Il diplomatico di Hemingway, Giuseppe Greppi, ambasciatore centenario tra Metternich e Grande Guerra, personaggio di «Addio alle armi»
05-07-2026 11:43 - Ambasciate
GD - Roma, 5 lug. 26 - Il diplomatico di Hemingway, Giuseppe Greppi, diplomatico centenario tra Metternich e la Grande Guerra, personaggio di «Addio alle armi»
Nel capitolo XXXIV di Addio alle armi (1929), Ernest Hemingway descrive l'incontro tra il protagonista Frederic Henry e un vecchio diplomatico italiano a Stresa, sul lago Maggiore: un anziano signore «dai capelli e dai baffi bianchi, pieno di distinzione», che aveva «servito in diplomazia sotto l'Austria e poi con l'Italia». Non era un personaggio immaginario. Era il conte Giuseppe Greppi di Bussero e Corneliano, che Hemingway aveva conosciuto di persona durante la sua convalescenza a Milano nell'autunno del 1918.
Il conte Giuseppe Greppi di Bussero e Corneliano, nato a Milano il 25 marzo 1819 e morto a Roma l'8 maggio 1921 all'età di centodue anni, fu uno degli ultimi grandi diplomatici della tradizione ottocentesca europea: nobile, ambasciatore, studioso, saggista. Una figura che attraversò per intero il lungo Ottocento, dalle legazioni austriache alle aule del Senato del Regno d'Italia. La sua vita ha la dimensione di un'era geologica: nacque nell'Europa della Restaurazione e morì nell'Europa uscita dal primo conflitto mondiale.
Aveva intrapreso la carriera nel 1842, fresco di laurea in giurisprudenza conseguita all'Università di Pavia, come addetto dell'ambasciata austriaca presso la Santa Sede. Passò poi alla Cancelleria di Stato di Vienna, dove collaborò con il principe di Metternich. Le Cinque Giornate di Milano del 1848 segnarono la svolta decisiva: abbandonò il servizio imperiale, si trasferì a Torino e aderì all'ambiente liberale piemontese, frequentando Cavour, Massimo d'Azeglio, Vincenzo Gioberti. Nel settembre 1859, con il Risorgimento al suo compimento, entrò nel corpo diplomatico del Regno di Sardegna.
La carriera italiana lo portò a Londra, Berlino, Atene, Costantinopoli, dove resse la legazione come incaricato d'affari, poi a Stoccarda, Monaco di Baviera, Madrid. Nel 1883, per nomina del Ministro degli Affari Esteri Pasquale Stanislao Mancini, fu destinato come ambasciatore a San Pietroburgo: l'apice di una vicenda diplomatica che aveva attraversato quattro decenni e le cancellerie di mezza Europa. Un dispaccio dell'ambasciatore britannico a Roma del 1886 lo definì «decano dei diplomatici italiani per esperienza e moderazione».
Collocato a riposo nel 1888, fu nominato senatore del Regno d'Italia il 20 novembre 1891, nella categoria dei diplomatici di lungo servizio.
Greppi fu anche storico e saggista di valore. Tra i suoi scritti, le “Révélations diplomatiques sur les relations de la Sardaigne avec l'Autriche et la Russie pendant la première et la deuxième coalition” (Paris, Amyot, 1859) e “La scuola del diplomatico” (Milano, 1892) restituiscono un intellettuale di metodo rigoroso, capace di intrecciare la testimonianza diretta con l'analisi storica.
La sua figura fu celebrata nel 1919 da Raffaele De Cesare nel volume “Il Conte Giuseppe Greppi e i suoi ricordi diplomatici (1842–1888)”, (Roma, Tipografia del Senato), pubblicato proprio nell'anno in cui Greppi compiva il suo secolo di vita. De Cesare, che ne aveva seguito per anni le conversazioni e raccolto diari e corrispondenza, descrisse il vecchio ambasciatore come un «fenomeno di conservazione intellettuale e fisica»: condizioni di spirito e di salute che avrebbero stupito chiunque, e che bastarono a forgiare una leggenda nella Milano del dopoguerra.
