Geoeconomia delle dipendenze: come l’Occidente sta perdendo l’Africa
10-05-2026 18:50 - Opinioni
GD - Roma, 10 mag. 26 - L’ Eurispes - Quando Xi Jinping annuncia la piena introduzione di dazi zero sulle importazioni provenienti da 53 Paesi africani con cui la Cina intrattiene relazioni diplomatiche – lasciando fuori il solo Eswatini, unico Stato africano che riconosce Taiwan – non compie un gesto simbolico. Compie un atto di geoeconomia strategica destinato a produrre effetti strutturali sugli equilibri commerciali, finanziari e politici del continente. La misura, che Pechino ha indicato come operativa dal 1° maggio 2026, non vale soltanto per il commercio: sancisce la proposta cinese di un nuovo spazio preferenziale Africa-Asia.
Nel 2025 l’amministrazione di Donald Trump ha reintrodotto una logica tariffaria aggressiva che ha colpito anche numerosi paesi africani con dazi aggiuntivi molto elevati: fino al 50% per il Lesotho, 47% per il Madagascar, 31% per il Sudafrica, mentre altri partner africani sono stati colpiti da aliquote inferiori, ma comunque significative. In questo quadro, la Cina ha potuto presentarsi come il polo che apre, mentre gli Stati Uniti appaiono come il polo che restringe.
Con questa mossa Pechino non si limita più a essere il grande investitore infrastrutturale del continente o uno dei suoi principali creditori bilaterali. Si propone come mercato di sbocco diretto, come assorbitore stabile dell’export africano. È questo il salto qualitativo decisivo: non più soltanto capitale in entrata, ma domanda in uscita. Non più soltanto porti, ferrovie, centrali e corridoi logistici costruiti da capitali cinesi, ma accesso preferenziale al mercato cinese per ciò che quei corridoi trasportano.
Per decenni l’Africa ha vissuto un paradosso strutturale: ricchissima di risorse naturali, di terre rare, di potenziale energetico e di dinamismo demografico, ma ancora marginale nelle catene globali del valore. L’Europa e gli Stati Uniti hanno parlato a lungo di partenariato strategico, governance condivisa e sviluppo sostenibile, ma hanno continuato a difendere i propri mercati con standard, barriere non tariffarie, vincoli fitosanitari e asimmetrie regolatorie che hanno spesso reso incerto, costoso o proibitivo l’accesso dei prodotti africani.
La Cina sceglie un linguaggio diverso: non solo ti finanzio, non solo costruisco, ma compro. Ed è un linguaggio che, per molte leadership africane, risulta immediatamente comprensibile. Naturalmente questo non significa che il rapporto sino-africano sia privo di asimmetrie. La Cina resta la parte dominante per scala industriale, capacità logistica, finanza e potere negoziale. Ma cambia la natura della dipendenza. Il modello cinese prova a integrare produzione, logistica, finanza e sbocco commerciale in un’unica architettura. Non elimina la gerarchia, ma la rende più funzionale e, dal punto di vista di molti governi africani, più conveniente del rapporto occidentale tradizionale, spesso percepito come moralizzante sul piano politico e restrittivo su quello economico.
Bruxelles e Washington continuano a rivendicare un rapporto fondato sui valori, sulle regole e sulla sostenibilità, ma Pechino offre una leva che in geopolitica pesa più di molte dichiarazioni: l’accesso al mercato. Per un leader africano, la promessa di esportare con meno ostacoli vale più di un ennesimo summit sulla partnership. È qui che l’Occidente mostra la sua contraddizione: predica integrazione, ma pratica selezione; parla di cooperazione, ma difende i propri segmenti più sensibili. L’effetto sistemico più profondo, però, riguarda la dimensione monetaria e finanziaria. Se una quota crescente dell’export africano viene assorbita dalla Cina, aumenta anche la probabilità che una parte degli incassi, dei crediti commerciali e dei finanziamenti collegati venga regolata in yuan o in valute locali. Non siamo di fronte a una dedollarizzazione ideologica o a una sfida frontale immediata al dollaro, ma a qualcosa di più sottile: una dedollarizzazione per disuso, che avanza lungo le catene del valore, nei finanziamenti infrastrutturali e nei circuiti commerciali che si spostano gradualmente fuori dalla piena centralità occidentale. L’uso di strumenti in valuta locale da parte della Nuova Banca di Sviluppo, incluso il mercato sudafricano dei bond in rand e prestiti denominati in valuta locale, va esattamente in questa direzione.
