Da Gaza a Flotilla: la responsabilità di porre fine a oltraggi ad umanità
22-05-2026 09:55 - Opinioni
GD - Roma, 22 mag. 26 - Sul caso della Flotilla è necessario evitare semplificazioni. È possibile che, all’interno di quell’area di mobilitazione, abbiano trovato spazio anche componenti riconducibili ai movimenti dell’antagonismo internazionale, protagonisti in passato di forme di protesta controverse. Ma questo non può oscurare la presenza significativa di organizzazioni umanitarie indipendenti e di numerosi giovani impegnati nella difesa dei diritti umani, mossi dall’intento di richiamare l’attenzione internazionale sulla crisi di Gaza e sulle condizioni drammatiche della popolazione civile. Naturalmente anche resta improponibile rimuovere dalla memoria il 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas provocò oltre 1.200 vittime israeliane e il sequestro di decine di ostaggi, aprendo una fase di violenza destinata a lasciare un segno profondo. Ma il richiamo a quella tragedia non può essere separato dalle conseguenze delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, che hanno causato 73mila morti tra i civili palestinesi e distruzioni su larga scala, suscitando accuse di violazioni del diritto internazionale umanitario.
Per questo è stata giusta la prospettiva anticipatrice della Corte Penale Internazionale, quando – già nel maggio del 2024 – emise le prime imputazioni per i leader israeliani Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant oltre che per i capi di Hamas Yahya Sinwar, Ibrahim Al-Masri e Ismail Haniyeh. Hamas e Israele erano stati ampiamente avvertiti delle conseguenze delle loro azioni quando il procuratore Khan già il 29 ottobre 2023 si era recato al valico di frontiera di Rafah in Egitto, senza riuscire ad entrare a Gaza, e aveva lanciato il monito: per Hamas la Corte avrebbe individuato i “responsabili dell’organizzazione e dell’ attuazione delle atrocità del 7 ottobre”, ma a Israele aveva ricordato che “ha un esercito professionale, giuristi militari e un sistema basato sul rispetto del diritto internazionale umanitario”, per cui sarebbe stato chiamato a dimostrare che “qualsiasi attacco” fosse condotto “in conformità con le leggi e le consuetudini dei conflitti armati”, a cominciare dalla “corretta applicazione dei principi di distinzione, precauzione e proporzionalità”, e dal divieto di “affamare le popolazioni”. Eppure quell’avvertimento non solo è rimasto inascoltato, ma anche criticato nella stessa Europa fino a porre in discussione i principi dello ‘Statuto di Roma’ approvato da 124 nazioni e sostenuto nelle origini (1998, anno dall’approvazione avvenuta appunto nella capitale) soprattutto da un’Italia all’epoca lungimirante.
Vanno perciò lette in tutta la loro gravità anche le ultime vicende del caso Flotilla. «Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele», sono le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al pari di morti e distruzioni, devono perciò inquietare anche le scene di uomini e donne costretti in ginocchio, con le mani immobilizzate e il volto rivolto a terra, mentre esponenti delle istituzioni israeliane commentano con toni sprezzanti quelle immagini diffuse pubblicamente. Si è segnato un ulteriore e grave punto di rottura, che ha oltrepassato non soltanto i limiti fissati dal diritto internazionale, ma anche quei principi fondamentali di dignità umana affermatisi dopo le tragedie del Novecento, dalle Convenzioni di Ginevra alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Riaffiora il triste richiamo alla “banalità del male” di Hannah Arendt: la violenza, la sopraffazione e la disumanizzazione dell’altro diventano progressivamente fatti ordinari e accettabili.