Fu nell'autunno del 1918 che Ernest Hemingway incontrò Greppi. Il giovane scrittore americano, giunto in Italia nel giugno 1918 come volontario della Croce Rossa americana con l'incarico di distribuire generi di conforto alle truppe, era rimasto gravemente ferito in luglio vicino a Fossalta di Piave (Venezia), colpito da una granata austriaca: una ferita che gli sarebbe rimasta nel corpo per il resto della vita, sotto forma di centinaia di schegge. Ricoverato a Milano all'ospedale della Croce Rossa, vi trascorse alcuni mesi di convalescenza, durante i quali frequentò la società milanese e incontrò il vecchio ambasciatore italiano. La traccia di quell'incontro sarebbe rimasta impressa nella sua memoria letteraria.
Undici anni dopo, nel 1929, in “A Farewell to Arms” Hemingway dedica al diplomatico l'intero capitolo XXXIV, collocando l'incontro a Stresa, sulla riva piemontese del lago Maggiore e dopo la rotta di Caporetto, costruendo un dialogo memorabile sospeso tra il gioco leggero del biliardo e la riflessione grave su guerra, saggezza e morte. Nel romanzo, il conte Greppi ha novantaquattro anni, visto che Hemingway ritocca l'età per esigenze narrative rispetto ai novantanove che il diplomatico aveva effettivamente nel 1918, quando i due si incontrarono nella realtà, e gioca «con uno stile facile e sicuro che sorprendeva, nella fragile apparenza dei suoi novant'anni». Il suo destino, annota lo scrittore, «era diventare centenario».
Come scrisse l'amb. Giuseppe Cerulli Irelli in “Affari Esteri” (n. 77, 1988, p. 122), Greppi era «riguardato ed osservato come un vivente cimelio di tempi che furono»: un uomo la cui vita, stratificata come gli anelli di un albero antico, conteneva in sé l'intera storia del continente, «avendo attraversato i regni di Carlo Felice, di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele II, di Umberto I».
Ed è proprio questa profondità di esperienza a conferire ai suoi scambi con Hemingway quella qualità particolare che va oltre la semplice conversazione: quando il protagonista gli chiede «Che cosa pensa sinceramente della guerra?», il conte risponde con quattro parole: «Mi pare una cosa stupida». E quando Frederic Henry, sorpreso dalla sua lucidità, la confonde con la saggezza, Greppi lo corregge con quella distinzione sottile che separa la rassegnazione dall'intelligenza: «Caro ragazzo, questa non è saggezza. È cinismo».
Arturo Varè
Di seguito, alcuni estratti del capitolo XXXIV di “Addio alle armi” dedicato all'incontro tra Frederic Henry e il conte Greppi.
Ernest Hemingway, “Addio alle armi” (1929), cap. XXXIV [estratti]
Il conte Greppi aveva 94 anni; era stato giovane ai tempi di Metternich e, adesso, era un vecchio signore dai capelli e dai baffi bianchi, pieno di distinzione. Aveva servito in diplomazia sotto l'Austria e poi con l'Italia, e i ricevimenti che dava per i suoi compleanni facevano data nella società milanese. Il suo destino era diventare centenario. Giocava al biliardo con uno stile facile e sicuro che sorprendeva, nella fragile apparenza dei suoi novant'anni.
Trovai il conte Greppi che registrava da solo i suoi colpi e pareva davvero fragile nella luce che lo colpiva dall'alto. Su un tavolino da gioco, stava un secchiello d'argento, sporgevano di tra il ghiaccio le incollature di due bottiglie di champagne. Il conte Greppi si drizzò vedendomi entrare, mi venne incontro e mi stese la mano.
