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FAO: il Gattopardo non muore mai!

27-07-2023 09:00 - Opinioni
GD- Roma, 27lug. 23 - Come nel famosissimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la storia si ripete ancora una volta: se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.
Bisogna dare merito al premier Giorgia Meloni di aver provato a cambiare le cose. Proprio perché ci ha provato con un’idea effettivamente realizzabile ha immediatamente svegliato “il cane che dorme” che ha subito iniziato ad abbaiare.
La premier già dal suo insediamento non ha fatto mistero di voler realizzare un cambiamento nella gestione dei rapporti dell’Italia e dell’Europa con i Paesi africani. Un’idea concreta, realizzabile e che può dare frutti immediati per aiutare con i fatti le popolazioni africane a vincere la fame, le malattie ed il sottosviluppo sociale e culturale.
Per realizzare questa idea ha coinvolto le alte sfere europee a partire dalla Presidente della Commissione Ursula von Der Leyen e sensibilizzato anche molti capi di Stato europei che hanno manifestato in modo palese la loro avversione ad accogliere migranti economici in Europa.
Il “Piano Mattei” proposto dal Governo italiano, unito alle proposte europee di aiuto economico per l’Africa, prevede la realizzazione una serie di progetti di sviluppo nei Paesi africani per aumentare le produzioni agroalimentari ed arrivare al più presto ad una autosufficienza per i consumi della popolazione. Prevedono inoltre di investire nell'istruzione e nella formazione in Africa, in modo che i giovani possano trovare lavoro e contribuire allo sviluppo dei loro paesi, senza essere costretti ad emigrare per andare a cercare fortuna.
Per dare concretezza a queste proposte l’Unione Europea si impegna ad aumentare la cooperazione con i Paesi africani, specialmente con quelli da cui originano e transitano i migranti, per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di sviluppo.
A questo punto entrano in gioco la FAO e le Nazioni Unite con il Segretario Generale Antonio Gutierrez che, ovviamente, si propongono come vettore per la realizzazione di questi progetti. Di fatto stanno semplicemente battendo cassa e chiedendo all’Unione Europea di trasferire loro i fondi e poi ci penseranno loro a gestire l’iniziativa.
Il buonsenso ci aiuta a dire che si deve fare e velocemente qualcosa per sostenere lo sviluppo agricolo e scolastico in Africa. Ma il primo problema del mancato sviluppo dell’Africa è l'ONU e le sue agenzie (FAO, IFAD, WFP, UNDESA, UNDP, UNIDO, UNHCR e certamente molte altre agenzie ancora). Le agenzie dell'ONU operano sul terreno in Africa, dove le iniziative progettuali vengono portate avanti in multilaterale dalle stesse agenzie.
Difficilmente i Paesi europei come l'Italia o la Germania operano direttamente, in bilaterale, in Africa. Si preferisce operare attraverso le agenzie dell’ONU in multilateralismo anche per evitare di essere visti come neo-colonialisti. Quindi i Paesi europei trasferiscono i fondi destinati ai progetti di sviluppo alle Agenzie dell'ONU che li spendono, innanzitutto per il loro funzionamento, e poi quel che resta viene utilizzato per organizzare conferenze e per effettuare degli studi sulle cose da fare.
Questa è la modalità operativa tipica della FAO che agisce in Africa da oltre 60 anni per sconfiggere la fame. Al momento non sembra ci siano riusciti.
La FAO pubblica rapporti e documenti di ricerca relativi alle problematiche dell'alimentazione e dell'agricoltura. Questi studi sono tipicamente condotti da esperti e ricercatori della FAO, oltre che da collaborazioni con altre istituzioni e agenzie. Questi studi coprono un'ampia gamma di argomenti legati all'agricoltura, alla sicurezza alimentare, allo sviluppo sostenibile, al cambiamento climatico e altro ancora. I risultati di questi studi condotti dalla FAO sono pubblicati in rapporti, riviste e altre pubblicazioni, per fornire informazioni e dati preziosi ai responsabili politici, ai governi e al pubblico.
Certamente un impegno lodevole, purtroppo però queste pubblicazioni non sono sufficienti a sfamare il popolo e molto spesso i destinatari di questi studi (i governanti dei Paesi africani) non li leggono nemmeno, essendo affaccendati in altre faccende molto più redditizie.
Questa è certamente una delle ragioni per la quale dopo 60 anni di attività della FAO in Africa le cose sono cambiate poco o niente; se addirittura vanno anche peggio, poiché nel mentre sono cresciute esponenzialmente le bocche da sfamare.
E qui entra in gioco il WFP World Food Program che smaltisce in Africa le eccedenze produttive del mondo sviluppato. I contributi dei Paesi membri dell'ONU vengono utilizzati, ad esempio, per acquistare grano prodotto in Canada e in Russia. Questi beni alimentari vengono donati in Africa per fare fronte al problema della fame.
Purtroppo però così facendo si distrugge qualsiasi capacità produttiva endogena dei Paesi africani perché anche se riuscissero a produrre a costi bassissimi, sarebbe sempre molto più caro del prodotto che viene donato dal WFP.
Quindi il classico esempio del gatto che si morde la coda che parte dalla mancanza di beni alimentari e dall’esigenza di sfamare le popolazioni e che termina con la distruzione dell’economia agricola dei Paesi africani.
La stessa cosa era avvenuta in IRAQ con il programma Oil for Food, sempre guidato dalle Nazioni Unite che ha si sfamato la popolazione irachena, ma ha reso anche disoccupati sei milioni di agricoltori e devastato la capacità produttiva alimentare di quel Paese.
Quindi adesso si parla di progetti di aiuti allo sviluppo, ma non si capisce perché chi non è riuscito a fare ciò negli ultimi 60 anni ci dovrebbe riuscire adesso. Infatti, cambiare tutto perché resti tutto com’è.

Ciro Maddaloni
Esperto di eGovernment internazionale


Fonte: Ciro Maddaloni
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