La Global Sumud Flotilla, composta da centinaia di attivisti provenienti da decine di Paesi, fra cui molti italiani, è stata intercettata da forze israeliane in acque internazionali. Gli attivisti e numerosi governi, al contrario, hanno contestato la legalità dell’intervento, soprattutto nella sua estensione extraterritoriale e nelle modalità del fermo. In linea generale, il diritto internazionale del mare - codificato nella Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) - tutela la libertà di navigazione in acque internazionali e limita fortemente l’uso della forza contro navi civili. L’intercettazione di imbarcazioni in alto mare è ammessa solo in circostanze eccezionali e rigidamente tipizzate, come la pirateria, il traffico di migranti e di stupefacenti. In ogni caso le missioni umanitarie neutrali devono essere tutelate dagli Stati in forza del diritto internazionale umanitario, in particolare delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dei Protocolli aggiuntivi del 1977. Israele ha sostenuto la legittimità dell’operazione in base al blocco navale della Striscia, qualificando l’azione come “provocatoria” e i partecipanti come sostenitori di Hamas: ha rivendicato invece la legalità dell’intervento in quanto misura di sicurezza in un contesto di conflitto armato. È qui che si apre la faglia di frattura del diritto più contestata: la proporzionalità, la necessità e la compatibilità del blocco con il diritto internazionale umanitario. Il nodo riguarda soprattutto le modalità violente dell’intervento e il trattamento delle persone fermate. Sarebbe stata legittima - al limite - una ‘intimazione’ e una attività di ‘ombreggiamento’ delle imbarcazioni per scortarle a un porto vicino, per successive verifiche, ma non l’incursione armata a bordo. Le immagini e le testimonianze raccolte dalle ONG hanno inoltre evidenziato le condizioni degradanti, le restrizioni fisiche, l’umiliazione e l’ uso di forza in forme di detenzione collettiva, assolutamente non consentite nel caso di persone disarmate e inoffensive, con dichiarati fini umanitari. L’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra - norma di ius cogens, riferita alle situazioni di conflitto armato, e a maggior ragione in situazioni di ‘pace’ - impone “in ogni circostanza” il rispetto della persona umana, vietando in modo assoluto “le violenze contro la vita e l’integrità fisica”, nonché “gli oltraggi alla dignità personale, in particolare i trattamenti umilianti e degradanti”. Così stabiliscono anche il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT), anch’essa ratificata da Israele. Sono fatti gravi, che chiamano in causa norme fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: il divieto di trattamenti inumani e degradanti, il diritto a un giusto processo, la tutela della dignità personale in ogni condizione di detenzione.
Ora il punto decisivo per l’Italia e l’Europa non può essere però la sola indignazione o una mera condanna “politica”: all’attuale governo Israeliano va contestata formalmente la “responsabilità giuridica internazionale” dei fatti, che va rimarcata in tutte le sedi, dall’Onu per l’adozione di sanzioni immediate e di Risoluzioni vincolanti per l’accesso agli aiuti umanitari, fino alle Corti internazionali anche con riferimento alle responsabilità penali individuali del ministro Ben-Gvir, senza porre discussioni di procedibilità perché si tratta di norme universali. Il conflitto a Gaza è già oggetto di procedimenti davanti alla Corte internazionale di giustizia, nell’ambito della procedura avviata per violazioni della Convenzione sul genocidio, e anche la Corte penale internazionale ha aperto procedimenti per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. È in questo quadro che ogni episodio che coinvolge civili, aiuti umanitari o blocchi navali non deve rimanere isolato, e deve entrare in una trama giuridica già sotto esame.
Se si mantiene una linea rigorosa e coerente su questo percorso, si dà una risposta politica all’altezza della gravità del momento. Il governo di Israele deve essere posto stavolta di fronte non solo a dichiarazioni di condanna, ma alla fine compiuta di qualsiasi consenso internazionale per i suoi arbitrii nella deterrenza militare: ha superato ogni limite del diritto e della dignità umana, esponendo lo stesso popolo israeliano a una nuova ondata antisemita. La ‘linea rossa’ di un ministro che infierisce su donne e uomini pacifici ridotti a prigionieri umiliati davanti alle telecamere deve necessariamente richiamare quella già ampiamente superata dei 73 mila morti di Gaza. E in questo quadro, non si può separare ciò che l’Israele di Netanyahu e gli Usa di Trump stanno compiendo su tutto l’intero arco del Medio Oriente: Gaza, il Libano, e l’irragionevole conflitto scatenato contro l’Iran sono tasselli di un unico disegno egemonico e distruttivo che sta solo portando altre morti, distruzioni e caos nel disordine internazionale. Di fronte a tutto questo deve ora misurarsi con fermezza la responsabilità politica dell’Europa e dell’Italia, come viene sollecitato anche dalla ‘società civile’, dalla gente comune. Occorre agire non solo per reazione all’ultimo evento mediatico, ma per la costruzione di un progetto coerente guardando al “Resto del Mondo”, e al Global South in particolare. Insieme ad essi l’Europa deve ritrovare la forza di riaffermare il diritto internazionale, la tutela effettiva delle popolazioni civili, il rispetto della dignità dell’uomo, e, non ultima, l’imposizione definitiva della pace. Ne va del futuro del popolo palestinese e di quello israeliano, che devono convivere civilmente come sancito da decine di Risoluzioni dell’Onu. L’umanità intera non può continuare e pagare le conseguenze di scelte irresponsabili dei nuovi ‘signori della guerra’, che è bene denominare con l’appellativo che si meritano: sono ‘criminali di guerra’, da portare quanto prima davanti a un nuovo processo di Norimberga.