I Paesi africani possono esportare con meno ostacoli e, in alcuni casi, finanziare parte dell’espansione produttiva fuori dai tradizionali circuiti di condizionalità occidentale. È qui che la decisione cinese sui dazi zero si incastra con l’architettura più ampia dei BRICS+. La Nuova Banca di Sviluppo non è ancora un’alternativa sistemica alla Banca Mondiale o al FMI in termini di scala complessiva, ma svolge una funzione sempre più rilevante come moltiplicatore di autonomia: finanzia infrastrutture, trasporti, energia e corridoi logistici nei paesi membri, e lo fa anche con strumenti meno dipendenti dal dollaro. Il caso del Sudafrica è particolarmente istruttivo: non solo è membro NDB, ma è anche uno dei laboratori più avanzati dell’uso di finanza in valuta locale da parte della banca. Il circuito che ne deriva è geopoliticamente potente. La Cina apre il mercato; la finanza BRICS contribuisce a costruire le infrastrutture; i paesi africani possono esportare con meno ostacoli e, in alcuni casi, finanziare parte dell’espansione produttiva fuori dai tradizionali circuiti di condizionalità occidentale. Per la prima volta su scala continentale, molti governi africani possono negoziare con Europa e Stati Uniti senza essere più prigionieri di un’unica opzione. Non è ancora emancipazione piena, ma è già pluralizzazione delle dipendenze. E in geopolitica, moltiplicare le opzioni significa aumentare il proprio margine di manovra.
Aumenta il peso strategico di Suez, del Mar Rosso, dei nodi portuali egiziani e nordafricani, e diventa più evidente la competizione le rotte tra Africa, Golfo, Asia ed Europa. Le conseguenze si avvertono con particolare intensità nel Mediterraneo allargato. Se una quota crescente dei flussi africani si orienta verso l’Asia, cambia la geografia dei corridoi logistici: aumenta il peso strategico di Suez, del Mar Rosso, dei nodi portuali egiziani e nordafricani, e diventa più evidente la competizione per il controllo delle rotte che collegano Africa, Golfo, Asia ed Europa. In questo contesto si inserisce anche il ritorno della dimensione militare americana nel quadrante: nel febbraio 2026 la USS Gerald R. Ford è entrata nel Mediterraneo attraversando lo stretto di Gibilterra, segnalando che la proiezione di forza resta il complemento securitario di una partita che è ormai innanzitutto economica e logistica.
Se Pechino offre mercato e finanza, molti paesi africani possono negoziare energia, materie prime e infrastrutture con maggiore forza. Per l’Italia la posta in gioco è particolarmente alta. Se le merci africane e una quota crescente delle filiere energetiche guardano a est, il rischio per i porti e per le infrastrutture italiane è quello di restare corridoi a basso margine, semplici territori di transito senza potere di trasformazione industriale. Il Mediterraneo non è più solo la via del gas: è lo spazio in cui si giocheranno elettricità, interconnessioni, idrogeno, cavi sottomarini, dati, componentistica e filiere critiche. Se Pechino offre mercato e finanza, molti paesi africani possono negoziare energia, materie prime e infrastrutture con maggiore forza, riducendo la storica asimmetria con l’Europa.
Sahel, Africa australe e Nord Africa non sono più soltanto periferie estrattive: diventano snodi negoziali dentro la competizione sistemica tra potenze. Non a caso l’Unione Europea sta cercando di correre ai ripari con il Critical Raw Materials Act, che fissa per il 2030 obiettivi precisi: almeno il 10% dell’estrazione, il 40% della lavorazione e il 25% del riciclo dei materiali strategici dovranno avvenire in Europa, e non più del 65% del consumo di ciascun materiale potrà dipendere da un singolo paese terzo. È la prova che Bruxelles ha compreso il problema; non è ancora la prova che abbia la forza politica e industriale per risolverlo.
La Cina non sta semplicemente “prendendo” l’Africa, sta tentando di integrare i Paesi africani nel proprio ordine economico. Resta allora la domanda di fondo: perché l’Occidente fatica a replicare una mossa simile? Non per mancanza di analisi, ma per ragioni strutturali. La Cina può coordinare politica commerciale, industriale e finanziaria in modo relativamente unitario e può accettare squilibri temporanei come investimento geopolitico. Stati Uniti e Unione Europea, al contrario, sono vincolati da cicli elettorali brevi, da interessi settoriali contrapposti, da costi politici immediati e da una cultura strategica che continua a considerare l’accesso al mercato come una concessione finale, non come una leva iniziale di potenza. In definitiva, la Cina non sta semplicemente “prendendo” l’Africa, sta tentando di integrarla nel proprio ordine economico. E l’Africa, per la prima volta su scala continentale, ottiene una seconda porta. In geopolitica avere una porta in più significa cambiare il tavolo della negoziazione. È per questo che i dazi zero valgono più di cento summit diplomatici: perché trasformano una promessa politica in una convenienza economica immediata. E quando la convenienza economica coincide con una visione strategica, l’egemonia comincia a spostarsi quasi sempre in silenzio.
