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Da Sahel ad Africa Orientale: arco dell'instabilità e sfida strategica dell'Italia

26-06-2026 15:29 - Opinioni
GD - Roma, 26 giu. 26 – L'arco geopolitico che si estende dal Golfo di Guinea al Corno d'Africa, attraversando il Sahel e spingendosi fino all'Africa Orientale, rappresenta oggi una delle aree di maggiore instabilità a livello globale. In questa fitta rete di territori, criticità endogene e fattori esogeni si intrecciano costantemente, alimentando dinamiche complesse di insicurezza, conflitti latenti ed emergenze umanitarie.
Per analizzare a fondo questo scenario e delineare le linee guida dell'azione nazionale, la Fondazione Formit con status consultivo presso l'ECOSOC dell'ONU ha organizzato il convegno internazionale dal titolo “Dal Sahel all'Africa Orientale: sicurezza e cooperazione. Il contributo italiano a una risposta multilivello”. L'evento, ospitato nell'Aula Magna dell'Università degli Studi Internazionali di Roma-Unint, ha messo a confronto istituzioni, mondo accademico, difesa e industria, accendendo i riflettori sul ruolo strategico dell'Italia nella regione. Al centro del dibattito i nodi cruciali della crisi africana: dal jihadismo nella sua dimensione securitaria all'economia criminale, dal crime-terror nexus (il legame tra reti criminali e terrorismo) al riposizionamento di Russia e Cina dopo il parziale ritiro delle missioni occidentali, fino all'impatto dei fattori climatici come moltiplicatori di insicurezza.
Dopo i saluti della Rettrice dell'Unint, prof. Mariagrazia Russo, i lavori sono entrati nel vivo con l'introduzione di Giovanni Bisogni, presidente della Fondazione Formit. Bisogni ha tracciato un quadro lucido dello stato attuale del Sahel, attingendo a una lunga esperienza internazionale maturata sin dagli anni vissuti ad Algeri – dove ha insegnato informatica e ricerca operativa al Centre d'Études et de Recherche en Informatique CERI, il primo centro specializzato del continente africano– e consolidata attraverso i ruoli nell'Iri e come Consigliere scientifico per l'Ibi, l'agenzia dell'UNESCO per l'innovazione tecnologica nei Paesi in via di sviluppo.
All'incontro hanno preso parte autorevoli relatori, tra i quali il Generale di Divisione dei Carabinieri, Giuseppe De Magistris, Direttore dell'Istituto Alti Studi Difesa IASD, e Alessandro Terzulli, Capo Economista della SACE, il gruppo assicurativo-finanziario italiano controllato dal Ministero dell'Economia, specializzato nel supporto alle imprese e all'export.
Durante la sessione principale, moderata da Matteo Costola, ricercatore della Fondazione Formit, si sono succeduti i due interventi chiave della giornata, caratterizzati da una profonda convergenza sulla necessità di superare vecchi approcci eurocentrici e investire su una vera partnership paritaria.
L'approccio multilivello e il valore della presenza: l'analisi di Emanuela Del Re. La prof. Emanuela Del Re, già Rappresentante Speciale dell'Unione Europea per il Sahel ed ex viceministro degli Affari Esteri ha aperto il suo intervento richiamando la natura squisitamente politica dell'aiuto allo viluppo di quei paesi. “Quando gestivo i fondi dello sviluppo come viceministro, e poi nel ruolo di Rappresentante Speciale UE", ha detto, "la consapevolezza era chiara: la diplomazia è fatta di molti aspetti e quando si stanziano dei fondi non si fa carità, si compie un'azione politica. La diplomazia è complessa, si articola in tante forme e necessita della faticosa ricerca di un linguaggio comune, senza il quale i negoziati rischiano di evaporare, come vediamo tragicamente nei rapporti odierni tra Stati Uniti e Iran”.
Del Re ha rivendicato con fermezza la lungimiranza della postura diplomatica italiana nelle aree di crisi, ponendola in contrasto con le incertezze europee. “La politica europea nel Sahel ha agito troppo poco. L'Italia, al contrario, ha fatto scelte coraggiose, come quella di rimanere in Niger anche dopo il colpo di Stato. Rivendico con forza questo impegno: occorre continuare a mostrare amicizia e vicinanza alle popolazioni locali per essere ritenuti interlocutori seri e credibili. Tuttavia, non possiamo muoverci da soli; abbiamo un disperato bisogno dell'Unione Europea e di un multilateralismo efficace, non di iniziative isolate da parte di nazioni che cercano il protagonismo. Nel Sahel siamo il primo partner per la cooperazione e lo sviluppo. Parlare di Sahel significa parlare di noi, sono i nostri vicini di casa. Purtroppo, l'Europa fatica ancora a liberarsi da visioni eurocentriche: un errore che va corretto subito, perché l'Africa è pienamente capace di produrre programmi e visioni, non solo di riceverli passivamente”.
