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"La rete italica, idee per un Commonwealt", ne parla l´autore Niccolò d´Aquino

13-06-2018 14:54 - Opinioni
Niccolò d´Aquino e Piero Bassetti
GD - Roma, 13 giu. 18 - Il libro antologia "La rete italica, idee per un Commonwealth", del giornalista e analista Niccolò d´Aquino, sta riscuotendo molta attenzione e consensi. Di questa iniziativa e del progetto che ne è alla base ne ha parlato in un articolo lo stesso d´Aquino per il Giornale Diplomatico.

"Che cosa è? Si tratta di una ricerca che trae la sua origine dal mio desiderio di cronista di documentare la nascita e lo sviluppo di un´idea, anzi di una serie di idee, tutte riconducibili a Piero Bassetti del quale da più di 20 anni sono collaboratore e di cui mi considero discepolo.
Il libro è una cronologia. I capitoli sono volutamente divisi e titolati non per argomenti ma per anni. Il motivo è semplice: ho voluto tracciare l´evoluzione di un pensiero sempre più articolato ma, per sua stessa natura, mai "completo" perché in continuo divenire. Dando quindi conto, anno per anno, di temi e "ottiche" differenti che poi sono stati ripresi e sviluppati in fasi successive. Oppure, anche, abbandonati o modificati nel percorso. Ma che, nonostante l´abbandono o gli aggiustamenti, meritano di essere registrati perché fanno parte della "storia" complessiva e la rendono più comprensibile. Per lo stesso motivo nel libro/antologia sono pubblicati non soltanto articoli di Bassetti o del sottoscritto. Non siamo soltanto due visionari: sono in tanti gli studiosi, i ricercatori e i politologi che nel corso degli anni si sono affiancati.
Ma vorrei parlare un attimo di Piero Bassetti. Il lo definisco un politico anomalo. Non sono il solo a pensarlo e a dirlo. Dotato di grande visione anticipatrice, Bassetti - questo ragazzo ormai novantenne e sempre pieno di entusiasmo - non ha mai impostato la sua azione politica con l´occhio limitatamente puntato soltanto al semplice arco del mandato quinquennale (parlamentare, o regionale o comunale o quello che sia). Non si è mai limitato a lanciare proposte politiche o compiere azioni finalizzate soprattutto a una nuova rielezione al termine del mandato. Bassetti ha sempre guardato e puntato "oltre". Tant´è che agli inizi degli anni Ottanta, con grande stupore generale, aveva abbandonato il Parlamento proprio a metà del suo secondo mandato. Aveva preferito prima la guida della Camera di Commercio di Milano e poi di Unioncamere.
L´ho conosciuto nei primi anni Novanta. In quel periodo, dalla posizione che occupava nel sistema camerale aveva scoperto l´esistenza delle Camere di Commercio italiane all´estero. Sono realtà indipendenti - piccole, ma presenti in ogni angolo dei cinque continenti dove c´è un italiano che fa business, cioè praticamente in tutto il mondo - che agivano come monadi senza collegamento alcuno fra di loro e di cui francamente in Italia si sapeva poco. Fu Bassetti a intuire la loro potenzialità di fare rete e di mettersi in rete. Una grande intuizione e un costante progetto politico bassettiano, quasi una fissazione, quello della rete e del fare rete. In contrasto con il ben noto individualismo italiano ma di cui, ora, la cronaca e la storia ci dimostrano sempre più l´importanza fondamentale.
A proposito di "fare rete", Bassetti accolse subito una mia proposta: realizzare la prima ricerca sui giornali e le radio televisioni italiane all´estero. Ne uscì fuori un ricchissimo catalogo ragionato e una radiografia di un altro fenomeno poco noto e che meriterebbe maggiore attenzione da parte della politica e delle istituzioni: centinaia e centinaia di testate sparse nei cinque continenti, con migliaia di redattori e giornalisti. Se messi insieme in rete, o almeno coordinati, sarebbero una formidabile newswroom collettiva. Al servizio della italicità ma anche, più semplicemente, della stessa Italia. La ricerca andò alle stampe con il titolo I media della diaspora.
Questa della diaspora è stata una delle tante intuizioni di Bassetti. Fu lui a definire con questo termine i flussi migratori italiani dell´Ottocento e primi Novecento. E ricordo bene che questo termine - diaspora - suscitò parecchie perplessità e resistenze perché veniva abbinato a altri movimenti tragici e dolorosi di masse e di etnie diverse.
Oggi, invece, che le varie ondate migratorie italiane siano state complessivamente una epocale diaspora è universalmente riconosciuto dagli studiosi, dai politici e dalle istituzioni.
Lo stesso tipo di resistenza lo incontrammo le prime volte in cui usammo il termine "italici". Gli italici, sappiamo dai libri di scuola, erano quelle prime popolazioni della Penisola che man mano venivano inglobate da Roma. Un inglobamento, che poi si allargò via via oltre la Penisola, che fu una arricchente ibridazione: non è stato certo un caso se tutti i principali "cantori" della romanità in realtà non furono romani "de Roma", a cominciare dal più grande di tutti: Cicerone.
Bassetti, dopo ampie discussioni che ricordo bene, decise di chiamare con questo termine - italici - tutte quelle persone che - in aggiunta agli italiani e agli attuali altri italoparlanti (ticinesi, dalmati, sanmarinesi...) - condividono un interesse culturale o professionale, una passione, una "philia" con i diversi modi e le differenti declinazioni di quello che potremmo definire con un termine francese ma oramai internazionale, il savoir faire italico. Ovvero quell´unico, inimitabile, mix di arte, cultura, design, moda, artigianato di qualità, stile, gusto senza dimenticare la gastronomia, lo spirito imprenditoriale, la meccanica di precisione e l´industria fine.
