23 Settembre 2020
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Svizzera modello: “Passato, Presente e Futuro della Democrazia diretta”

21-10-2018 14:34 - Ambasciate
GD - Roma, 21 ott. 18 - Per la democrazia rappresentativa, minacciata sia dalla economia globalizzata che è impossibile da controllar, sia dai populismi, è allarme rosso. In Paesi come l’Italia, dove i sovranisti sono arrivati al Governo, molti cittadini hanno difficoltà a capire i cambiamenti in atto. Anche, e soprattutto per questo, è stato seguito con attenzione Roma un incontro di studiosi e politologi su “Passato, Presente e Futuro della Democrazia diretta”. In cui al centro del confronto c'è stato il “modello” per molti da imitare: quello della Svizzera, Paese dove, tramite l’uso dei diritti di iniziativa popolare e di referendum, lo sviluppo verso una democrazia maggiormente partecipata è considerato come il più esaustivo.
Attenzione però, ha avvertito Giancarlo Kessler, ambasciatore della Confederazione Elvetica in Italia, aprendo il convegno all’Istituto Svizzero di Cultura, “la democrazia diretta è uno strumento vitale, ma delicato”. Affermazione poi confermata dal dibattito insieme con la constatazione che una “ricetta” comune contro populismi e sovranismi non c’è. E che un certo numero di correttivi dovrebbero essere apportati allo stesso sistema di democrazia diretta elvetico.
Lo ha affermato con chiarezza Georg Kreis. Premesso che le 307 votazioni popolari svoltesi nella Confederazione dal 1874 ad oggi hanno avuto “un effetto positivo, hanno migliorato la politica” il professore dell’università di Basilea ha osservato che ci sono elementi quantitativi e qualitativi da correggere. Per esempio, il numero delle firme.
Nel primo referendum della storia 50.000 firme rappresentavano il 7,56 della popolazione, oggi rappresentano l’1,9% degli elettori; per rappresentare il 7,56% degli elettori ce ne vorrebbero 600.000. Le consultazioni popolari sono troppe e rischiano di stancare l’elettorato.
Come uscirne? Si potrebbero richiedere più firme in un periodo più breve ma i politici non lo fanno; lo potrebbe forse fare una commissione extraparlamentare ma poi la proposta dovrebbe essere sottoposta a referendum e inevitabilmente si fermerebbe. Una situazione bloccata. “L’unica speranza che che in alcuni casi specifici, importanti, i cittadini facciano scelte giuste guidati dal senso civico” ha concluso Kreis.
Un altro professore universitario svizzero, Francis Cheneval, dell’Università di Zurigo, ha esaminato la vicenda Brexit per sottolineare che la consultazione che l’ha avviata “è stata un plebiscito, non una forma di democrazia diretta come in Svizzera”. I plebisciti, ha osservato, “non sono democrazia diretta, e mettono in pericolo la democrazia non perché la democrazia diretta è sbagliata ma per l’uso che ne viene fatto”.
In assenza di regole fisse ci si deve, insomma, muovere con circospezione. “Il modello svizzero è di grande interesse. Ma si tratta di procedere con cautela. Contesti diversi possono esigere soluzioni diverse”, ha messo le mani avanti Lorenzo Spadacini, capo del Dipartimento delle Riforme Istituzionali del Governo giallo-verde (M5S e Lega) di competenza del ministro per “la democrazia diretta” Riccardo Fraccaro. Nessuna rivoluzione, quindi.
Spadacini ha spiegato che “le nostre riforme saranno approvate con referendum ed i quesiti, che dovranno avere come risposta un “sì” o un “no”, saranno semplici chiari”. Per le leggi di iniziativa popolare, ha aggiunto, pensiamo a richiedere 500.000 firme. Se la richiesta non passa, inizia tra i promotori e il Parlamento un “negoziato” che può durare fino a 18 mesi. Poi se non c’è accordo vengono vengono messe ai voti le due posizioni, quella di iniziativa popolare e quella del Parlamento”.


Fonte: Carlo Rebecchi
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