Maurizio Delli Santi
membro dell’International Law Association
Per questo è stata giusta la prospettiva anticipatrice della Corte Penale Internazionale, quando – già nel maggio del 2024 – emise le prime imputazioni per i leader israeliani Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant oltre che per i capi di Hamas Yahya Sinwar, Ibrahim Al-Masri e Ismail Haniyeh. Hamas e Israele erano stati ampiamente avvertiti delle conseguenze delle loro azioni quando il procuratore Khan già il 29 ottobre 2023 si era recato al valico di frontiera di Rafah in Egitto, senza riuscire ad entrare a Gaza, e aveva lanciato il monito: per Hamas la Corte avrebbe individuato i “responsabili dell’organizzazione e dell’ attuazione delle atrocità del 7 ottobre”, ma a Israele aveva ricordato che “ha un esercito professionale, giuristi militari e un sistema basato sul rispetto del diritto internazionale umanitario”, per cui sarebbe stato chiamato a dimostrare che “qualsiasi attacco” fosse condotto “in conformità con le leggi e le consuetudini dei conflitti armati”, a cominciare dalla “corretta applicazione dei principi di distinzione, precauzione e proporzionalità”, e dal divieto di “affamare le popolazioni”. Eppure quell’avvertimento non solo è rimasto inascoltato, ma anche criticato nella stessa Europa fino a porre in discussione i principi dello ‘Statuto di Roma’ approvato da 124 nazioni e sostenuto nelle origini (1998, anno dall’approvazione avvenuta appunto nella capitale) soprattutto da un’Italia all’epoca lungimirante.
Vanno perciò lette in tutta la loro gravità anche le ultime vicende del caso Flotilla. «Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele», sono le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al pari di morti e distruzioni, devono perciò inquietare anche le scene di uomini e donne costretti in ginocchio, con le mani immobilizzate e il volto rivolto a terra, mentre esponenti delle istituzioni israeliane commentano con toni sprezzanti quelle immagini diffuse pubblicamente. Si è segnato un ulteriore e grave punto di rottura, che ha oltrepassato non soltanto i limiti fissati dal diritto internazionale, ma anche quei principi fondamentali di dignità umana affermatisi dopo le tragedie del Novecento, dalle Convenzioni di Ginevra alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Riaffiora il triste richiamo alla “banalità del male” di Hannah Arendt: la violenza, la sopraffazione e la disumanizzazione dell’altro diventano progressivamente fatti ordinari e accettabili.
La Global Sumud Flotilla, composta da centinaia di attivisti provenienti da decine di Paesi, fra cui molti italiani, è stata intercettata da forze israeliane in acque internazionali. Gli attivisti e numerosi governi, al contrario, hanno contestato la legalità dell’intervento, soprattutto nella sua estensione extraterritoriale e nelle modalità del fermo. In linea generale, il diritto internazionale del mare - codificato nella Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) - tutela la libertà di navigazione in acque internazionali e limita fortemente l’uso della forza contro navi civili. L’intercettazione di imbarcazioni in alto mare è ammessa solo in circostanze eccezionali e rigidamente tipizzate, come la pirateria, il traffico di migranti e di stupefacenti. In ogni caso le missioni umanitarie neutrali devono essere tutelate dagli Stati in forza del diritto internazionale umanitario, in particolare delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dei Protocolli aggiuntivi del 1977. Israele ha sostenuto la legittimità dell’operazione in base al blocco navale della Striscia, qualificando l’azione come “provocatoria” e i partecipanti come sostenitori di Hamas: ha rivendicato invece la legalità dell’intervento in quanto misura di sicurezza in un contesto di conflitto armato. È qui che si apre la faglia di frattura del diritto più contestata: la proporzionalità, la necessità e la compatibilità del blocco con il diritto internazionale umanitario. Il nodo riguarda soprattutto le modalità violente dell’intervento e il trattamento delle persone fermate. Sarebbe stata legittima - al limite - una ‘intimazione’ e una attività di ‘ombreggiamento’ delle imbarcazioni per scortarle a un porto vicino, per successive verifiche, ma non l’incursione armata a bordo. Le immagini e le testimonianze raccolte dalle ONG hanno inoltre evidenziato le condizioni degradanti, le restrizioni fisiche, l’umiliazione e l’ uso di forza in forme di detenzione collettiva, assolutamente non consentite nel caso di persone disarmate e inoffensive, con dichiarati fini umanitari. L’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra - norma di ius cogens, riferita alle situazioni di conflitto armato, e a maggior ragione in situazioni di ‘pace’ - impone “in ogni circostanza” il rispetto della persona umana, vietando in modo assoluto “le violenze contro la vita e l’integrità fisica”, nonché “gli oltraggi alla dignità personale, in particolare i trattamenti umilianti e degradanti”. Così stabiliscono anche il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), e la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT), anch’essa ratificata da Israele. Sono fatti gravi, che chiamano in causa norme fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: il divieto di trattamenti inumani e degradanti, il diritto a un giusto processo, la tutela della dignità personale in ogni condizione di detenzione.