Insomma, in una parola: la "bellezza" italica. Di cui gli italici in giro per il mondo sono tra i più convinti cantori e "testimonial" come si direbbe oggi.
Messi insieme, è stato calcolato, gli italici arrivano a creare una rete potenziale di circa 250-300 milioni di persone. La stragrande maggioranza di loro non ha il passaporto o la cittadinanza italiani. E non è necessario che li abbiano. E possono non avere nemmeno una goccia di sangue italiano. E non è necessario che l´abbiano.
Ma sono uniti, più o meno consapevolmente, da quello che prima ho definito interesse ma che, forse, potrei azzardare a definire "amore" verso l´Italia e le cose italiane.
A proposito: questa sede in cui ci troviamo oggi, la Stampa Estera, pullula di italici. I colleghi di questa stimata Associazione di cui mi onoro di far parte, sono giornalisti dalle nazionalità e i passaporti più differenti. Sono reporter, commentatori e analisti che non si limitano a "coprire", come si dice in gergo giornalistico, gli eventi della politica e dell´economia italiana. Seguono con passione e competenza tutti gli altri campi in cui si declina la "bellezza" italica. Basti pensare che all´interno dell´Associazione esistono degli attivissimi e meritori sottogruppi: il Globo d´Oro, che visiona, seleziona e premia i migliori film italiani dell´ultimo anno; il Gruppo dell´Arte che scopre e ci offre sempre nuovi "tesori"; il Gruppo del Gusto che non ha bisogno di spiegare su che cosa concentra piacevolmente la propria attenzione. Se non è amore, questo...
Gli italici, comunque, non esistono ancora. O meglio: esistono, ma non lo sanno. Hanno il potenziale per costituire una formidabile rete, un grande mercato (culturale e non solo) ancora quasi interamente da scoprire e da coltivare. In grado di dare vita a una Civilizzazione italica capace di dialogare con le altre Civilizzazioni - angloamericana, francofona, ispanica, cinese ... - assumendo un ruolo culturale unico nel nuovo sistema globale che si va delineando.
Un sistema che, a fronte di un indubbio indebolimento e superamento degli Stati-nazione così come li abbiamo vissuti per secoli, sta registrando l´emergere di nuove aggregazioni: le Global Communities che travalicano e sempre più si disinteressano dei vecchi confini, delle antiche dogane, delle bandiere alla cui ombra si sono combattute guerre secolari. Comunità o civilizzazioni globali che, nell´era di internet, della comunicazione istantanea, dei voli low cost vanificano anche gli ostacoli imposti un tempo dalle barriere linguistiche e territoriali.
Quello che ascolterete dopo di me sarà proprio un confronto che prevedo molto stimolante e che mi fa molto piacere sia stato acceso da questo mio libro.
Da una parte il Commonwealth per eccellenza, noto a tutti: quello britannico, nato sostanzialmente per esigenze militari, e poi spostatosi più sul versante economico e politico. Un Commonwealth il cui Paese guida è alle prese in questa stagione con la scelta di tornare a privilegiare se stesso, abbandonando almeno in parte quel Commonwealth più ampio e variegato che è - o vorrebbe essere - l´Unione Europea.
Dall´altra il Commonwealth che non c´è ancora: quello italico, basato sulla cultura e sulla condivisione e offerta del bello. Un Commonwealth davvero atipico, me ne rendo conto: i suoi componenti sono diversissimi tra loro e il suo territorio ... non esiste. O, meglio: non esiste secondo la definizione tradizionale di territorio.
Concludo trasmettendovi una domanda che io stesso mi sono posto a lungo. Quello italico è solo un progetto utopico? È solo un sogno? Un tempo, lo confesso, forse l´ho pensato anche io, pur continuando a restare affascinato dalle idee sempre nuove e vulcaniche di Piero Bassetti.
Oggi, invece, sono successe cose ed eventi che mi fanno pensare che le visioni bassettiane possano prendere la strada della concretezza di un vero progetto politico.
Un fatto fra tutti: il riconoscimento della validità delle idee di Bassetti, venuto in ben due occasioni dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella un cui testo è pubblicato in questo mio volume/antologia. Così come pubblico un articolo uscito nella rivista Limes del professore Andrea Riccardi presidente della Dante Alighieri che, a sua volta e seguendo un suo percorso, si interroga sulla possibilità della nascita di un Commonwealth italiano. E si dà una risposta sostanzialmente positiva. Insomma: i politici di vaglia, gli studiosi di primo piano e le pubblicazioni più autorevoli cominciano a prestare attenzione.
Ultimamente, poi, sempre dalle idee di Piero Bassetti, è nata una Schola italica e si sta avviando sul web una piattaforma italica. Perché, come spiegherà meglio Piero, il web è il territorio privilegiato sul quale si svilupperà il progetto politico della italicità.
Ecco, questo è quello che cerca di documentare il mio libro: la nascita di un´idea che si sta sviluppando in un promettente progetto politico. Sta ai politici saperne cogliere l´importanza".

di Niccolò d´Aquino


Fonte: Niccolò d´Aquino
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