— Sono così contento che sia venuto. È molto gentile da parte sua di giocare con me. — È stato molto gentile lei a chiamarmi. — Come sta? Si è ristabilito del tutto? So che è rimasto ferito, sull'Isonzo. Spero che sarà completamente a posto. — Sto benissimo, grazie. E per lei sono passati bene questi mesi? — Oh, io sto sempre bene ma invecchio. Non mi mancano adesso i segni dell'età. — Non riesco a crederlo. — Sì. Vuole saperne una? Adesso, vede, provo un certo sollievo quando parlo l'italiano. Cerco di farmi forza, ma appena sono un po' stanco trovo che è riposante parlare italiano. È un avvertimento che invecchio. — Parliamo in italiano. Mi sento anch'io un po' stanco. — Oh, ma se lei è stanco le riuscirà più facile parlare in inglese. — Americano. — Già, americano. Parli americano, la prego. È una lingua bellissima l'americano.
[...] Riprendemmo a giocare, bevendo champagne tra un colpo e l'altro e chiacchierando in italiano, ma poco, tutti intenti al gioco; il conte Greppi fece cento e uno lasciandomi a novantaquattro, e sorrise battendomi un leggero colpo sulla spalla.
— Ora berremo l'altra bottiglia e lei mi parlerà della guerra. Non volle sedersi prima di me. — Se parlassimo di qualche cosa d'altro? domandai. — Non vuole parlare di guerra? Bene. Che cosa ha letto di bello in questi mesi? — Non ho letto nulla. Temo di diventare cretino. — Certo no. Ma bisogna leggere.
[...] — Povero ragazzo! Ma nessuno di noi si intende dell'anima. Lei è credente? — Quando è buio.
Il conte Greppi sorrise, facendo girare il bicchiere tra le dita.
— Io speravo di diventarlo invecchiando, ma non posso dire d'esserci riuscito. E mi spiace molto. — Desidera di vivere anche dopo la morte? gli domandai. [...] — Secondo il genere di vita. Questa d'ora, sì, a me pare seducentissima. Vorrei viverla sempre. Sorrise. Del resto, ci son già quasi riuscito.
— Quante cose le sembreranno strane, se invecchierà come me. — Ma lei non ha nulla d'un vecchio. — Sì, il mio corpo è invecchiato. A volte temo che un dito mi si spezzi e cada come un'asticciola di creta. E intanto lo spirito non invecchia. Non è molto più savio di prima. — Lei è pieno di saggezza. — No, è una leggenda la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi. Diventano solo prudenti. — Forse sarà questo esser savi? — Ma è molto sgradevole, questo modo di esserlo. Lei che cosa apprezza di più? — Le persone che amo. — Anch'io. E non è essere savi. È attaccato molto alla vita? — Sì. — Anch'io. Perchè è tutto quello che ho.
— Che cosa pensa sinceramente della guerra? gli domandai. — Mi pare una cosa stupida. — Chi vincerà alla fine? — L'Italia. — Perché? — È il paese più giovane. — Sempre vincono i paesi più giovani? — Per un certo tempo sì, vincono i paesi giovani. — E dopo? — Invecchiano. — E diceva di non essere saggio! — Caro ragazzo, questa non è saggezza. È cinismo. — A me pare saggezza. — Non esattamente. Potrei citarle anche degli esempi in contrario. Ma non è sbagliato del tutto.
[...] Il conte Greppi si alzò.
— Spero che avrà molta fortuna. Che sarà sempre felice e sano. — Grazie. Io le auguro di vivere sempre. — Grazie. È quasi fatto. Ma se mai diventerà religioso, preghi per me dopo la mia morte. Sto già incaricandone gli amici. Speravo di diventare credente, ma non è stato così.
Credetti d'intravedere un sorriso amaro, ma non ne fui certo; era tanto vecchio, aveva il viso così fitto di rughe, che ogni sorriso impegnava tutti i lineamenti e si perdevano le sfumature.
— Non è impossibile ch'io diventi credente. In ogni caso pregherò per lei. — Ho sempre immaginato di aver la fede al momento di morire. Tutti i miei sono morti così; ma non so come, non è il mio caso. — Forse è presto per dirlo. — Forse è già tardi. Forse sono passato al di là dei sentimenti religiosi. — I miei nascono nel buio. — Pure è innamorato. Non dimentichi che è un sentimento religioso. — Lei crede? — Certo. Fece un passo verso il tavolino. È stato veramente gentile a venire. — Mi sono divertito moltissimo.
