Il ritardo dell'Europa nel mondo di Trump e XI
26-09-2026 10:10 - Opinioni
GD - Roma, 26 set. 26 - Il vertice di Washington DC non ha riconciliato Stati Uniti e Cina, ma ha reso più evidente la natura del loro rapporto: una rivalità destinata a durare e che, proprio per questo, deve essere governata. Donald Trump ha accolto XI Jinping alla Casa Bianca con tutti gli onori di una visita di Stato. Ma dietro il cerimoniale non è arrivato il grande accordo capace di ridefinire i rapporti tra le due potenze. Il risultato più concreto è stato il prolungamento della tregua commerciale fino al 10 gennaio 2027, sufficiente a evitare una nuova escalation tariffaria, ma non a sciogliere i nodi più difficili, dai semiconduttori alle terre rare, dalle catene di approvvigionamento alle restrizioni tecnologiche.
Per anni il rapporto tra Washington e Pechino è stato raccontato oscillando tra due estremi: una nuova Guerra fredda oppure un ritorno alla cooperazione economica. Oggi appare più chiaro che nessuna delle due immagini descrive davvero ciò che sta accadendo. Stati Uniti e Cina continueranno a confrontarsi sui settori decisivi del potere contemporaneo — intelligenza artificiale, chip, materie prime critiche, batterie, infrastrutture digitali — ma nessuna delle due sembra avere interesse a trasformare questa competizione in uno scontro incontrollabile.
È qui che prende forma una sorta di coesistenza competitiva. Trump vede nella Cina un concorrente economico e tecnologico, ma anche un interlocutore indispensabile. XI considera gli Stati Uniti il principale ostacolo strategico all'ascesa cinese, ma sa che una rottura radicale con Washington avrebbe costi enormi anche per Pechino.
L'intelligenza artificiale mostra bene questa ambivalenza. Entrambi i Paesi vogliono conquistare un vantaggio nelle tecnologie più avanzate, decisive per la crescita economica, la forza militare e l'influenza globale. Gli Stati Uniti continuano a proteggere l'accesso ai chip più sofisticati e a considerare il primato tecnologico una questione di sicurezza nazionale. Eppure Washington e Pechino mantengono aperto un dialogo sui rischi e sulla sicurezza dei sistemi di AI. Non è cooperazione: è il riconoscimento che alcune tecnologie sono diventate troppo potenti per essere lasciate senza regole minime.
Taiwan resta il punto nel quale questa logica incontra il suo limite più evidente. XI ha ribadito la posizione cinese contro l'indipendenza dell'isola, mentre Washington ha confermato che la propria politica non è cambiata. Nessuna tregua commerciale può cancellare questa frattura strategica e, se esiste un dossier nel quale il confronto sino-americano può ancora trasformarsi in crisi aperta, è lo Stretto di Taiwan.
La stessa contraddizione si ritrova oltre l'Asia. Dal Medio Oriente all'Iran, Washington considera ormai Pechino un interlocutore che non può essere ignorato. Il peso economico e diplomatico cinese rende sempre più difficile affrontare le grandi crisi internazionali senza tenerne conto.
Ed è qui che il vertice smette di essere soltanto una vicenda sino-americana e diventa una questione europea.
Il rischio per l'Europa non è semplicemente quello di trovarsi “nel mezzo”. È quello di vedere Stati Uniti e Cina definire le nuove regole del potere economico mentre il continente resta soprattutto un grande mercato di sbocco. Washington lega sempre più apertamente industria e sicurezza nazionale; Pechino utilizza capacità produttiva, materie prime e controllo delle filiere come strumenti strategici. L'Europa, invece, resta vulnerabile proprio nei settori che determineranno la forza dei prossimi decenni.
È questo il nodo vero. Se dipendi dagli altri per i chip, per le terre rare, per le batterie, per il cloud, per una parte crescente dell'intelligenza artificiale e per componenti industriali essenziali, puoi avere un mercato enorme e un apparato normativo sofisticato, ma il tuo margine di scelta politica si restringe.
Per questo l'Europa non può limitarsi a chiedersi se convenga stare più vicina a Washington o preservare maggiormente i rapporti con Pechino. È una domanda troppo piccola. La questione è se l'Unione vuole costruire una propria capacità industriale e tecnologica sufficiente a non essere costretta ad adattarsi alle decisioni prese altrove.
L'alleanza con gli Stati Uniti resta un pilastro strategico, così come la Cina resta un partner economico di enorme peso. Ma nessuna delle due relazioni può sostituire una strategia europea. Senza capacità produttiva, investimenti, energia competitiva, accesso alle materie prime e tecnologie proprie, la cosiddetta autonomia strategica rischia di rimanere uno slogan.
Il vertice Trump-XI rende quindi evidente soprattutto questo ritardo. Washington e Pechino hanno ormai integrato commercio, industria, tecnologia e sicurezza in un'unica strategia di potenza. L'Europa continua, invece, troppo spesso a trattarli come dossier separati.
Ed è precisamente qui che rischia di perdere terreno.
Il mondo non sta necessariamente entrando in una nuova Guerra fredda. Sta però entrando in una fase nella quale le grandi potenze proteggono sempre di più tecnologie, industrie e catene produttive considerate strategiche, cercando al tempo stesso di evitare che il confronto degeneri.
Per questo il risultato più importante del vertice potrebbe essere proprio ciò che non è accaduto: non c'è stata una nuova guerra commerciale, non c'è stata una rottura diplomatica e non c'è stata un'escalation su Taiwan. È rimasto aperto lo spazio per continuare a negoziare.
Non nasce quindi una nuova amicizia sino-americana. Si consolida piuttosto una tregua pragmatica tra due potenze che non si fidano l'una dell'altra, ma sanno che una rottura totale avrebbe costi enormi.
