Amb. Sergio Vento e la grande tradizione della memorialistica diplomatica italiana
08-04-2026 09:00 - Ambasciate
GD - Roma, 8 apr. 26 - L’amb. Sergio Vento, romano, è stato uno degli uomini di punta della diplomazia italiana fra la fine del Ventesimo secolo e l'inizio del XXI. Ambasciatore d'Italia a Belgrado fra il 1989 e il 1991, dal 1992 al 1995 è stato consigliere diplomatico dei presidenti del Consiglio Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi e Lamberto Dini. Dal 1995 al 1999 è stato ambasciatore a Parigi, dal 1999 al 2003 rappresentante permanente italiano presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite e dal 2003 al 2005 ambasciatore d'Italia a Washington, lasciando la carriera diplomatica per raggiunti limiti di età proprio nel 2005.
Il diplomatico romano ha deciso recentemente di pubblicare un libro di memorie "Il XX secolo non è finito. Transizioni e ambiguità" (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024) che è un volume che spicca per importanza nell'ambito della memorialistica politica e diplomatica italiana. Ripercorrendo la sua vita e carriera diplomatica, Vento compie contemporaneamente una ricostruzione rigorosa, interessante e stimolante della storia della politica estera italiana e dell'evoluzione della politica internazionale dagli anni Sessanta del Novecento al primo decennio del XXI secolo. Ma il libro è anche una riflessione sull'evoluzione dello Stato italiano e della sua classe dirigente negli ultimi cinquant'anni, con ritratti di grande perspicacia e interesse di personalità come Giulio Andreotti, Aldo Moro, Bettino Craxi, Arnaldo Forlani, Lamberto Dini, Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato. Giustamente il diplomatico romano denuncia i pericoli per l'Italia derivanti dall'emergere di una classe politica "liquida", priva di veri punti di riferimento ideali e di continuità con le grandi tradizioni politiche italiane del passato; una classe politica debole, spesso vittima e strumento dei grandi interessi economici e di alcuni Stati stranieri, anche perché non può appoggiarsi su strutture partitiche solide e radicate in modo capillare nella società italiana: una società sempre più frammentata, che rigetta la competizione meritocratica e che piuttosto apprezza e premia classi dirigenti prodotto di un presunto "nuovismo" politico a scapito di coloro che possiedono una solida cultura politica e una lunga esperienza di amministrazione della cosa pubblica.
Il volume di Vento colpisce il lettore per la crudezza delle analisi, per l'assenza di retorica, per lo sforzo sincero di svelare le logiche di potere che dominano la realtà politica contemporanea. Sono caratteristiche queste di Vento che ricordano non poco lo stile e il contenuto di certi rapporti diplomatici di un altro formidabile ambasciatore romano, Pietro Quaroni. Sul piano della memorialistica diplomatica, il libro di Vento spicca come uno dei libri di ricordi più importanti scritti da un diplomatico italiano negli ultimi decenni. Per trovare libri che raggiungano la forza interpretativa e il vigore intellettuale dell'opera dell'ex ambasciatore a Belgrado dobbiamo andare indietro di alcuni decenni, ai volumi memorialistici dei due grandi "Roberto" della "Carriera", Roberto Ducci e Roberto Gaja, con i quali peraltro Vento ha lavorato in gioventù: "I Capintesta" di Ducci, pubblicato nel 1982, e "L'Italia nel mondo bipolare. Per una storia della politica estera italiana (1943-1991)", edito postumo nel 1995. A nostro avviso, Sergio Vento presenta forti affinità sul piano della sensibilità politica e ideologica e delle concezioni di politica estera con Roberto Ducci, ma "Il XX secolo non è finito" non ha la raffinatezza letteraria e di scrittura de "I Capintesta"; piuttosto, per la sincerità delle analisi e la struttura del volume, ricorda le memorie postume di Roberto Gaja. Un elemento comune dei libri di Vento e Gaja sta nella difesa e nell'elogio dei successi della politica estera della Prima Repubblica italiana, resi possibili dalla felice sintonia e collaborazione fra una leadership politica competente, ambiziosa e non provinciale, e un corpo diplomatico di alto livello che, capiti e assimilati i gravi errori della politica imperialista fascista, aveva conosciuto un rinnovamento ideologico e strategico, divenendo poi, grazie a funzionari come Pietro Quaroni, Luca Pietromarchi, Gastone Guidotti, Cristoforo Fracassi Ratti Mentone, i sopracitati Ducci e Gaja e molti altri, uno dei principali centri di elaborazione politica e intellettuale dell'Italia della seconda metà del Novecento.
