Iran: se non ora, quando?
09-01-2026 16:03 - Opinioni
GD - Roma, 9 gen. 26 - Se non ora, quando? Questa famosa frase, spesso utilizzata in vari contesti sociali e politici, è attribuita a Hillel il Vecchio, uno dei più importanti saggi della tradizione ebraica (vissuto tra il I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C.), auspica un “equilibrio perfetto tra individuo, società e tempo”, come conclusione di un pensiero più ampio e profondo. È proprio il caso di dire: “se non ora quando?”, per quello che sta accadendo in queste settimane in Iran.
Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a "The New York Times" che molti membri del governo iraniano sono confusi e spaventati dall'ondata di proteste che sta travolgendo il Paese. Stanno provando in tutti i modi a cercare di capire cosa fare per arginare e gestire le proteste di piazza, che dilagano ormai in tutto il Paese.
Le forze di terra della Guardia Rivoluzionaria, tradizionalmente responsabili della protezione dei confini dell'Iran piuttosto che della sicurezza interna, sono state mobilitate per presidiare le strade delle città e per tentare di gestire, quanto più possibile, le proteste dei cittadini.
Ma si trovano comunque con le mani legate perché un'eventuale degenerazione del confronto con le piazze in rivolta potrebbe solo aggravare la situazione per il regime iraniano. Il presidente Donald Trump ha dichiarato senza mezzi termini e senza possibilità di interpretazione diversa, che se le forze del regime soffocheranno le proteste con la violenza, allora gli Stati Uniti interverranno per difendere il Popolo iraniano.
Dopo quello che è successo in Venezuela, questa più che una minaccia appare come una conseguenza inevitabile, se la situazione dovesse degenerare. Il regime iraniano che ha perso la sua sponda con il Venezuela, che non può più contare sul supporto della Russia nei guai per conto suo per la guerra in Ucraina, si trova in una situazione di debolezza come mai era avvenuto prima.
Questa volta non sono scesi in piazza solo gli studenti universitari. Questa volta è scesa in strada tutta la popolazione: commercianti, comuni cittadini e giovani, per contestare il regime, non solo per la sua politica repressiva delle libertà, soprattutto delle donne, ma per protestare contro il fallimento totale di una nazione.
L'Iran è un Paese che avrebbe tutte le caratteristiche per essere "ricco", mentre a causa delle scelte politiche sbagliate del regime dittatoriale si ritrovano alla fame e persino senza più acqua potabile.
I manifestanti incolpano il regime del fallimento della nazione e di aver preferito finanziare la Jihad mondiale, Hamas ed Hezbollah, piuttosto che occuparsi dei bisogni degli iraniani. Su molti cartelli i manifestanti invocano il ritorno del figlio dello Shah, Ciro Reza Pahlavi, in esilio negli USA fin dalla tenera età. Reza Pahlavi incontrerà il presidente Trump a Mar a Lago il 12 gennaio prossimo. Non è difficile immaginare quali saranno gli obiettivi di questo incontro.
Al regime restano pochissimi margini di manovra, perché non può usare la forza, non può contare sulla deterrenza che la Russia potrebbe imporre e non può più nemmeno contare sulla fedeltà al regime della polizia. Molti esponenti della polizia sono scesi in strada al fianco dei manifestanti.
Il regime ha iniziato ad attivare i vari piani “B” e “C”. In queste ultime ore diversi cargo russi sono atterrati in Iran. Fonti interne dicono per consegnare armi e munizioni. Altre fonti dicono che questi cargo partono dagli aeroporti iraniani carichi di lingotti d'oro e con le famiglie dei primi "fuggiaschi", sul modello già adottato per Bashar al Assad quando è fuggito da Damasco.
È triste da dire, ma non sarà facile e purtroppo non sarà indolore per la popolazione iraniana liberarsi dopo 47 anni di dittatura repressiva e feroce. Al momento le forze di polizia e i guardiani della rivoluzione non si sono azzardate a sparare contro la folla inerme, ma la situazione non è per niente sotto controllo. Le forze di sicurezza finora si sono limitate a tentare di arginare la folla, ma poiché non potranno “fuggire” tutti in Russia, prima o poi dovranno vedersela con le “vendette” che saranno scatenate contro di loro dalle famiglie delle loro vittime.
Com'è sempre successo nella storia, ogni rivoluzione anche quella più pacifica, reclama comunque un contributo di sangue e questo contributo sarà fornito sia dalla popolazione civile, sia dalle forze di sicurezza del regime. Sarà il numero di morti delle due parti a determinare il livello di “efficacia” della rivoluzione.
Circolano già alcuni video che documentano reazioni violente delle forze di sicurezza contro la popolazione civile. A breve saranno però i cittadini a effettuare le eliminazioni di massa dei loro carnefici.
Ai vecchi bacucchi che hanno rovinato il Paese rimane solo l'opzione di fuggire in Russia, oppure se gli va molto bene, di accettare di perire in qualche prigione per il resto dei loro giorni.
