News
percorso: Home > News > Opinioni

Gli Stati Uniti di Trump al C&P Geopolitical Report

29-07-2026 15:01 - Opinioni
GD – Roma, 29 lug. 26 - Un primo bilancio tra sfide e opportunità degli USA è contenuto nel terzo appuntamento dei “C&P Geopolitical Talks”, il ciclo di incontri promosso da Comin & Partners per approfondire le principali trasformazioni dello scenario internazionale, dedicato agli Stati Uniti, tracciando un primo bilancio della nuova fase politica apertasi con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Nel 250° anniversario dell'Indipendenza americana e a pochi mesi dalle elezioni di Mid-term, l'incontro ha rappresentato un'occasione per analizzare le direttrici della politica statunitense e comprendere in quale misura il secondo mandato di Trump stia modificando gli equilibri geopolitici e le relazioni transatlantiche.
L'appuntamento ha riunito relatori di alto profilo: gli onorevoli Andrea Di Giuseppe e Vincenzo Amendola, entrambi membri della III Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati; il giornalista Mario Sechi; Giulio Sapelli, professore emerito di Storia Economica. A moderare il dibattito è stata Giuliana Ricozzi, giornalista de “The Financial Times”.
Dal confronto è emerso un quadro articolato sul futuro dell'Europa e sugli strumenti necessari per rafforzarne la competitività. Il trumpismo non appare come una parentesi legata esclusivamente alla personalità di Donald Trump, bensì come l'espressione di un cambiamento più profondo della politica americana. La competizione globale è sempre più industriale, tecnologica ed economica, e costringe l'Europa a interrogarsi sulla propria capacità di agire come soggetto politico e strategico.
Il secondo mandato di Trump: da intuizione a progetto politico Mario Sechi ha evidenziato come la principale differenza tra il primo e il secondo mandato di Donald Trump risieda nell'esperienza maturata e nella maggiore definizione del progetto politico. Nel 2017 Trump era arrivato alla Casa Bianca con una serie di intuizioni forti, ma ancora prive di una struttura pienamente consolidata. Il primo mandato era stato caratterizzato anche dal tentativo di confrontarsi con gli apparati tradizionali del potere americano e di operare, almeno in parte, all'interno delle regole dell'establishment. Nel secondo mandato, al contrario, Trump è tornato alla presidenza con una visione già strutturata, una squadra maggiormente allineata e un programma più coerente con l'obiettivo di trasformare il ruolo internazionale degli Stati Uniti.
Al centro di questa impostazione vi è la volontà di correggere quelli che l'amministrazione considera i principali squilibri sostenuti per decenni dall'economia americana. Il ricorso ai dazi, la pressione sugli alleati affinché aumentino gli investimenti nella difesa e la revisione degli accordi commerciali rispondono a una medesima logica: ridurre il costo economico dell'ordine internazionale per gli Stati Uniti e ricostruire condizioni ritenute più favorevoli per l'industria e per i lavoratori americani. La politica commerciale non può quindi essere letta separatamente dalla politica estera e di sicurezza. I dazi non rappresentano soltanto uno strumento di protezione economica, così come la richiesta rivolta agli alleati di sostenere una quota maggiore delle spese militari non riguarda esclusivamente la NATO.
Entrambe le scelte fanno parte di un tentativo più ampio di riequilibrare le relazioni internazionali secondo il principio dell'interesse nazionale americano. Per Mario Sechi, l'Europa si trova di conseguenza davanti a un bivio. Può continuare a difendere il paradigma politico, industriale e regolatorio degli ultimi decenni, oppure può adattarsi a uno scenario nel quale la protezione americana non è più considerata automatica e in cui le relazioni economiche sono sottoposte a una crescente pressione politica. Nei prossimi mesi la necessità di rispondere alle scelte statunitensi potrebbe costringere l'Unione Europea a individuare una nuova strada, soprattutto nei settori della difesa, dell'industria e della tecnologia.
