rilevato, in proposito che, sebbene il trattato del 2025 non sia stato ancora perfezionato, la sua sottoscrizione ha attivato obblighi di estrema rilevanza. Infatti, l’articolo 18 della convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, ratificata da entrambi gli Stati, impone ad essi il dovere di astenersi da condotte che privino l’accordo del suo oggetto e del suo scopo. Rinnegare tale impegno per assecondare interessi di terzi (gli Stati Uniti) viola il principio di buona fede e pone il Regno Unito in una situazione di palese incoerenza rispetto ai propri obblighi convenzionali.
Per di più, l’eccezione di sicurezza nazionale sollevata da Washington, che ha a Diego Garcia, nell’isola più grande dell’Arcipelago, una importante base militare a gestione congiunta con il Regno Unito, non può superare le norme imperative concernenti l’integrità territoriale e l’inalienabile diritto all’autodeterminazione di Mauritius e, d’altra parte, risulta sufficientemente garantita dal trattato del 2025, che contiene una clausola specifica, in base alla quale Mauritius concede al Regno Unito il diritto di esercitare la gestione della base per i prossimi 99 anni (estendibili), garantendo agli USA la continuità operativa nonostante il passaggio di sovranità.
Prof. Carlo Curti Gialdino
Vicepresidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale
Fonte: IDI














