07 Agosto 2020
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MO: Giuseppe M. Gnagnarella compie viaggio nella prima Intifada con il libro "La sposa contesa"

12-12-2018 20:08 - Arte, cultura, turismo
GD - Roma, 12 dic. 18 - Un interessante viaggio nella prima Intifada. Lo ha percorso il giornalista Giuseppe Maria Gnagnarella con il suo ultimo libro, l'ennesimo, intitolato "La sposa contesa", Edizioni Kirke. Lancianese di nascita ma romano di adozione, l'autore spiega che “in occasione del trentennale dell’inizio della prima Intifada, ho provato a ripercorrere i primi quattro mesi della rivolta, tra il terzo e il quarto vertice Reagan-Gorbaciov, nella convinzione che in essi sia possibile rintracciare le ragioni della crisi Israele-Palestina in parte valide ancora oggi”.
Gnagnarella con “La sposa contesa” torna così al primo amore, la storia, dopo due romanzi. Alla comprensione di questo complesso contesto, l’autore fornisce un contributo importante, in primo luogo perché il libro costituisce un caso raro di opera articolata sulla materia scritta da un italiano e, poi, perché non si tratta di compilazione accademica di un Centro Studi, ma del racconto fresco di un testimone oculare. Originale e fuori dal coro l’ultimo capitolo che si intitola “L’ultima occasione”: pagine ragionate e ottimistiche nella convinzione che nel periodo attuale ci siano condizioni uniche e forse irripetibili per riprendere un concreto dialogo tra le parti.
L'autore ha compiuto una lunga ed articolata carriera professionale in RAI, dove è stato responsabile della comunicazione della Presidenza della RAI, portavoce del Vice Direttore Generale della RAI, capo ufficio stampa di RAI2, responsabile dei rapporti della RAI con la Commissione Parlamentare di Vigilanza, capo redattore politico del Tg3 e del Giornale Radio, inviato speciale in Unione Sovietica e negli Stato Uniti, Vaticanista e inviato di guerra in Libano, Israele, Nicaragua ed ex Jugoslavia.
Già Consigliere di Amministrazione della LUISS, è autore di diversi libri: "1978, l’anno che ha campiato la Repubblica", pubblicato da Le Monnier nei Quaderni di Storia di Spadolini; "La Bella preda" (Carabba) e "Storia politica della Rai" (Textus edizioni). Nel 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo "Rendez-vous a Saint-Germain" (Gangemi) seguito da "La ragazza con l’accendino" (Edizioni Kirke). Premio Abruzzese dell’anno nel 2006; premio Penne pulite nel 1999.
Per meglio cogliere l'essenza di questo impegnativo e prezioso lavoro informativo di Giuseppe Gnagnarella merita leggere parte della prefazione scritta da Sandro De Bernardin, già ambasciatore d’Italia in Israele (2004-2008) e presidente dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA).
Scrive il diplomatico: Il conflitto israelo-palestinese è l’espressione del dramma di due popoli accomunati dalla precarietà esistenziale: da un lato, la precarietà di un popolo senza Stato che vive da cinquant’anni in un regime di occupazione; dall’altro, quella di un popolo il cui stato non ha – unico caso al mondo – frontiere internazionalmente riconosciute. La soluzione di questo conflitto è uno dei “danni collaterali” delle Primavere Arabe, che ne hanno declassato l’urgenza, poiché dal 2011 attenzione e risorse dei maggiori attori internazionali sono state prioritariamente assorbite dall’esigenza di contrastare il terrorismo, di gestire i teatri libico e siriano, di flemmatizzare le lacerazioni in seno al mondo musulmano.
Su tale soluzione grava anche un malinteso di fondo, radicato soprattutto in Occidente: cioè che per tutti sia prioritario l’interesse a fare la pace. Invece, la pace “per se” interessa solo agli europei, che risentono in modo speciale gli effetti destabilizzanti delle turbolenze nel bacino mediterraneo. Interessa meno alle parti direttamente in causa. Per gli israeliani, invece, la priorità è la sicurezza, in nome della quale da settant’anni accettano di essere amministrati da “leggi d’emergenza”. I palestinesi, dal canto loro, attribuiscono priorità al conseguimento di una soluzione “giusta”: in nome di questa chimera hanno rifiutato persino la vantaggiosa offerta negoziale presentata da Ehud Barak nel 2000.
Alla comprensione di questo complesso contesto il lavoro di Giuseppe Gnagnarella fornisce un contributo importante. Il suo libro è notevole per diverse ragioni. In primo luogo, costituisce un caso raro di opera articolata sulla materia scritta da un italiano. Soprattutto, non è la compilazione accademica di un centro studi, ma il racconto fresco di un testimone oculare. Per questo esso trasmette non solo informazioni ma, ancor più, emozioni. La cronaca degli eventi è arricchita da pennellate di personali esperienze, che impongono con vividezza la dimensione umana di quel pezzo di storia.
Il rigore della cronaca è arricchito dalla partecipazione empatica, che non è mai a senso unico. La professionalità del giornalista naviga sicura anche tra gli scogli della semantica. Sì, perché il conflitto israelo-palestinese è combattuto anche con le parole, che ciascuna delle due parti usa o rifiuta spesso strumentalmente: occupazione, apartheid, Giudea e Samaria (invece di Cisgiordania).