La lettura del libro di Vento aiuta anche il lettore a comprendere meglio le difficoltà della professione del diplomatico. Mestiere assai diverso da come viene descritto dalle periodiche campagne di stampa dei mass media populisti, che amano denigrare chi lavora per lo Stato. L'opera di Vento mostra che la carriera diplomatica è una professione che domanda studio continuo, disciplina, fatica; sacrificio non solo personale ma anche per i membri della propria famiglia. La guida di un'Ambasciata richiede svariate e diverse qualità e caratteristiche: competenze amministrative e giuridiche, capacità d'interazione e integrazione con lo Stato e la società ospitanti; bisogna avere doti di analisi, ma anche, allo stesso tempo, la capacità di risolvere problemi concreti e pratici, emergenze improvvise. Una delle maggiori difficoltà della carriera diplomatica è costituita poi dall'intensità del rapporto d'identificazione del diplomatico con lo Stato. Rappresentare lo Stato all'estero è cosa ardua, un grande onore ma anche un grave onere e un'enorme responsabilità. Parole e atti sbagliati possono provocare gravi danni allo Stato e ai suoi cittadini. Vi è poi l'ethos di stampo militare caratteristico della diplomazia italiana, ereditato dalla tradizione della diplomazia sabauda composta per secoli prevalentemente da ufficiali e generali delle forze armate dello Stato dinastico sabaudo: nei momenti dell'emergenza, del pericolo supremo per lo Stato, l'etica del servizio dello Stato impone al diplomatico la disponibilità a qualsiasi sacrificio, anche a quello supremo di mettere a rischio la propria vita.
Le memorie di Vento, per la ricchezza del loro contenuto e la profondità delle analisi, mostrano chiaramente quali sono i tradizionali punti di forza e le qualità della tradizione della diplomazia italiana: la capacità di leggere e interpretare il sistema internazionale in maniera realistica e complessa, collegando fra loro le dinamiche dei vari contesti della politica globale; uno stile di analisi schietto, senza retorica, sincero nelle opinioni; un'abilità di leggere e interpretare rapidamente i mutamenti in corso negli equilibri di potere mondiale. È quella italiana una diplomazia che ha una forte impronta westfaliana: ritiene che ideologie e religioni dovrebbero essere fenomeni riservati alla politica interna degli Stati, non condizionare le relazioni internazionali, e perciò sa leggere con freddezza e spirito critico le manipolazioni ideologiche e religiose che condizionano le relazioni interstatuali; la cultura diplomatica italiana accetta la pluralità di Stati e di valori, non mira al perseguimento di egemonie e supremazie, ma vede piuttosto nella ricerca e nel mantenimento degli equilibri di potere fra i soggetti internazionali una condizione fondamentale per la pace e la stabilità globali.
In conclusione, per la forza delle sue analisi interpretative e la ricchezza dei temi che affronta, "Il XX secolo non è finito" è un libro che merita di essere letto non solo da studiosi della storia della diplomazia e della politica estera italiana, ma da tutti coloro che s'interessano di storia dello Stato italiano e delle vicende delle sue classi dirigenti. Esso mostra chiaramente perché la diplomazia italiana è considerata, insieme a quelle russa, iraniana, turca e francese, uno dei migliori corpi diplomatici a livello mondiale. È un libro che dovrebbero leggere in special modo i giovani interessati alla politica internazionale che desiderano intraprendere la carriera diplomatica, al fine di capire le difficoltà che si affrontano a servire lo Stato ma anche la nobiltà etica e spirituale di tale servizio.