Interessante il fatto che la Russia tra poco dovrà creare delle “aree per i rifugiati politici” siriani, iraniani , venezuelani e magari cubani. La domanda quindi è: dove potranno fuggire i satrapi russi quando anche la Russia cadrà?
Ciro Maddaloni
Esperto di eGovernment internazionale
Fonte: Ciro Maddaloni
Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a "The New York Times" che molti membri del governo iraniano sono confusi e spaventati dall'ondata di proteste che sta travolgendo il Paese. Stanno provando in tutti i modi a cercare di capire cosa fare per arginare e gestire le proteste di piazza, che dilagano ormai in tutto il Paese.
Le forze di terra della Guardia Rivoluzionaria, tradizionalmente responsabili della protezione dei confini dell'Iran piuttosto che della sicurezza interna, sono state mobilitate per presidiare le strade delle città e per tentare di gestire, quanto più possibile, le proteste dei cittadini.
Ma si trovano comunque con le mani legate perché un'eventuale degenerazione del confronto con le piazze in rivolta potrebbe solo aggravare la situazione per il regime iraniano. Il presidente Donald Trump ha dichiarato senza mezzi termini e senza possibilità di interpretazione diversa, che se le forze del regime soffocheranno le proteste con la violenza, allora gli Stati Uniti interverranno per difendere il Popolo iraniano.
Dopo quello che è successo in Venezuela, questa più che una minaccia appare come una conseguenza inevitabile, se la situazione dovesse degenerare. Il regime iraniano che ha perso la sua sponda con il Venezuela, che non può più contare sul supporto della Russia nei guai per conto suo per la guerra in Ucraina, si trova in una situazione di debolezza come mai era avvenuto prima.
Questa volta non sono scesi in piazza solo gli studenti universitari. Questa volta è scesa in strada tutta la popolazione: commercianti, comuni cittadini e giovani, per contestare il regime, non solo per la sua politica repressiva delle libertà, soprattutto delle donne, ma per protestare contro il fallimento totale di una nazione.
L'Iran è un Paese che avrebbe tutte le caratteristiche per essere "ricco", mentre a causa delle scelte politiche sbagliate del regime dittatoriale si ritrovano alla fame e persino senza più acqua potabile.
I manifestanti incolpano il regime del fallimento della nazione e di aver preferito finanziare la Jihad mondiale, Hamas ed Hezbollah, piuttosto che occuparsi dei bisogni degli iraniani. Su molti cartelli i manifestanti invocano il ritorno del figlio dello Shah, Ciro Reza Pahlavi, in esilio negli USA fin dalla tenera età. Reza Pahlavi incontrerà il presidente Trump a Mar a Lago il 12 gennaio prossimo. Non è difficile immaginare quali saranno gli obiettivi di questo incontro.
Al regime restano pochissimi margini di manovra, perché non può usare la forza, non può contare sulla deterrenza che la Russia potrebbe imporre e non può più nemmeno contare sulla fedeltà al regime della polizia. Molti esponenti della polizia sono scesi in strada al fianco dei manifestanti.
Il regime ha iniziato ad attivare i vari piani “B” e “C”. In queste ultime ore diversi cargo russi sono atterrati in Iran. Fonti interne dicono per consegnare armi e munizioni. Altre fonti dicono che questi cargo partono dagli aeroporti iraniani carichi di lingotti d'oro e con le famiglie dei primi "fuggiaschi", sul modello già adottato per Bashar al Assad quando è fuggito da Damasco.
È triste da dire, ma non sarà facile e purtroppo non sarà indolore per la popolazione iraniana liberarsi dopo 47 anni di dittatura repressiva e feroce. Al momento le forze di polizia e i guardiani della rivoluzione non si sono azzardate a sparare contro la folla inerme, ma la situazione non è per niente sotto controllo. Le forze di sicurezza finora si sono limitate a tentare di arginare la folla, ma poiché non potranno “fuggire” tutti in Russia, prima o poi dovranno vedersela con le “vendette” che saranno scatenate contro di loro dalle famiglie delle loro vittime.
Com'è sempre successo nella storia, ogni rivoluzione anche quella più pacifica, reclama comunque un contributo di sangue e questo contributo sarà fornito sia dalla popolazione civile, sia dalle forze di sicurezza del regime. Sarà il numero di morti delle due parti a determinare il livello di “efficacia” della rivoluzione.
Circolano già alcuni video che documentano reazioni violente delle forze di sicurezza contro la popolazione civile. A breve saranno però i cittadini a effettuare le eliminazioni di massa dei loro carnefici.
Ai vecchi bacucchi che hanno rovinato il Paese rimane solo l'opzione di fuggire in Russia, oppure se gli va molto bene, di accettare di perire in qualche prigione per il resto dei loro giorni.
Interessante il fatto che la Russia tra poco dovrà creare delle “aree per i rifugiati politici” siriani, iraniani , venezuelani e magari cubani. La domanda quindi è: dove potranno fuggire i satrapi russi quando anche la Russia cadrà?
Ciro Maddaloni
Esperto di eGovernment internazionale
Fonte: Ciro Maddaloni