La prossimità strategica e il Piano Mattei: la visione di Stefano De Leo - Sulla stessa linea di pragmatismo e visione strategica si è collocato l'intervento di Stefano De Leo, ministro plenipotenziario del Ministero degli Affari Esteri e vicedirettore generale per l'Africa subsahariana, America latina, Asia e Oceania. De Leo ha evidenziato la necessità di un cambio di paradigma radicale. “Siamo di fronte a un bivio storico in una situazione internazionale estremamente complicata” ha ammonito. “Il rischio maggiore è quello di considerare l'Africa esclusivamente come un problema di ordine pubblico o migratorio da gestire. La questione africana non è una mera scacchiera geopolitica distante, è una questione di prossimità. Quello che accade nei Paesi del Sahel ci riguarda in modo diretto e immediato. In questo momento l'attenzione pubblica è catalizzata verso Est, sul conflitto tra Russia e Ucraina, ma l'Italia e l'Europa hanno bisogno di uno sguardo globale. Non dobbiamo chiederci se impegnarci in Africa, ma come farlo”.
De Leo ha poi individuato nel Piano Mattei la risposta operativa e metodologica ideale per inaugurare questa nuova stagione di relazioni stabili. “Oggi disponiamo del nuovo Piano Mattei, uno strumento con cui non andiamo in Africa dotati di idee precostituite o ricette calate dall'alto, ma con la precisa volontà di lavorare insieme, fianco a fianco, portatori della visione che fu di Enrico Mattei. In questo senso, l'Italia può fornire a tutti i partner europei una linea guida, un approccio metodologico da condividere basato su tre pilastri: sviluppo, sicurezza e investimenti. Siamo già il primo partner economico, un punto di riferimento nell'educazione e nella condivisione di competenze. Questo nostro impegno non deve essere interpretato come un atto di generosità unilaterale, bensì come un investimento strategico sul nostro stesso futuro. L'Africa non è un fardello da portare, ma un partner imprescindibile che l'Europa non può permettersi di perdere. Dobbiamo essere consapevoli di una realtà brutale: se non ci siamo noi, lo spazio vuoto verrà occupato da altri attori”.
Oltre la tecnologia: la sfida cognitiva e il declino dei competitor - A tirare le fila scientifiche del confronto è stato il prof. Ciro Sbailò, professore ordinario di Diritto pubblico comparato all'Unint e direttore del Centro Studi Geodi. Sbailò ha puntato l'accento sulla capacità della classe dirigente di saper leggere i fenomeni prima che si trasformino in crisi conclamate. “La sfida attuale per l'Europa” ha spiegato “consiste certamente nel rafforzare la difesa, l'industria e le tecnologie, ma soprattutto nell'imparare a governare le interdipendenze che attraversano i continenti. Capire e aiutare a gestire ciò che accade nel Sahel è fondamentale per l'Italia. La sfida decisiva è quindi cognitiva prima ancora che tecnologica: i leader devono essere capaci di comprendere sistemi complessi, nei quali gli effetti dipendono sempre meno dai singoli elementi e sempre più dalle relazioni e dalle reti che li connettono”.
Sbailò ha poi offerto un'interessante chiave di lettura macroeconomica sui competitor sistemici presenti nel continente africano, ridimensionandone l'apparente inarrestabilità. “Cina e Russia, oggi percepiti come i Paesi che stanno conquistando l'Africa, in realtà stanno vivendo una parabola a campana: dopo una fase di grande crescita, vanno incontro alla stagnazione e, infine, alla decrescita. La Cina in particolare è entrata nella sua fase entropica. Dopo decenni di crescita centralizzata, la seconda economia mondiale è oggi attraversata da forti tensioni centrifughe, provocate da sovrapproduzione, concorrenza autodistruttiva e spinte deflazionistiche. L'Europa e l'Italia devono osservare, comprendere e gestire con intelligenza politica queste parabole e le loro inevitabili conseguenze geopolitiche”.
Durante l'evento sono stati presentati i risultati della complessa e articolata ricerca condotta dalla Fondazione Formit sull'area del Sahel, finanziata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci). Lo studio si è concentrato sugli scenari di foresight strategico, offrendo un prezioso patrimonio di dati per strutturare la risposta italiana multilivello – diplomatica, militare, industriale e di cooperazione – proprio nel solco tracciato dal Piano Mattei.

Stefano Maria Paci
Giornalista esperto di geopolitica


Fonte: Stefano Maria Paci