Luciano Monzali
“il XX secolo non è finito. Transizioni e ambiguità”, di Sergio Vento, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024
Fonte: Luciano Monzali
Il diplomatico romano ha deciso recentemente di pubblicare un libro di memorie "Il XX secolo non è finito. Transizioni e ambiguità" (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024) che è un volume che spicca per importanza nell'ambito della memorialistica politica e diplomatica italiana. Ripercorrendo la sua vita e carriera diplomatica, Vento compie contemporaneamente una ricostruzione rigorosa, interessante e stimolante della storia della politica estera italiana e dell'evoluzione della politica internazionale dagli anni Sessanta del Novecento al primo decennio del XXI secolo. Ma il libro è anche una riflessione sull'evoluzione dello Stato italiano e della sua classe dirigente negli ultimi cinquant'anni, con ritratti di grande perspicacia e interesse di personalità come Giulio Andreotti, Aldo Moro, Bettino Craxi, Arnaldo Forlani, Lamberto Dini, Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato. Giustamente il diplomatico romano denuncia i pericoli per l'Italia derivanti dall'emergere di una classe politica "liquida", priva di veri punti di riferimento ideali e di continuità con le grandi tradizioni politiche italiane del passato; una classe politica debole, spesso vittima e strumento dei grandi interessi economici e di alcuni Stati stranieri, anche perché non può appoggiarsi su strutture partitiche solide e radicate in modo capillare nella società italiana: una società sempre più frammentata, che rigetta la competizione meritocratica e che piuttosto apprezza e premia classi dirigenti prodotto di un presunto "nuovismo" politico a scapito di coloro che possiedono una solida cultura politica e una lunga esperienza di amministrazione della cosa pubblica.
Il volume di Vento colpisce il lettore per la crudezza delle analisi, per l'assenza di retorica, per lo sforzo sincero di svelare le logiche di potere che dominano la realtà politica contemporanea. Sono caratteristiche queste di Vento che ricordano non poco lo stile e il contenuto di certi rapporti diplomatici di un altro formidabile ambasciatore romano, Pietro Quaroni. Sul piano della memorialistica diplomatica, il libro di Vento spicca come uno dei libri di ricordi più importanti scritti da un diplomatico italiano negli ultimi decenni. Per trovare libri che raggiungano la forza interpretativa e il vigore intellettuale dell'opera dell'ex ambasciatore a Belgrado dobbiamo andare indietro di alcuni decenni, ai volumi memorialistici dei due grandi "Roberto" della "Carriera", Roberto Ducci e Roberto Gaja, con i quali peraltro Vento ha lavorato in gioventù: "I Capintesta" di Ducci, pubblicato nel 1982, e "L'Italia nel mondo bipolare. Per una storia della politica estera italiana (1943-1991)", edito postumo nel 1995. A nostro avviso, Sergio Vento presenta forti affinità sul piano della sensibilità politica e ideologica e delle concezioni di politica estera con Roberto Ducci, ma "Il XX secolo non è finito" non ha la raffinatezza letteraria e di scrittura de "I Capintesta"; piuttosto, per la sincerità delle analisi e la struttura del volume, ricorda le memorie postume di Roberto Gaja. Un elemento comune dei libri di Vento e Gaja sta nella difesa e nell'elogio dei successi della politica estera della Prima Repubblica italiana, resi possibili dalla felice sintonia e collaborazione fra una leadership politica competente, ambiziosa e non provinciale, e un corpo diplomatico di alto livello che, capiti e assimilati i gravi errori della politica imperialista fascista, aveva conosciuto un rinnovamento ideologico e strategico, divenendo poi, grazie a funzionari come Pietro Quaroni, Luca Pietromarchi, Gastone Guidotti, Cristoforo Fracassi Ratti Mentone, i sopracitati Ducci e Gaja e molti altri, uno dei principali centri di elaborazione politica e intellettuale dell'Italia della seconda metà del Novecento.