Nel capitolo XXXIV di Addio alle armi (1929), Ernest Hemingway descrive l'incontro tra il protagonista Frederic Henry e un vecchio diplomatico italiano a Stresa, sul lago Maggiore: un anziano signore «dai capelli e dai baffi bianchi, pieno di distinzione», che aveva «servito in diplomazia sotto l'Austria e poi con l'Italia». Non era un personaggio immaginario. Era il conte Giuseppe Greppi di Bussero e Corneliano, che Hemingway aveva conosciuto di persona durante la sua convalescenza a Milano nell'autunno del 1918.
Il conte Giuseppe Greppi di Bussero e Corneliano, nato a Milano il 25 marzo 1819 e morto a Roma l'8 maggio 1921 all'età di centodue anni, fu uno degli ultimi grandi diplomatici della tradizione ottocentesca europea: nobile, ambasciatore, studioso, saggista. Una figura che attraversò per intero il lungo Ottocento, dalle legazioni austriache alle aule del Senato del Regno d'Italia. La sua vita ha la dimensione di un'era geologica: nacque nell'Europa della Restaurazione e morì nell'Europa uscita dal primo conflitto mondiale.
Aveva intrapreso la carriera nel 1842, fresco di laurea in giurisprudenza conseguita all'Università di Pavia, come addetto dell'ambasciata austriaca presso la Santa Sede. Passò poi alla Cancelleria di Stato di Vienna, dove collaborò con il principe di Metternich. Le Cinque Giornate di Milano del 1848 segnarono la svolta decisiva: abbandonò il servizio imperiale, si trasferì a Torino e aderì all'ambiente liberale piemontese, frequentando Cavour, Massimo d'Azeglio, Vincenzo Gioberti. Nel settembre 1859, con il Risorgimento al suo compimento, entrò nel corpo diplomatico del Regno di Sardegna.
La carriera italiana lo portò a Londra, Berlino, Atene, Costantinopoli, dove resse la legazione come incaricato d'affari, poi a Stoccarda, Monaco di Baviera, Madrid. Nel 1883, per nomina del Ministro degli Affari Esteri Pasquale Stanislao Mancini, fu destinato come ambasciatore a San Pietroburgo: l'apice di una vicenda diplomatica che aveva attraversato quattro decenni e le cancellerie di mezza Europa. Un dispaccio dell'ambasciatore britannico a Roma del 1886 lo definì «decano dei diplomatici italiani per esperienza e moderazione».
Collocato a riposo nel 1888, fu nominato senatore del Regno d'Italia il 20 novembre 1891, nella categoria dei diplomatici di lungo servizio.
Greppi fu anche storico e saggista di valore. Tra i suoi scritti, le “Révélations diplomatiques sur les relations de la Sardaigne avec l'Autriche et la Russie pendant la première et la deuxième coalition” (Paris, Amyot, 1859) e “La scuola del diplomatico” (Milano, 1892) restituiscono un intellettuale di metodo rigoroso, capace di intrecciare la testimonianza diretta con l'analisi storica.
La sua figura fu celebrata nel 1919 da Raffaele De Cesare nel volume “Il Conte Giuseppe Greppi e i suoi ricordi diplomatici (1842–1888)”, (Roma, Tipografia del Senato), pubblicato proprio nell'anno in cui Greppi compiva il suo secolo di vita. De Cesare, che ne aveva seguito per anni le conversazioni e raccolto diari e corrispondenza, descrisse il vecchio ambasciatore come un «fenomeno di conservazione intellettuale e fisica»: condizioni di spirito e di salute che avrebbero stupito chiunque, e che bastarono a forgiare una leggenda nella Milano del dopoguerra.
