22 Settembre 2020
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USA-Italia, la dottrina Trump, le sfide comuni: parla il Vicesegretario di Stato John Sullivan

20-02-2018 19:08 - Opinioni
GD - Roma, 20 feb. 18 - Il sito del think-tank FORMICHE.NET riporta una interessante sintesi dell´intervento di John Sullivan, Vicesegretario di Stato USA, ospite del Centro Studi Americani, dove ha applaudito le missioni militari italiane e difeso la dottrina Trump per la politica estera ed ha parlato dell´Italia, della dottrina Trump e delle sfide comuni.
FORMICHE.NET - Donald Trump non abbandonerà l´Europa e la Nato, perché "gli Usa hanno bisogno di alleati". Questo il messaggio che John Sullivan, Vicesegretario di Stato degli Stati Uniti d´America, ha voluto portare da Washington DC a Roma, prendendo la parola al Centro Studi Americani, dove è stato accolto dal direttore Paolo Messa e introdotto dal presidente Gianni De Gennaro.
"Il nostro impegno è assolutamente indubitabile. Siamo impegnati nei confronti dei nostri alleati, in particolare nei confronti di quelli della Nato", ha assicurato Sullivan, che lo scorso maggio, dopo una lunga carriera fra il dipartimento della Difesa e del Commercio, è stato chiamato dal presidente Trump e dal segretario Rex Tillerson ai vertici del dipartimento di Stato. Russia, Turchia, Iran, Nato, Corea del Nord, Israele: Sullivan non si è sottratto a nessuna delle domande dei presenti nella sala del CSA, gremita, oltre che di studenti e giornalisti, di rappresentanti diplomatici come Ofer Sachs e Yevhen Perelygin, rispettivamente ambasciatori in Italia di Israele e Ucraina, la vice-capo missione USA Kelly Degnan, ma anche dirigenti aziendali come Gioia Ghezzi, presidente del Gruppo FS; Luca Lanzalone, presidente di Acea; Lapo Pistelli, vicepresidente ENI.
Sullivan ha difeso strenuamente la dottrina Trump in politica estera, pur riconoscendo qualche limite, come la mancata nomina di un ambasciatore a Bruxelles, e ha ripercorso le sfide che vedono all´estero Italia e Stati Uniti impegnati su un fronte comune.
IL PLAUSO ALLE MISSIONI ITALIANE ALL´ESTERO - Non importa chi salirà a Palazzo Chigi il 4 marzo, né chi vincerà alle elezioni di mid-term il prossimo novembre: il numero due di Foggy Bottom ha assicurato che nulla potrà scalfire "la solidità delle relazioni fra Italia e Stati Uniti". L´Italia incassa un plauso continuo da Washington anche e soprattutto per i fronti in cui i suoi militari e addestratori si trovano oggi spalla a spalla con l´esercito americano: Libano, Iraq, dove "l´Italia è il secondo contributore per quantità di truppe", Afghanistan con la missione Resolute Support. Bene anche la risposta italiana alla crisi migratoria, ha riferito Sullivan, aggiungendo che su quesi temi "gli Stati Uniti condividono le preoccupazioni del governo italiano". Sulla gestione della crisi libica l´Italia ha assunto e continua ad assumere "una posizione di leadership". Sullivan, che parteciperà a breve al G5 Sahel, ha poi dato la benedizione del dipartimento di Stato alla missione nell´"inferno" del Niger: "Gli Stati Uniti supportano fermamente la missione italiana di contrasto al terrorismo".