La lettura del libro di Vento aiuta anche il lettore a comprendere meglio le difficoltà della professione del diplomatico. Mestiere assai diverso da come viene descritto dalle periodiche campagne di stampa dei mass media populisti, che amano denigrare chi lavora per lo Stato. L'opera di Vento mostra che la carriera diplomatica è una professione che domanda studio continuo, disciplina, fatica; sacrificio non solo personale ma anche per i membri della propria famiglia. La guida di un'Ambasciata richiede svariate e diverse qualità e caratteristiche: competenze amministrative e giuridiche, capacità d'interazione e integrazione con lo Stato e la società ospitanti; bisogna avere doti di analisi, ma anche, allo stesso tempo, la capacità di risolvere problemi concreti e pratici, emergenze improvvise. Una delle maggiori difficoltà della carriera diplomatica è costituita poi dall'intensità del rapporto d'identificazione del diplomatico con lo Stato. Rappresentare lo Stato all'estero è cosa ardua, un grande onore ma anche un grave onere e un'enorme responsabilità. Parole e atti sbagliati possono provocare gravi danni allo Stato e ai suoi cittadini. Vi è poi l'ethos di stampo militare caratteristico della diplomazia italiana, ereditato dalla tradizione della diplomazia sabauda composta per secoli prevalentemente da ufficiali e generali delle forze armate dello Stato dinastico sabaudo: nei momenti dell'emergenza, del pericolo supremo per lo Stato, l'etica del servizio dello Stato impone al diplomatico la disponibilità a qualsiasi sacrificio, anche a quello supremo di mettere a rischio la propria vita.
Le memorie di Vento, per la ricchezza del loro contenuto e la profondità delle analisi, mostrano chiaramente quali sono i tradizionali punti di forza e le qualità della tradizione della diplomazia italiana: la capacità di leggere e interpretare il sistema internazionale in maniera realistica e complessa, collegando fra loro le dinamiche dei vari contesti della politica globale; uno stile di analisi schietto, senza retorica, sincero nelle opinioni; un'abilità di leggere e interpretare rapidamente i mutamenti in corso negli equilibri di potere mondiale. È quella italiana una diplomazia che ha una forte impronta westfaliana: ritiene che ideologie e religioni dovrebbero essere fenomeni riservati alla politica interna degli Stati, non condizionare le relazioni internazionali, e perciò sa leggere con freddezza e spirito critico le manipolazioni ideologiche e religiose che condizionano le relazioni interstatuali; la cultura diplomatica italiana accetta la pluralità di Stati e di valori, non mira al perseguimento di egemonie e supremazie, ma vede piuttosto nella ricerca e nel mantenimento degli equilibri di potere fra i soggetti internazionali una condizione fondamentale per la pace e la stabilità globali.
In conclusione, per la forza delle sue analisi interpretative e la ricchezza dei temi che affronta, "Il XX secolo non è finito" è un libro che merita di essere letto non solo da studiosi della storia della diplomazia e della politica estera italiana, ma da tutti coloro che s'interessano di storia dello Stato italiano e delle vicende delle sue classi dirigenti. Esso mostra chiaramente perché la diplomazia italiana è considerata, insieme a quelle russa, iraniana, turca e francese, uno dei migliori corpi diplomatici a livello mondiale. È un libro che dovrebbero leggere in special modo i giovani interessati alla politica internazionale che desiderano intraprendere la carriera diplomatica, al fine di capire le difficoltà che si affrontano a servire lo Stato ma anche la nobiltà etica e spirituale di tale servizio.
Luciano Monzali
“il XX secolo non è finito. Transizioni e ambiguità”, di Sergio Vento, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2024
Fonte: Luciano Monzali