Fu nell'autunno del 1918 che Ernest Hemingway incontrò Greppi. Il giovane scrittore americano, giunto in Italia nel giugno 1918 come volontario della Croce Rossa americana con l'incarico di distribuire generi di conforto alle truppe, era rimasto gravemente ferito in luglio vicino a Fossalta di Piave (Venezia), colpito da una granata austriaca: una ferita che gli sarebbe rimasta nel corpo per il resto della vita, sotto forma di centinaia di schegge. Ricoverato a Milano all'ospedale della Croce Rossa, vi trascorse alcuni mesi di convalescenza, durante i quali frequentò la società milanese e incontrò il vecchio ambasciatore italiano. La traccia di quell'incontro sarebbe rimasta impressa nella sua memoria letteraria.
Undici anni dopo, nel 1929, in “A Farewell to Arms” Hemingway dedica al diplomatico l'intero capitolo XXXIV, collocando l'incontro a Stresa, sulla riva piemontese del lago Maggiore e dopo la rotta di Caporetto, costruendo un dialogo memorabile sospeso tra il gioco leggero del biliardo e la riflessione grave su guerra, saggezza e morte. Nel romanzo, il conte Greppi ha novantaquattro anni, visto che Hemingway ritocca l'età per esigenze narrative rispetto ai novantanove che il diplomatico aveva effettivamente nel 1918, quando i due si incontrarono nella realtà, e gioca «con uno stile facile e sicuro che sorprendeva, nella fragile apparenza dei suoi novant'anni». Il suo destino, annota lo scrittore, «era diventare centenario».
Come scrisse l'amb. Giuseppe Cerulli Irelli in “Affari Esteri” (n. 77, 1988, p. 122), Greppi era «riguardato ed osservato come un vivente cimelio di tempi che furono»: un uomo la cui vita, stratificata come gli anelli di un albero antico, conteneva in sé l'intera storia del continente, «avendo attraversato i regni di Carlo Felice, di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele II, di Umberto I».
Ed è proprio questa profondità di esperienza a conferire ai suoi scambi con Hemingway quella qualità particolare che va oltre la semplice conversazione: quando il protagonista gli chiede «Che cosa pensa sinceramente della guerra?», il conte risponde con quattro parole: «Mi pare una cosa stupida». E quando Frederic Henry, sorpreso dalla sua lucidità, la confonde con la saggezza, Greppi lo corregge con quella distinzione sottile che separa la rassegnazione dall'intelligenza: «Caro ragazzo, questa non è saggezza. È cinismo».
Arturo Varè
Di seguito, alcuni estratti del capitolo XXXIV di “Addio alle armi” dedicato all'incontro tra Frederic Henry e il conte Greppi.
Ernest Hemingway, “Addio alle armi” (1929), cap. XXXIV [estratti]
Il conte Greppi aveva 94 anni; era stato giovane ai tempi di Metternich e, adesso, era un vecchio signore dai capelli e dai baffi bianchi, pieno di distinzione. Aveva servito in diplomazia sotto l'Austria e poi con l'Italia, e i ricevimenti che dava per i suoi compleanni facevano data nella società milanese. Il suo destino era diventare centenario. Giocava al biliardo con uno stile facile e sicuro che sorprendeva, nella fragile apparenza dei suoi novant'anni.
Trovai il conte Greppi che registrava da solo i suoi colpi e pareva davvero fragile nella luce che lo colpiva dall'alto. Su un tavolino da gioco, stava un secchiello d'argento, sporgevano di tra il ghiaccio le incollature di due bottiglie di champagne. Il conte Greppi si drizzò vedendomi entrare, mi venne incontro e mi stese la mano.
— Sono così contento che sia venuto. È molto gentile da parte sua di giocare con me. — È stato molto gentile lei a chiamarmi. — Come sta? Si è ristabilito del tutto? So che è rimasto ferito, sull'Isonzo. Spero che sarà completamente a posto. — Sto benissimo, grazie. E per lei sono passati bene questi mesi? — Oh, io sto sempre bene ma invecchio. Non mi mancano adesso i segni dell'età. — Non riesco a crederlo. — Sì. Vuole saperne una? Adesso, vede, provo un certo sollievo quando parlo l'italiano. Cerco di farmi forza, ma appena sono un po' stanco trovo che è riposante parlare italiano. È un avvertimento che invecchio. — Parliamo in italiano. Mi sento anch'io un po' stanco. — Oh, ma se lei è stanco le riuscirà più facile parlare in inglese. — Americano. — Già, americano. Parli americano, la prego. È una lingua bellissima l'americano.
