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Giorno Memoria: interrogarsi sul senso stato e dignità nazionale delle nostre istituzioni

03-02-2026 12:20 - Opinioni
GD - Roma, 3 feb. 26 - L'amb. Gianfranco Giorgolo, con alle spalle 40 anni in diplomazia anche in scacchieri delicati, originario dell'Isola di Veglia (ora Croazia), ben conosce le vicende e vicissitudini sviluppatesi molto dolorosamente sul confine tra Italia e la ex Jugoslavia. In occasione del Giorno della Memoria ha raccolto riflessioni che fanno luce su diversi ingiusti luoghi comuni storici.

Nel contesto delle quanto mai doverose commemorazioni annuali del “Giorno della Memoria” delI'OIocausto, da parte Italiana si è ripetutamente sostenuto – anche ai più alti livelli istituzionali — che la nostra Patria avrebbe «fornito un valido contributo allo sterminio degli ebrei». Lascia altresì perplessi l'accomunare poi le azioni degli eserciti tedeschi «in una durissima occupazione nazifascista» (della Jugoslavia) che sembra voler attribuire aII'ItaIia crimini della Germania e ancor più delle orde partigiane di Tito nei confronti di Serbi, Croati, Sloveni e Bosniaci anticomunisti, come ripetutamente documentato ma negato da molte istanze nostrane!
Si tratta di madornali falsi storici, come si evince dall'esame di documenti ufficiali dell'epoca e da molteplici testimonianze ebraico-israeliane tra cui, in particolare il libro di Menachem Shelah «Un debito di gratitudine» e il saggio di Milo Zeev «Bravi Italiani, La resistenza italiana contro l'olocausto in Croazia Storia ed esperienza personale». Il primo autore si definisce «uno degli scampati all'eccidio e di coloro che gli italiani si rifiutarono di consegnare ai carnefici tedeschi» ed aggiunge che ha voluto «raccontare questa storia, farla conoscere al pubblico e in tal modo cercare di pagare almeno in parte il mio debito di riconoscenza» aIl'ItaIia. Egli documenta come alti funzionari del ministro degli Esteri italiano, con l'autorizzazione dello stesso ministro Galeazzo Ciano — che ottenne il relativo nulla osta da Benito Mussolini — insieme ad ufficiali superiori delle nostre truppe di occupazione nella ex Jugoslavia, per due anni si opposero con successo alle ripetute e insistenti richieste Ustascia e Naziste di consegnare circa 5.000 ebrei fuggiti dalle altre zone dell'ex Jugoslavia per rifugiarsi in quelle occupate dagli Italiani. Eloquente e significativa è anche l'affermazione che «gli ebrei salvati devono la vita agli sforzi compiuti da funzionari e ufficiali italiani, fascisti certo, ma non disposti a partecipare ad un genocidio».
Per quanto riguarda la promulgazione delle leggi razziali, Menachem Shelah riferisce che essa non impedì a migliaia di ebrei profughi dalla Germania e dall'Austria di trovare rifugio in Italia. Legalmente, le autorità italiane avrebbero dovuto espellere i profughi; in pratica, nessun profugo fu ricacciato nel Reich e solo coloro che entrarono in possesso di un visto per un altro paese lasciarono l'Italia.
Un altro superstite ebreo croato, Yossef Lapid, scrisse sin dal 1985 che Shelah aveva «reso un servizio molto importante alla verità storica e, quindi, all'immagine deII'ItaIia e al popolo italiano facendo luce su questo sinora sconosciuto episodio che minacciava di cadere dimenticato neII'abisso delle tenebre che avvolgono i giorni della Seconda Guerra Mondiale».
AI riguardo il prof. Antonello Biagini, ordinario di Storia deII'Europa Orientale alla Sapienza Università di Roma, scriveva nel 1991: «Il volume di Shelah tratta il tema in questione con grande equilibrio ed onestà intellettuale... La gestione militare della questione ebraica e la sua evoluzione si configurano come uno dei grandi punti d'attrito nei rapporti interni alle forze d'occupazione» dell'ex-JugosIavia.
Tali verità storiche sono state dimenticate, anche dopo la visita nell'agosto 1985, dall'aIIora presidente Sandro Pertini di una delegazione ufficiale israeliana inviata dal “Comitato per la riconoscenza al popolo Italiano” quest'ultima espresse tutta la gratitudine di Israele nei confronti di coloro che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano salvato la vita a circa 30.000 ebrei di cui 5.000 nella ex Jugoslavia.