Molti dei commenti di Gnagnarella agli eventi del 1987 valgono anche a qualificare la situazione di oggi, che però risulta ulteriormente complicata in entrambe i campi. In quello palestinese, all’eclisse della vecchia guardia di Fatah non ha corrisposto l’affermazione di nuova, credibile dirigenza. In quello israeliano, la maggioranza di governo non si accontenta più della “politica del fatto compiuto” per espandere la presenza ebraica tra il mare e il Giordano, ma intende anche blindare giuridicamente Israele quale “Stato nazionale del popolo ebraico”.
Di fatto, tra il mare e il Giordano convivono oggi due solitudini: due popoli che comunicano sempre meno e che, non frequentandosi, si conoscono sempre meno e che, non conoscendosi, rischiano di restare intrappolati nella paura e nell’intolleranza nei confronti del “diverso”.
Si è aperta, nel contempo, una seria crepa nella relazione tra Israele e l’Unione Europea che, nonostante gli sviluppi degli ultimi anni, resta ancorata alle ricette diplomatiche degli anni Novanta, relegandosi di fatto in una condizione di non-interlocuzione politica e di sostanziale irrilevanza rispetto al Governo che siede a Gerusalemme, forte ormai di un rinsaldato rapporto con l’Amministrazione di Washington DC.
Tuttavia gli Stati Uniti, pur essenziali per una composizione del conflitto, da soli non sarebbero in grado di assicurare l’investimento necessario, su base regionale, per sostenere la pace: un investimento politico, finanziario e anche militare.
Resta peraltro da accertare la disponibilità di Israele a delegare, anche parzialmente, ad altri la garanzia della propria tutela. Una delle maggiori sfide per la Comunità internazionale è, infatti, convincerla ad evolvere da una concezione puramente militare ad una concezione “politica” della sicurezza. Mi è rimasto impresso quanto mi disse l’allora Primo Ministro Sharon quando sfiorai con lui questo argomento ai tempi del mio mandato di ambasciatore: “Se avete davvero a cuore la nostra sicurezza, non pretendete d’insegnarci come la dobbiamo conseguire. In proposito ne sappiamo ben più di voi che state a migliaia di chilometri di distanza. Quello che ci aspettiamo da chi ci è veramente amico è che ci fornisca i mezzi per difenderci da soli, a modo nostro, contro qualsiasi nemico”.
D’altro canto, è difficile non condividere la riflessione pubblicata da David Grossman: finché anche i palestinesi non avranno una casa, nemmeno gli israeliani potranno averne una, perché il forte stato di Israele continuerà a somigliare piuttosto ad una fortezza che ad una casa.
Realisticamente c’è da aspettarsi che continuino, aspre, le resistenze dei “falchi”: non solo dei fondamentalisti e fanatici religiosi di entrambe i campi, ma anche di chi dalla situazione attuale trae un suo vantaggio. Non per nulla Shimon Peres mi avvisò con disincanto: “Caro Ambasciatore, qui tutti dicono di voler la pace, ma sono pochi quelli disposti a pagarne il prezzo necessario”.
La Comunità internazionale non può abbandonare israeliani e palestinesi a se stessi. La pace potrà arrivare solo a seguito di un accordo liberamente sottoscritto dalle due parti (se saranno disposte a non pretendere né la pace assolutamente “sicura” né la pace assolutamente “giusta”, ma ad accontentarsi realisticamente di una pace “sostenibile”). Ci sarà anche bisogno, tuttavia, di qualcuno che accompagni le parti al tavolo negoziale, aiutandole a superare il muro di diffidenza – ben più spesso di quello fisico – che ora le divide.
Credo che, con il suo lavoro, Gnagnarella ci incentivi ad un impegno in questo senso, perché rende più leggibile per “chi sta a migliaia di chilometri di distanza” la realtà fattuale e le dinamiche che la governano.
Condivido l’esortazione che egli formula nella parte finale del libro: “Inutile aggrapparsi al passato, meglio investire sul futuro”. Meglio investire sulle opportunità offerte, nonostante la sua relativa instabilità, dal nuovo contesto regionale. Meglio investire sulle nuove dinamiche in seno al mondo arabo, che prospettano interessanti confluenze con gli interessi strategici israeliani.
Non dimentichiamo però di investire anche in casa nostra, per smascherare e contrastare i volti che oggi assume l’antisemitismo. Non si tratta più tanto di rigurgiti del passato, quanto piuttosto di fenomeni moderni con manifestazioni originali, tra cui spicca la sistematica denigrazione del progetto sionista e la critica aprioristica ad Israele.
Nel conflitto israelo-palestinese nulla è tutto bianco e nulla è tutto nero. Ringrazio Giuseppe Gnagnarella per averlo efficacemente illustrato. Accanto alla disperazione dei profughi palestinesi c’è la paura di chi sa di essere costantemente nel mirino del terrorismo. E la paura, si sa, spesso è cattiva consigliera. Finché questa paura non sarà rimossa, il cammino verso la pace sarà ostruito da un grande macigno", conclude la prefazione a “La sposa contesa” dell'amb. Sandro De Bernardin.


Fonte: Redazione
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