Dopo il NO alla riforma, la sfida di una giustizia equa ed efficiente
23-03-2026 21:23 - Opinioni
GD - Roma, 23 mar. 26 - Dopo il NO referendario alla riforma, la sfida resta quella di una giustizia equa ed efficiente. E quindi non bisogna fermarsi alla vittoria del NO e, invece, completare il cammino delle garanzie previste dalla Costituzione
L'esito referendario che ha respinto la riforma segna un passaggio politico e istituzionale rilevante, ma sarebbe ora un errore esasperare ancora e la polarizzazione dello scontro tra ex sostenitori del SÌ e del NO. Qui occorrerebbe un atto di responsabilità di tutta la politica, perché rimane sempre l'obiettivo di fondo che era appena sfiorato dalla riforma della separazione delle carriere, ormai accantonata: occorre mirare ancora a una giustizia più equa, più efficiente e più vicina ai cittadini.
Proprio ora si dovrebbe aprire perciò la fase più esigente: quella delle ‘vere' riforme della giustizia.
Il primo banco di prova riguarda il tema, troppo a lungo eluso, del controllo democratico della magistratura. È pur sempre indispensabile intervenire su uno dei nodi più critici: il peso delle correnti associative.
Nate come luoghi di elaborazione culturale, hanno progressivamente assunto una funzione che ha inciso sulle dinamiche di carriera e sulle scelte organizzative. Le correnti, se vogliono continuare a esistere, devono tornare a essere laboratori di idee, non strumenti di potere.
Un secondo ambito di intervento riguarda la disciplina degli incarichi extragiudiziari. Incarichi di insegnamento o attività che comportano anche sovraesposizioni non possono declinarsi in situazioni di vantaggio personale e di sottrazione all'impegno di un obbligo morale verso la professione che un magistrato ha assunto: la lungaggine dei procedimenti dipende anche da quanto tempo i magistrati si dedicano ad altro piuttosto che ad istruirli.
È necessario introdurre limiti chiari e rigorosi, per evitare che si generino conflitti di interesse o che si alteri la percezione di imparzialità e di efficienza dei giudici. La funzione giurisdizionale richiede sobrietà, misura, dedizione esclusiva.
Non meno rilevante è il rapporto tra magistratura e polizia giudiziaria. Occorre ridisegnare la ‘subordinazione' per come è stata sinora concepita: è bene guardare al modello anglosassone dove la funzione di garanzia dell'organo dell'accusa è esercitata in maniera distinta dalla polizia giudiziaria. La collaborazione è essenziale, ma non può degenerare in una confusione di funzioni: alla polizia giudiziaria va riconosciuta autonomia nelle investigazioni, fermo restando che al pubblico ministero rimarrà lo stesso controllo di legalità e la direzione successiva delle indagini. Anche in questo caso, la chiarezza delle regole è la migliore garanzia contro possibili derive.
Fondamentale è un altro profilo appena sfiorato nella campagna referendaria: è necessario decidere in che rapporto la giustizia italiana intende porsi nei confronti della giustizia internazionale.
Non debbono più verificarsi ‘casi Almasri': l'Italia deve ottemperare agli obblighi di cooperazione imposti dallo Statuto di Roma che nel 1998 fu sostenuto proprio dall'Italia e firmato in Campidoglio. Occorre perciò riprendere quel percorso anche attraverso il varo dell'atteso Codice dei crimini internazionali, per riaffermare la piena adesione al sistema della Corte penale dell'Aja.
Su tutto, occorre intervenire sull'organizzazione complessiva dell'azione penale. La definizione delle priorità deve essere trasparente, coerente e orientata all'interesse generale: i reati corruttivi, in particolare, non devono passare in secondo piano e i magistrati non devono sentirsi condizionati se indagano, rispettando le garanzie difensive, anche i politici nel loro ambito d'azione. In generale, la riforma sarà davvero credibile solo se saprà tradursi in un miglioramento concreto della vita dei cittadini. È qui che emerge con forza il tema di una giustizia di prossimità, capace di rispondere in tempi ragionevoli ai bisogni quotidiani. Non solo i grandi processi, ma anche le controversie che incidono sulla vita di ogni giorno: abusi, prepotenze diffuse, violazioni che, se trascurate, alimentano un senso di impunità e di sfiducia. Beninteso lo scenario deve dunque allargarsi necessariamente anche alla riforma della giurisdizione civile, perché è soprattutto su quel fronte che si assicurano le tutele dei diritti più immediati e concreti, anche nell'ottica di evitare altre derive verso la pan-penalizzazione.
In questo quadro, il sistema giustizia ha bisogno di altri interventi concreti, a cominciare dalle risorse da assegnare perché possa compiersi con effetti reali. Per questo, dopo il referendum, non è tempo né della resa di chi ha perso né di facili entusiasmi per chi ha vinto. È tempo, piuttosto, di una vigilanza esigente e di un rinnovato impegno civile da parte di tutti. Perché le riforme o le conferme, da sole, non determinano il destino di una democrazia: lo determinano le coscienze dei cittadini, la loro capacità di comprendere, di partecipare, di non distogliere lo sguardo. La sfida che si apre non riguarda soltanto l'assetto della giustizia. Riguarda l'idea stessa di democrazia e dello Stato di diritto che vogliamo consegnare alle future generazioni: non a caso pare abbiano partecipato in massa alle elezioni, probabilmente nella consapevolezza che anche dalla giustizia dipenderà il loro futuro.