Gabriele Cicerchia
Analista di geopolitica
Fonte: L’Eurispes
Nel 2025 l’amministrazione di Donald Trump ha reintrodotto una logica tariffaria aggressiva che ha colpito anche numerosi paesi africani con dazi aggiuntivi molto elevati: fino al 50% per il Lesotho, 47% per il Madagascar, 31% per il Sudafrica, mentre altri partner africani sono stati colpiti da aliquote inferiori, ma comunque significative. In questo quadro, la Cina ha potuto presentarsi come il polo che apre, mentre gli Stati Uniti appaiono come il polo che restringe.
Con questa mossa Pechino non si limita più a essere il grande investitore infrastrutturale del continente o uno dei suoi principali creditori bilaterali. Si propone come mercato di sbocco diretto, come assorbitore stabile dell’export africano. È questo il salto qualitativo decisivo: non più soltanto capitale in entrata, ma domanda in uscita. Non più soltanto porti, ferrovie, centrali e corridoi logistici costruiti da capitali cinesi, ma accesso preferenziale al mercato cinese per ciò che quei corridoi trasportano.
Per decenni l’Africa ha vissuto un paradosso strutturale: ricchissima di risorse naturali, di terre rare, di potenziale energetico e di dinamismo demografico, ma ancora marginale nelle catene globali del valore. L’Europa e gli Stati Uniti hanno parlato a lungo di partenariato strategico, governance condivisa e sviluppo sostenibile, ma hanno continuato a difendere i propri mercati con standard, barriere non tariffarie, vincoli fitosanitari e asimmetrie regolatorie che hanno spesso reso incerto, costoso o proibitivo l’accesso dei prodotti africani.
La Cina sceglie un linguaggio diverso: non solo ti finanzio, non solo costruisco, ma compro. Ed è un linguaggio che, per molte leadership africane, risulta immediatamente comprensibile. Naturalmente questo non significa che il rapporto sino-africano sia privo di asimmetrie. La Cina resta la parte dominante per scala industriale, capacità logistica, finanza e potere negoziale. Ma cambia la natura della dipendenza. Il modello cinese prova a integrare produzione, logistica, finanza e sbocco commerciale in un’unica architettura. Non elimina la gerarchia, ma la rende più funzionale e, dal punto di vista di molti governi africani, più conveniente del rapporto occidentale tradizionale, spesso percepito come moralizzante sul piano politico e restrittivo su quello economico.
Bruxelles e Washington continuano a rivendicare un rapporto fondato sui valori, sulle regole e sulla sostenibilità, ma Pechino offre una leva che in geopolitica pesa più di molte dichiarazioni: l’accesso al mercato. Per un leader africano, la promessa di esportare con meno ostacoli vale più di un ennesimo summit sulla partnership. È qui che l’Occidente mostra la sua contraddizione: predica integrazione, ma pratica selezione; parla di cooperazione, ma difende i propri segmenti più sensibili. L’effetto sistemico più profondo, però, riguarda la dimensione monetaria e finanziaria. Se una quota crescente dell’export africano viene assorbita dalla Cina, aumenta anche la probabilità che una parte degli incassi, dei crediti commerciali e dei finanziamenti collegati venga regolata in yuan o in valute locali. Non siamo di fronte a una dedollarizzazione ideologica o a una sfida frontale immediata al dollaro, ma a qualcosa di più sottile: una dedollarizzazione per disuso, che avanza lungo le catene del valore, nei finanziamenti infrastrutturali e nei circuiti commerciali che si spostano gradualmente fuori dalla piena centralità occidentale. L’uso di strumenti in valuta locale da parte della Nuova Banca di Sviluppo, incluso il mercato sudafricano dei bond in rand e prestiti denominati in valuta locale, va esattamente in questa direzione.