Ora il punto decisivo per l’Italia e l’Europa non può essere però la sola indignazione o una mera condanna “politica”: all’attuale governo Israeliano va contestata formalmente la “responsabilità giuridica internazionale” dei fatti, che va rimarcata in tutte le sedi, dall’Onu per l’adozione di sanzioni immediate e di Risoluzioni vincolanti per l’accesso agli aiuti umanitari, fino alle Corti internazionali anche con riferimento alle responsabilità penali individuali del ministro Ben-Gvir, senza porre discussioni di procedibilità perché si tratta di norme universali. Il conflitto a Gaza è già oggetto di procedimenti davanti alla Corte internazionale di giustizia, nell’ambito della procedura avviata per violazioni della Convenzione sul genocidio, e anche la Corte penale internazionale ha aperto procedimenti per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. È in questo quadro che ogni episodio che coinvolge civili, aiuti umanitari o blocchi navali non deve rimanere isolato, e deve entrare in una trama giuridica già sotto esame.
Se si mantiene una linea rigorosa e coerente su questo percorso, si dà una risposta politica all’altezza della gravità del momento. Il governo di Israele deve essere posto stavolta di fronte non solo a dichiarazioni di condanna, ma alla fine compiuta di qualsiasi consenso internazionale per i suoi arbitrii nella deterrenza militare: ha superato ogni limite del diritto e della dignità umana, esponendo lo stesso popolo israeliano a una nuova ondata antisemita. La ‘linea rossa’ di un ministro che infierisce su donne e uomini pacifici ridotti a prigionieri umiliati davanti alle telecamere deve necessariamente richiamare quella già ampiamente superata dei 73 mila morti di Gaza. E in questo quadro, non si può separare ciò che l’Israele di Netanyahu e gli Usa di Trump stanno compiendo su tutto l’intero arco del Medio Oriente: Gaza, il Libano, e l’irragionevole conflitto scatenato contro l’Iran sono tasselli di un unico disegno egemonico e distruttivo che sta solo portando altre morti, distruzioni e caos nel disordine internazionale. Di fronte a tutto questo deve ora misurarsi con fermezza la responsabilità politica dell’Europa e dell’Italia, come viene sollecitato anche dalla ‘società civile’, dalla gente comune. Occorre agire non solo per reazione all’ultimo evento mediatico, ma per la costruzione di un progetto coerente guardando al “Resto del Mondo”, e al Global South in particolare. Insieme ad essi l’Europa deve ritrovare la forza di riaffermare il diritto internazionale, la tutela effettiva delle popolazioni civili, il rispetto della dignità dell’uomo, e, non ultima, l’imposizione definitiva della pace. Ne va del futuro del popolo palestinese e di quello israeliano, che devono convivere civilmente come sancito da decine di Risoluzioni dell’Onu. L’umanità intera non può continuare e pagare le conseguenze di scelte irresponsabili dei nuovi ‘signori della guerra’, che è bene denominare con l’appellativo che si meritano: sono ‘criminali di guerra’, da portare quanto prima davanti a un nuovo processo di Norimberga.
Maurizio Delli Santi
membro dell’International Law Association
Fonte: Maurizio Delli Santi