Per l'Europa, la lezione è più scomoda. Non basta avere regole, mercato e ricchezza. Se non si dispone anche di tecnologia, industria e capacità di decisione, si rischia di assistere alla nuova competizione globale più che di parteciparvi.
E in un mondo definito sempre di più dal rapporto tra Washington e Pechino, assistere potrebbe non bastare più.
Franco Torchia
Analista geopolitico
Per anni il rapporto tra Washington e Pechino è stato raccontato oscillando tra due estremi: una nuova Guerra fredda oppure un ritorno alla cooperazione economica. Oggi appare più chiaro che nessuna delle due immagini descrive davvero ciò che sta accadendo. Stati Uniti e Cina continueranno a confrontarsi sui settori decisivi del potere contemporaneo — intelligenza artificiale, chip, materie prime critiche, batterie, infrastrutture digitali — ma nessuna delle due sembra avere interesse a trasformare questa competizione in uno scontro incontrollabile.
È qui che prende forma una sorta di coesistenza competitiva. Trump vede nella Cina un concorrente economico e tecnologico, ma anche un interlocutore indispensabile. XI considera gli Stati Uniti il principale ostacolo strategico all'ascesa cinese, ma sa che una rottura radicale con Washington avrebbe costi enormi anche per Pechino.
L'intelligenza artificiale mostra bene questa ambivalenza. Entrambi i Paesi vogliono conquistare un vantaggio nelle tecnologie più avanzate, decisive per la crescita economica, la forza militare e l'influenza globale. Gli Stati Uniti continuano a proteggere l'accesso ai chip più sofisticati e a considerare il primato tecnologico una questione di sicurezza nazionale. Eppure Washington e Pechino mantengono aperto un dialogo sui rischi e sulla sicurezza dei sistemi di AI. Non è cooperazione: è il riconoscimento che alcune tecnologie sono diventate troppo potenti per essere lasciate senza regole minime.
Taiwan resta il punto nel quale questa logica incontra il suo limite più evidente. XI ha ribadito la posizione cinese contro l'indipendenza dell'isola, mentre Washington ha confermato che la propria politica non è cambiata. Nessuna tregua commerciale può cancellare questa frattura strategica e, se esiste un dossier nel quale il confronto sino-americano può ancora trasformarsi in crisi aperta, è lo Stretto di Taiwan.
La stessa contraddizione si ritrova oltre l'Asia. Dal Medio Oriente all'Iran, Washington considera ormai Pechino un interlocutore che non può essere ignorato. Il peso economico e diplomatico cinese rende sempre più difficile affrontare le grandi crisi internazionali senza tenerne conto.
Ed è qui che il vertice smette di essere soltanto una vicenda sino-americana e diventa una questione europea.
Il rischio per l'Europa non è semplicemente quello di trovarsi “nel mezzo”. È quello di vedere Stati Uniti e Cina definire le nuove regole del potere economico mentre il continente resta soprattutto un grande mercato di sbocco. Washington lega sempre più apertamente industria e sicurezza nazionale; Pechino utilizza capacità produttiva, materie prime e controllo delle filiere come strumenti strategici. L'Europa, invece, resta vulnerabile proprio nei settori che determineranno la forza dei prossimi decenni.
È questo il nodo vero. Se dipendi dagli altri per i chip, per le terre rare, per le batterie, per il cloud, per una parte crescente dell'intelligenza artificiale e per componenti industriali essenziali, puoi avere un mercato enorme e un apparato normativo sofisticato, ma il tuo margine di scelta politica si restringe.
Per questo l'Europa non può limitarsi a chiedersi se convenga stare più vicina a Washington o preservare maggiormente i rapporti con Pechino. È una domanda troppo piccola. La questione è se l'Unione vuole costruire una propria capacità industriale e tecnologica sufficiente a non essere costretta ad adattarsi alle decisioni prese altrove.
L'alleanza con gli Stati Uniti resta un pilastro strategico, così come la Cina resta un partner economico di enorme peso. Ma nessuna delle due relazioni può sostituire una strategia europea. Senza capacità produttiva, investimenti, energia competitiva, accesso alle materie prime e tecnologie proprie, la cosiddetta autonomia strategica rischia di rimanere uno slogan.
Il vertice Trump-XI rende quindi evidente soprattutto questo ritardo. Washington e Pechino hanno ormai integrato commercio, industria, tecnologia e sicurezza in un'unica strategia di potenza. L'Europa continua, invece, troppo spesso a trattarli come dossier separati.
Ed è precisamente qui che rischia di perdere terreno.
Il mondo non sta necessariamente entrando in una nuova Guerra fredda. Sta però entrando in una fase nella quale le grandi potenze proteggono sempre di più tecnologie, industrie e catene produttive considerate strategiche, cercando al tempo stesso di evitare che il confronto degeneri.
Per questo il risultato più importante del vertice potrebbe essere proprio ciò che non è accaduto: non c'è stata una nuova guerra commerciale, non c'è stata una rottura diplomatica e non c'è stata un'escalation su Taiwan. È rimasto aperto lo spazio per continuare a negoziare.
Non nasce quindi una nuova amicizia sino-americana. Si consolida piuttosto una tregua pragmatica tra due potenze che non si fidano l'una dell'altra, ma sanno che una rottura totale avrebbe costi enormi.
Per l'Europa, la lezione è più scomoda. Non basta avere regole, mercato e ricchezza. Se non si dispone anche di tecnologia, industria e capacità di decisione, si rischia di assistere alla nuova competizione globale più che di parteciparvi.
E in un mondo definito sempre di più dal rapporto tra Washington e Pechino, assistere potrebbe non bastare più.
Franco Torchia
Analista geopolitico
Fonte: Franco Torchia