I Paesi africani possono esportare con meno ostacoli e, in alcuni casi, finanziare parte dell’espansione produttiva fuori dai tradizionali circuiti di condizionalità occidentale. È qui che la decisione cinese sui dazi zero si incastra con l’architettura più ampia dei BRICS+. La Nuova Banca di Sviluppo non è ancora un’alternativa sistemica alla Banca Mondiale o al FMI in termini di scala complessiva, ma svolge una funzione sempre più rilevante come moltiplicatore di autonomia: finanzia infrastrutture, trasporti, energia e corridoi logistici nei paesi membri, e lo fa anche con strumenti meno dipendenti dal dollaro. Il caso del Sudafrica è particolarmente istruttivo: non solo è membro NDB, ma è anche uno dei laboratori più avanzati dell’uso di finanza in valuta locale da parte della banca. Il circuito che ne deriva è geopoliticamente potente. La Cina apre il mercato; la finanza BRICS contribuisce a costruire le infrastrutture; i paesi africani possono esportare con meno ostacoli e, in alcuni casi, finanziare parte dell’espansione produttiva fuori dai tradizionali circuiti di condizionalità occidentale. Per la prima volta su scala continentale, molti governi africani possono negoziare con Europa e Stati Uniti senza essere più prigionieri di un’unica opzione. Non è ancora emancipazione piena, ma è già pluralizzazione delle dipendenze. E in geopolitica, moltiplicare le opzioni significa aumentare il proprio margine di manovra.
Aumenta il peso strategico di Suez, del Mar Rosso, dei nodi portuali egiziani e nordafricani, e diventa più evidente la competizione le rotte tra Africa, Golfo, Asia ed Europa. Le conseguenze si avvertono con particolare intensità nel Mediterraneo allargato. Se una quota crescente dei flussi africani si orienta verso l’Asia, cambia la geografia dei corridoi logistici: aumenta il peso strategico di Suez, del Mar Rosso, dei nodi portuali egiziani e nordafricani, e diventa più evidente la competizione per il controllo delle rotte che collegano Africa, Golfo, Asia ed Europa. In questo contesto si inserisce anche il ritorno della dimensione militare americana nel quadrante: nel febbraio 2026 la USS Gerald R. Ford è entrata nel Mediterraneo attraversando lo stretto di Gibilterra, segnalando che la proiezione di forza resta il complemento securitario di una partita che è ormai innanzitutto economica e logistica.
Se Pechino offre mercato e finanza, molti paesi africani possono negoziare energia, materie prime e infrastrutture con maggiore forza. Per l’Italia la posta in gioco è particolarmente alta. Se le merci africane e una quota crescente delle filiere energetiche guardano a est, il rischio per i porti e per le infrastrutture italiane è quello di restare corridoi a basso margine, semplici territori di transito senza potere di trasformazione industriale. Il Mediterraneo non è più solo la via del gas: è lo spazio in cui si giocheranno elettricità, interconnessioni, idrogeno, cavi sottomarini, dati, componentistica e filiere critiche. Se Pechino offre mercato e finanza, molti paesi africani possono negoziare energia, materie prime e infrastrutture con maggiore forza, riducendo la storica asimmetria con l’Europa.
Sahel, Africa australe e Nord Africa non sono più soltanto periferie estrattive: diventano snodi negoziali dentro la competizione sistemica tra potenze. Non a caso l’Unione Europea sta cercando di correre ai ripari con il Critical Raw Materials Act, che fissa per il 2030 obiettivi precisi: almeno il 10% dell’estrazione, il 40% della lavorazione e il 25% del riciclo dei materiali strategici dovranno avvenire in Europa, e non più del 65% del consumo di ciascun materiale potrà dipendere da un singolo paese terzo. È la prova che Bruxelles ha compreso il problema; non è ancora la prova che abbia la forza politica e industriale per risolverlo.
La Cina non sta semplicemente “prendendo” l’Africa, sta tentando di integrare i Paesi africani nel proprio ordine economico. Resta allora la domanda di fondo: perché l’Occidente fatica a replicare una mossa simile? Non per mancanza di analisi, ma per ragioni strutturali. La Cina può coordinare politica commerciale, industriale e finanziaria in modo relativamente unitario e può accettare squilibri temporanei come investimento geopolitico. Stati Uniti e Unione Europea, al contrario, sono vincolati da cicli elettorali brevi, da interessi settoriali contrapposti, da costi politici immediati e da una cultura strategica che continua a considerare l’accesso al mercato come una concessione finale, non come una leva iniziale di potenza. In definitiva, la Cina non sta semplicemente “prendendo” l’Africa, sta tentando di integrarla nel proprio ordine economico. E l’Africa, per la prima volta su scala continentale, ottiene una seconda porta. In geopolitica avere una porta in più significa cambiare il tavolo della negoziazione. È per questo che i dazi zero valgono più di cento summit diplomatici: perché trasformano una promessa politica in una convenienza economica immediata. E quando la convenienza economica coincide con una visione strategica, l’egemonia comincia a spostarsi quasi sempre in silenzio.
Gabriele Cicerchia
Analista di geopolitica
Fonte: L’Eurispes