Da molteplici testimonianze ebraiche e da documenti italiani emerge inoltre inequivocabilmente che — nonostante le ignominiose leggi razziali — da parte italiana "ci fu il rifiuto“ di contribuire al sistematico sterminio operato dai nazisti e che l'ltalia non prese parte al genocidio, quale unico Stato dei Paesi deII'Asse a contrastare le direttive della “soluzione finale”. Ne risulta inoltre che «ebrei di nazionalità italiana non furono deportati nei campi di sterminio tedeschi finché l'ItaIia non cadde, dopo I'8 settembre 1943, sotto il diretto dominio nazista».
Abbiamo constatato invece come sia riuscito il tentativo, cui come italiano mi sono sempre personalmente opposto, di molti soggetti di lingua madre tedesca, ma anche di comunisti antifascisti nostrani e non, di far rientrare nel "fascismo” – impossessandosi di tale parola piaccia o no – attribuendo così indirettamente all'ItaIia i crimini del "nazional sozialismus”: i primi perché annacquavano l'orrore teutonico in una parola straniera, i secondi in quanto essa non si riferiva esplicitamente al socialismo e, quindi, ad un possibile collegamento ai crimini sovietici ed altri.
Compito di ogni italiano, con il senso dello Stato e della dignità nazionale, non avrebbe dovuto essere quello di opporsi – pur condannando sempre inequivocabilmente le leggi razziali, la più ignominiosa delle manifestazioni del regime — alle strumentalizzazioni sopra tratteggiate evidenziando, invece, come anche in momenti ed in alleanze tragiche l'ItaIia abbia saputo dare grandi prove di umanità e civiltà riconosciute anche a livello internazionale. Valga per tutti il libro del britannico Jonathan Steinberg — risalente ancora al secolo scorso — dal titolo «The Axis and the Holocaust 1941-1943» - riassunto in un articolo intitolato «Acountry too civilized for the ultimate evil» – ove spicca il sotto titolo «No italian fascist official sent a single Jew in his charge to a nazi gas chamber!».
È per altro deplorevole il silenzio delle nostre Autorità su i ringraziamenti e testimonianze israeliano-ebraiche.
Personalmente ne ero già al corrente nella prima metà degli anni '60 nella Zagabria comunista. Un amico ebreo croato mi confidò che durante la Seconda Guerra Mondiale gli ebre i croati ripetevano: «Comunisti Fascisti» la cui eco era «isti isti» (che significa «uguali» in croato). Egli precisava che per «fascisti» intendevano gli Ustascia filonazisti di Antè Pavelic che li consegnavano ai tedeschi, i quali li avrebbero poi eliminati. Non si intendevano perciò gli italiani che, invece, salvavano i giudei rifugiatisi nella zona deII'ex Jugoslavia occupata dalle truppe italiane. Quest'ultime si opposero con successo di consegnarli alle insistenti richieste Tedesche e degli Ustascia.
Nella seconda metà degli anni Novanta l'allora presidente del Consiglio Romani Prodi venne a Varsavia per rendere omaggio al memorial dell'eccidio degli ebrei polacchi. Alla cerimonia era presente anche un Rabbino sionista americano, sposato con una figlia di ebrei italiani, che gli espresse gratitudine per quanto l'ItaIia aveva fatto durante la guerra per salvare e lenire le sofferenze dei suoi correligionari nei territori di Francia, ex Jugoslavia e altrove. Prodi non raccolse positivamente quanto gli veniva detto e cercò di schermirsi affermando che «fu solo il popolo». AI che il rabbino rispose che «se Io Stato non avesse voluto il popolo non avrebbe potuto».
A fronte dei disarmanti comportamenti italiani sopra descritti sembra legittimo interrogarsi sul livello di senso dello stato e dignità nazionale delle nostre istituzioni.
Il pensiero va a quell'osservatore dalmata che nel lontano 1905 affermava: «Non è possibile trovar tutori più eloquenti e tenaci che gli Italiani dei diritti degli stranieri contro l'Italia. È da popoli neghittosi e stolti dubitare del proprio diritto».

Amb. Gianfranco Giorgolo
Tra gli incarichi ricoperti nel corso della carriera, dopo essere stato assegnato alla Direzione generale per gli affari politici, dal 1971 è a Dakar. Rientrato a Roma nel 1973, è assegnato alla Direzione generale per il personale, e quindi, dal 1974, è a Bonn e dal 1978 ad Ankara. Nuovamente al Ministero, dal 1980 è alla Direzione generale per gli affari politici; nel 1982 è Consigliere a Berlino Est e dal 1986 a Vienna. Dal 1991 è assegnato alla Direzione generale per l'emigrazione. Nel 1994 è Primo Consigliere a Varsavia e dal 1998 è Console generale a Zurigo. Nel 2001 è promosso Ministro plenipotenziario e dallo stesso anno è fuori ruolo come Consigliere Diplomatico del Ministro delle Comunicazioni dal 2004 al 2008 ambasciatore nel Regno Ascemita di Giordania.

Fonte: Amb. Gianfranco Giorgolo