Il trumpismo oltre Trump L'on. Andrea Di Giuseppe ha sottolineato come il cambiamento in corso non possa essere ricondotto esclusivamente alla figura di Donald Trump. Anche quando l'attuale Presidente non sarà più alla Casa Bianca, molti degli elementi introdotti o rafforzati dal trumpismo resteranno radicati nella politica statunitense. Per anni, ha osservato Di Giuseppe, si è ritenuto che fosse l'economia a determinare le scelte geopolitiche. Oggi appare sempre più evidente che il processo può essere anche inverso, con gli interessi strategici, la sicurezza nazionale e la competizione tra potenze a orientare le politiche industriali, commerciali e tecnologiche. Il protezionismo, il controllo delle filiere, le restrizioni sulle tecnologie sensibili e la localizzazione degli investimenti sono diventati strumenti della competizione geopolitica.
Gli Stati Uniti stanno agendo come una superpotenza concentrata sulla protezione dei propri interessi, mentre la Cina porta avanti a sua volta una strategia di espansione economica, industriale e tecnologica. Il principale terreno di confronto globale è rappresentato proprio dalla relazione tra Washington e Pechino, rispetto alla quale le altre potenze sono chiamate a definire la propria posizione. In questo quadro, la valutazione delle politiche di Trump cambia a seconda della prospettiva adottata. Dal punto di vista americano, la domanda centrale è se i cittadini e le imprese degli Stati Uniti si trovino oggi in una situazione migliore rispetto al passato. Trump viene valutato sulla base della sua capacità di tutelare gli interessi americani. La crescita di alcuni Stati federali, come Florida e Texas, e la capacità degli Stati Uniti di attrarre investimenti mostrano un sistema economico ancora fortemente dinamico.
Washington sta inoltre riposizionando le proprie alleanze e i propri accordi commerciali nei luoghi in cui ritiene di poter ottenere i maggiori vantaggi economici e strategici. La spinta prodotta dall'amministrazione americana, tuttavia, può rappresentare anche un'opportunità per l'Europa. La pressione esterna potrebbe costringerla a uscire da una condizione di immobilismo, ridurre gli ostacoli normativi e permettere alle singole economie nazionali di esprimere con maggiore efficacia le proprie specializzazioni. Per l'Italia ciò significa, in particolare, valorizzare la manifattura, le competenze industriali e la capacità delle imprese di competere sui mercati internazionali.
Europa e interesse nazionale: quale risposta alla competizione globale? Lo scenario in rapida evoluzione costringe l'Europa a riflettere sul proprio ruolo. L'on. Vincenzo Amendola ha invitato a superare una lettura esclusivamente ideologica della politica americana, concentrandosi sulle trasformazioni strutturali che precedono lo stesso Trump. L'aumento della spesa per la difesa, la crescente centralità della competizione con la Cina, il sostegno ai grandi operatori digitali e l'utilizzo della fiscalità come leva industriale sono tendenze maturate nel tempo e destinate a proseguire anche dopo la conclusione dell'attuale presidenza. Di fronte a questa evoluzione, l'Europa non può limitarsi a discutere della propria architettura istituzionale, ma deve decidere in quali settori vuole competere e con quali strumenti. La questione riguarda la ricerca, l'industria, le infrastrutture tecnologiche, l'intelligenza artificiale e la possibilità di creare soggetti economici dotati della scala necessaria per confrontarsi con le piattaforme americane e cinesi.
Secondo Amendola, la sfida globale ha raggiunto dimensioni che difficilmente possono essere affrontate dai singoli Stati europei. Stati Uniti e Cina esprimono la propria potenza attraverso enormi investimenti, politiche industriali coordinate, ricerca avanzata e capacità di integrare le scelte economiche con gli obiettivi geopolitici. Pensare che ogni Paese europeo possa rispondere separatamente rischia quindi di accentuare la marginalizzazione del continente. Da qui la necessità di promuovere investimenti comuni e cooperazioni rafforzate, anche senza attendere l'unanimità dei ventisette Stati membri. Nei settori strategici, gruppi di Paesi disponibili potrebbero avviare progetti condivisi e costruire campioni industriali e tecnologici continentali.