MOSCA, KIEV E LE INTERFERENZE RUSSE ALLE ELEZIONI - Mentre Trump in persona decide di ammettere la possibilità di un´interferenza russa alle elezioni del 2016, pur negando il coinvolgimento del suo team ("Non ho mai detto che la Russia non ha interferito" ha scritto su twitter), Sullivan ha preferito rimanere cauto non esprimendosi sulle indagini del procuratore Robert Mueller. Quanto al pericolo incombente sulla tornata italiana del 4 marzo, il Vicesegretario, che lunedì mattina ha incontrato, fra gli altri, il ministro degli Esteri Angelino Alfano, ha riferito le impressioni dei suoi colleghi italiani: "I miei interlocutori sono tranquilli. Sono cauti ma ottimisti, le elezioni saranno libere". Di Russia si è parlato soprattutto in merito agli accordi di Minsk. Pieno appoggio al presidente ucraino Petro Poroschenko, dura condanna dell´invasione della Crimea ad opera di Mosca: gli Stati Uniti non possono accettare che "nel ventunesimo secolo le frontiere siano modificate con la forza".
TENSIONI E DISTENSIONI IN MEDIO ORIENTE: IRAN, TURCHIA, QATAR - Sull´accordo sul nucleare con l´Iran la posizione di Sullivan è la stessa di Trump, l´approccio più cauto. Il Jcpoa non va sbianchettato definitivamente, ma corretto "nelle sue falle". L´appello, più che a Teheran, è sembrato rivolto agli alleati europei che si sono impegnati con il governo di Rohani: Trump, ha riferito Sullivan, "vuole vedere un impegno degli alleati europei che garantisca che questi argomenti siano affrontati". Più ancora dell´accordo del 2015, ha aggiunto, preoccupa Washington la proliferazione di missili balistici iraniani, e lo zampino di Teheran in Yemen, Siria, Libano. Parole concilianti anche nei confronti della Turchia di Erdogan, dove Tillerson si è recato in visita lo scorso 15 febbraio. La relazione con l´alleato della Nato "è estremamente importante" ha sottolineato Sullivan. Nessun cenno specifico all´operazione militare turca ad Afrin, nel nord della Siria, contro i curdi dello Ypg: solo la garanzia che Washington "riconosce le esigenze di sicurezza della Turchia". Segnali di apertura sono infine giunti verso il Qatar, da giugno del 2017 isolato dai Paesi del Golfo e dalla Casa Bianca con l´accusa di finanziare i terroristi. Il Vicesegretario, ringraziando il Kuwait per la mediazione, ha parlato di schiarite all´orizzonte: "abbiamo incontrato una delegazione qatarina, pensiamo che il Qatar abbia fatto significativi passi avanti".
COREA DEL NORD: NO AL CAMBIO DI REGIME, SI AL DIALOGO - "Le sanzioni da sole non risolveranno il problema, dobbiamo avere colloqui con i nordcoreani al momento opportuno". Così il numero due del dipartimento di Stato ha auspicato un faccia a faccia con una delegazione nordcoreana per dare avvio al disgelo. Un´operazione non facile, perché, dopo decenni in cui "gli Stati Uniti e gli altri Paesi hanno cercato di usare la carota", Pyongyang continua imperterrita la sua "marcia inesorabile lungo la strada dello sviluppo nucleare". Il Vicesegretario ha voluto però precisare che Washington non ha alcun interesse a detronizzare Kim Jong-un con un cambio di regime, né tantomeno ad un processo di unificazione, perché "spetta ai coreani decidere".
GERUSALEMME CAPITALE: UN DATO DI FATTO - Riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele non è stato altro che "il riconoscimento di un dato di fatto". Così Sullivan ha tagliato corto sulle polemiche che continuano a infiammare il Medio Oriente dopo che Trump ha deciso di esporsi sull´annosa questione di Gerusalemme. Proteste, reazioni violente e una buona dose di doping mediatico erano conseguenze "cui eravamo preparati" ha chiosato il vice di Tillerson. Che ha poi tenuto una porta aperta alla Palestina: è infatti "assolutamente possibile" che Gerusalemme sia anche "la capitale dello Stato palestinese", purché i palestinesi "tengano alta l´attenzione sul processo di pace".

di Francesco Bechis


Fonte: Formìche.net
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