Maurizio Delli Santi
membro dell'Associazioni Italiana Giuristi Europei
Fonte: Maurizio Delli Santi
L'esito referendario che ha respinto la riforma segna un passaggio politico e istituzionale rilevante, ma sarebbe ora un errore esasperare ancora e la polarizzazione dello scontro tra ex sostenitori del SÌ e del NO. Qui occorrerebbe un atto di responsabilità di tutta la politica, perché rimane sempre l'obiettivo di fondo che era appena sfiorato dalla riforma della separazione delle carriere, ormai accantonata: occorre mirare ancora a una giustizia più equa, più efficiente e più vicina ai cittadini.
Proprio ora si dovrebbe aprire perciò la fase più esigente: quella delle ‘vere' riforme della giustizia.
Il primo banco di prova riguarda il tema, troppo a lungo eluso, del controllo democratico della magistratura. È pur sempre indispensabile intervenire su uno dei nodi più critici: il peso delle correnti associative.
Nate come luoghi di elaborazione culturale, hanno progressivamente assunto una funzione che ha inciso sulle dinamiche di carriera e sulle scelte organizzative. Le correnti, se vogliono continuare a esistere, devono tornare a essere laboratori di idee, non strumenti di potere.
Un secondo ambito di intervento riguarda la disciplina degli incarichi extragiudiziari. Incarichi di insegnamento o attività che comportano anche sovraesposizioni non possono declinarsi in situazioni di vantaggio personale e di sottrazione all'impegno di un obbligo morale verso la professione che un magistrato ha assunto: la lungaggine dei procedimenti dipende anche da quanto tempo i magistrati si dedicano ad altro piuttosto che ad istruirli.
È necessario introdurre limiti chiari e rigorosi, per evitare che si generino conflitti di interesse o che si alteri la percezione di imparzialità e di efficienza dei giudici. La funzione giurisdizionale richiede sobrietà, misura, dedizione esclusiva.
Non meno rilevante è il rapporto tra magistratura e polizia giudiziaria. Occorre ridisegnare la ‘subordinazione' per come è stata sinora concepita: è bene guardare al modello anglosassone dove la funzione di garanzia dell'organo dell'accusa è esercitata in maniera distinta dalla polizia giudiziaria. La collaborazione è essenziale, ma non può degenerare in una confusione di funzioni: alla polizia giudiziaria va riconosciuta autonomia nelle investigazioni, fermo restando che al pubblico ministero rimarrà lo stesso controllo di legalità e la direzione successiva delle indagini. Anche in questo caso, la chiarezza delle regole è la migliore garanzia contro possibili derive.
Fondamentale è un altro profilo appena sfiorato nella campagna referendaria: è necessario decidere in che rapporto la giustizia italiana intende porsi nei confronti della giustizia internazionale.
Non debbono più verificarsi ‘casi Almasri': l'Italia deve ottemperare agli obblighi di cooperazione imposti dallo Statuto di Roma che nel 1998 fu sostenuto proprio dall'Italia e firmato in Campidoglio. Occorre perciò riprendere quel percorso anche attraverso il varo dell'atteso Codice dei crimini internazionali, per riaffermare la piena adesione al sistema della Corte penale dell'Aja.
Su tutto, occorre intervenire sull'organizzazione complessiva dell'azione penale. La definizione delle priorità deve essere trasparente, coerente e orientata all'interesse generale: i reati corruttivi, in particolare, non devono passare in secondo piano e i magistrati non devono sentirsi condizionati se indagano, rispettando le garanzie difensive, anche i politici nel loro ambito d'azione. In generale, la riforma sarà davvero credibile solo se saprà tradursi in un miglioramento concreto della vita dei cittadini. È qui che emerge con forza il tema di una giustizia di prossimità, capace di rispondere in tempi ragionevoli ai bisogni quotidiani. Non solo i grandi processi, ma anche le controversie che incidono sulla vita di ogni giorno: abusi, prepotenze diffuse, violazioni che, se trascurate, alimentano un senso di impunità e di sfiducia. Beninteso lo scenario deve dunque allargarsi necessariamente anche alla riforma della giurisdizione civile, perché è soprattutto su quel fronte che si assicurano le tutele dei diritti più immediati e concreti, anche nell'ottica di evitare altre derive verso la pan-penalizzazione.
In questo quadro, il sistema giustizia ha bisogno di altri interventi concreti, a cominciare dalle risorse da assegnare perché possa compiersi con effetti reali. Per questo, dopo il referendum, non è tempo né della resa di chi ha perso né di facili entusiasmi per chi ha vinto. È tempo, piuttosto, di una vigilanza esigente e di un rinnovato impegno civile da parte di tutti. Perché le riforme o le conferme, da sole, non determinano il destino di una democrazia: lo determinano le coscienze dei cittadini, la loro capacità di comprendere, di partecipare, di non distogliere lo sguardo. La sfida che si apre non riguarda soltanto l'assetto della giustizia. Riguarda l'idea stessa di democrazia e dello Stato di diritto che vogliamo consegnare alle future generazioni: non a caso pare abbiano partecipato in massa alle elezioni, probabilmente nella consapevolezza che anche dalla giustizia dipenderà il loro futuro.
Maurizio Delli Santi
membro dell'Associazioni Italiana Giuristi Europei
Fonte: Maurizio Delli Santi