L'on. Di Giuseppe ha posto maggiormente l'accento sulla necessità di ridurre le rigidità europee e restituire capacità di azione agli Stati membri. L'Unione dovrebbe concentrarsi sugli accordi quadro e sulle questioni che richiedono effettivamente una dimensione continentale, evitando di limitare con regolamentazioni eccessive le potenzialità dei singoli sistemi produttivi. Il confronto ha quindi fatto emergere due prospettive differenti ma possibilmente convergenti: da un lato, la necessità di una maggiore integrazione industriale e strategica europea; dall'altro, l'esigenza di rendere l'Unione meno burocratica e più attenta alle specificità produttive nazionali.
Le sfide della governance europea. Un ulteriore tema emerso dal confronto ha riguardato il rapporto tra interesse nazionale e meccanismi decisionali dell'Unione europea. L'on. Vincenzo Amendola ha richiamato il tema del diritto di veto, evidenziando come il suo utilizzo in ambiti come la fiscalità possa generare squilibri competitivi tra gli Stati membri. Secondo Amendola, l'obiettivo non deve essere una contrapposizione ideologica sull'Europa, ma una riflessione concreta su quali strumenti siano necessari per rafforzare la competitività italiana ed europea. La sfida, dunque, è costruire un'Unione capace di coniugare regole, competitività e capacità decisionale. Internazionalizzazione e crescita del sistema produttivo italiano.
L'on. Andrea Di Giuseppe ha sottolineato come l'internazionalizzazione non debba essere interpretata automaticamente come perdita di valore per il sistema Paese. La presenza produttiva sui mercati esteri può infatti rappresentare una leva di crescita, mantenendo in Italia funzioni strategiche come ricerca, progettazione, competenze tecniche e filiere di fornitura. In un contesto caratterizzato da nuove barriere commerciali e da una crescente competizione tra sistemi industriali, secondo Di Giuseppe è necessario sostenere soprattutto la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese, accompagnandole nei processi di apertura internazionale. Il tema non riguarda soltanto la tutela del Made in Italy tradizionale, ma la capacità di valorizzare l'intero sistema produttivo nazionale, che comprende manifattura avanzata, meccanica, tecnologia e componentistica, oltre all'agroalimentare.
Conclusioni: il ritorno della politica e il nuovo ordine internazionale Nelle conclusioni, il prof. Giulio Sapelli, professore emerito di Storia Economica, ha inserito il dibattito sulla presidenza Trump all'interno della più ampia trasformazione dell'ordine mondiale. Secondo Sapelli, il sistema internazionale costruito dopo la Guerra Fredda sta attraversando una fase di progressiva disgregazione: l'idea che l'interdipendenza economica potesse garantire automaticamente stabilità e convergenza tra le potenze si è rivelata insufficiente. Russia e Cina hanno saputo utilizzare gli strumenti della globalizzazione rafforzando al contempo proprie strategie nazionali, mentre la competizione geopolitica è tornata a orientare le scelte economiche. In questo scenario, l'Europa è chiamata a una scelta strategica: dotarsi di strumenti politici più solidi e di una maggiore capacità di azione oppure rischiare una progressiva marginalizzazione.
Per Sapelli, il nuovo principio di realtà richiede di riportare al centro la produzione, l'industria e gli incentivi economici, superando una visione prevalentemente fondata sulla regolazione. La principale sfida per l'Italia consiste nel collocarsi in questo nuovo scenario senza rinunciare alla propria vocazione europea, ma contribuendo a costruire un'Unione più autorevole, pragmatica e capace di difendere i propri interessi. La competizione globale non si gioca più soltanto attraverso la diplomazia o il commercio, ma attraverso la capacità di integrare politica, industria, ricerca, tecnologia e sicurezza. Comprendere gli Stati Uniti di Trump significa quindi interrogarsi sulle scelte che l'Italia dovrà compiere per non rimanere ai margini del nuovo ordine internazionale e sul futuro stesso dell'Europa.


Fonte: Comin&Partners
Documenti allegati
Dimensione: 4,00 MB