[...] Riprendemmo a giocare, bevendo champagne tra un colpo e l'altro e chiacchierando in italiano, ma poco, tutti intenti al gioco; il conte Greppi fece cento e uno lasciandomi a novantaquattro, e sorrise battendomi un leggero colpo sulla spalla.
— Ora berremo l'altra bottiglia e lei mi parlerà della guerra. Non volle sedersi prima di me. — Se parlassimo di qualche cosa d'altro? domandai. — Non vuole parlare di guerra? Bene. Che cosa ha letto di bello in questi mesi? — Non ho letto nulla. Temo di diventare cretino. — Certo no. Ma bisogna leggere.
[...] — Povero ragazzo! Ma nessuno di noi si intende dell'anima. Lei è credente? — Quando è buio.
Il conte Greppi sorrise, facendo girare il bicchiere tra le dita.
— Io speravo di diventarlo invecchiando, ma non posso dire d'esserci riuscito. E mi spiace molto. — Desidera di vivere anche dopo la morte? gli domandai. [...] — Secondo il genere di vita. Questa d'ora, sì, a me pare seducentissima. Vorrei viverla sempre. Sorrise. Del resto, ci son già quasi riuscito.
— Quante cose le sembreranno strane, se invecchierà come me. — Ma lei non ha nulla d'un vecchio. — Sì, il mio corpo è invecchiato. A volte temo che un dito mi si spezzi e cada come un'asticciola di creta. E intanto lo spirito non invecchia. Non è molto più savio di prima. — Lei è pieno di saggezza. — No, è una leggenda la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi. Diventano solo prudenti. — Forse sarà questo esser savi? — Ma è molto sgradevole, questo modo di esserlo. Lei che cosa apprezza di più? — Le persone che amo. — Anch'io. E non è essere savi. È attaccato molto alla vita? — Sì. — Anch'io. Perchè è tutto quello che ho.
— Che cosa pensa sinceramente della guerra? gli domandai. — Mi pare una cosa stupida. — Chi vincerà alla fine? — L'Italia. — Perché? — È il paese più giovane. — Sempre vincono i paesi più giovani? — Per un certo tempo sì, vincono i paesi giovani. — E dopo? — Invecchiano. — E diceva di non essere saggio! — Caro ragazzo, questa non è saggezza. È cinismo. — A me pare saggezza. — Non esattamente. Potrei citarle anche degli esempi in contrario. Ma non è sbagliato del tutto.
[...] Il conte Greppi si alzò.
— Spero che avrà molta fortuna. Che sarà sempre felice e sano. — Grazie. Io le auguro di vivere sempre. — Grazie. È quasi fatto. Ma se mai diventerà religioso, preghi per me dopo la mia morte. Sto già incaricandone gli amici. Speravo di diventare credente, ma non è stato così.
Credetti d'intravedere un sorriso amaro, ma non ne fui certo; era tanto vecchio, aveva il viso così fitto di rughe, che ogni sorriso impegnava tutti i lineamenti e si perdevano le sfumature.
— Non è impossibile ch'io diventi credente. In ogni caso pregherò per lei. — Ho sempre immaginato di aver la fede al momento di morire. Tutti i miei sono morti così; ma non so come, non è il mio caso. — Forse è presto per dirlo. — Forse è già tardi. Forse sono passato al di là dei sentimenti religiosi. — I miei nascono nel buio. — Pure è innamorato. Non dimentichi che è un sentimento religioso. — Lei crede? — Certo. Fece un passo verso il tavolino. È stato veramente gentile a venire. — Mi sono divertito moltissimo.
Fonte: Arturo Varè














