19 Settembre 2020
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Catalogna, quo vadis? L´opinione di José Herrera, Direttore Area Internazionale della Fondazione Faes, per FB Lab

31-10-2017 17:16 - Opinioni
GD - Roma, 31 ott. 17 - Potrebbe darsi che quando il lettore si accosterà a questo contributo siano accaduti nuovi e imprevedibili eventi nella vicenda del tentato colpo di Stato indipendentista in Catalogna. Se c´è qualcosa che ha caratterizzato i leader secessionisti è il loro interesse nel trasgredire non solo da tutto l´ordinamento giuridico spagnolo - dalla Costituzione al Codice Penale, passando per il regolamento del Parlamento della Catalogna, - ma anche dalla logica della convivenza di qualsiasi società moderna.
Nella sua frenetica fuga verso l´abisso, l´ormai ex Presidente della Catalogna e diversi membri dimissionari del suo Governo sono fuggiti dalla Catalogna e si trovano ora in Belgio, dove, rappresentati da un avvocato che fu difensore di alcuni membri della banda terroristica ETA, pretendono di "internazionalizzare" un "conflitto" la cui risoluzione, come hanno segnalato anche i rappresentanti delle istituzioni europee e di numerosi paesi, è di esclusiva competenza della Spagna, così come stabilito dalla sua Costituzione.
Gli indipendentisti catalani non sono stati onesti con i propri sostenitori. Hanno fatto credere loro che indire un referendum - illegale e unilaterale - avrebbe portato il primo di ottobre, senza alcun costo, alla nascita di una Repubblica Indipendente di Catalogna. Hanno raccontato loro che la nuova Repubblica sarebbe stata immediatamente riconosciuta dalla comunità internazionale, a cominciare dall´Unione Europea che sarebbe stata "incapace di lasciare fuori una delle regioni trainanti dell´economia europea". Hanno dato per scontato che migliaia di aziende avrebbero desiderato trasferire le loro sedi nella nuova terra di libertà e che milioni di cittadini avrebbero festeggiato per le strade in modo fraterno la loro nuova nazionalità.
Era tutto una bugia.
Il referendum convocato per il primo di ottobre era ben lontano dal soddisfare le condizioni minime per poter essere considerato una reale prova di democrazia. Innanzitutto, la sua convocazione è stata illegale. Si è svolto senza alcun censimento o forma di vigilanza imparziale, né tanto meno una previa comunicazione dei seggi ai votanti. Hanno arbitrariamente partecipato al voto persone minorenni ed è stato permesso di votare più di una volta a migliaia di cittadini, senza alcun tipo di identificazione ufficiale degli stessi. È anche mancato uno scrutinio degno di tale nome, dal momento che alcune registrazioni realizzate dalle forze di sicurezza hanno dimostrato che il risultato era stato stabilito a tavolino prima dello svolgimento del referendum.
In qualsiasi Stato di Diritto il Governo e la Giustizia hanno l´obbligo di preservare la legalità. Ed è esattamente quello che, rispondendo a un ordine di un giudice catalano - e non del Governo - la polizia ha tentato di fare. È indubbio che lo sgombero da parte della polizia nazionale dei centri illegalmente occupati da civili ha portato a scene molto dure che hanno inasprito i sentimenti di, rispettivamente, repressione e vittimismo - il tutto esasperato da innumerevoli fake news la cui diffusione è stata incoraggiata in rete da hacker di Paesi come la Russia -, ma qualsiasi democrazia deve considerare prioritario l´interesse generale e in questo caso la polizia non ha fatto altro che compiere il proprio dovere, che era imporre il rispetto della legge.
Il Senato, legittimo rappresentante eletto del popolo spagnolo, ha deciso, seguendo questa stessa logica, di sollecitare il Governo ad applicare l´articolo 155 della Costituzione, al fine di ripristinare la legalità. In stretto regime di separazione di poteri. Cosa che ha implicato la cessazione immediata dai rispettivi incarichi per i responsabili del golpe, lo scioglimento del Parlamento della Catalogna e la convocazione di elezioni nella regione per il 21 dicembre. Elezioni, queste sì, che consentano di rappresentare nei risultati, e in conformità agli standard di imparzialità e controllo esigibili in qualsiasi democrazia moderna, la vera opinione dell´insieme della società catalana. I sondaggi, oggi come oggi, lasciano presagire una percentuale inferiore al 35% per il blocco indipendentista a fronte del 65% o poco più per l´insieme di partiti che appoggiano la legalità e la Costituzione.
Attorno a queste vicende sono sorte due circostanze che hanno piegato le aspettative degli indipendentisti in buona fede e hanno rivelato la falsità dei loro dirigenti.
La prima circostanza è la fuga delle aziende. Più di 1800 hanno deciso di uscire dalla Catalogna, fuggendo dai rischi derivanti dal fanatismo indipendentista. Queste aziende rappresentano più del 65% del PIL catalano. Alcune sono di estrema rilevanza, come la Caixa o Aguas de Barcelona che, paradossalmente, avranno la loro sede principale a Madrid. Qualcosa di simile sta succedendo con alcune aziende che pensavano di aprire una sede nella regione e hanno deciso di fermare il processo. Il danno ormai è irreversibile, dato che, realisticamente, dopo la fuga dei siti di produzione seguirà quella delle sedi operative e che a questo seguirà un aumento della disoccupazione e un freno allo sviluppo. La maggior parte di queste aziende con ogni probabilità non tornerà in Catalogna. A tutto ciò bisogna aggiungere l´arresto dei consumi interni, la caduta delle vendite che ha interessato molte aziende catalane nel resto della Spagna e la fuga di turisti ad altre regioni, che porteranno a risultati prevedibili.
È stato detto che non sarebbe successo nulla di male all´economia catalana. Era una bugia.
La seconda circostanza riguarda il fatto che, per la prima volta dall´avvento della democrazia, milioni di catalani hanno perso il timore di identificarsi come spagnoli e di difendere le proprie idee in pubblico. È questo ciò che è successo nei giorni scorsi a Barcellona, quando più di un milione di persone sono scese in strada a rivendicare il loro diritto a essere allo stesso tempo catalani e spagnoli. Diritto che deve poter essere esercitato in piena libertà, senza pressioni totalitarie come quelle imposte dall´educazione, i mezzi di comunicazione o le istituzioni catalane, controllate dal nazionalismo da ormai quasi 40 anni.
È stato detto che la società catalana era, nel suo insieme, indipendentista e che la percentuale di coloro che si sentono spagnoli era effimero. Anche questo era una bugia.
L´unico responsabile della grave crisi istituzionale in Catalogna è il secessionismo. Si tratta di un movimento populista radicale, con profonde radici antidemocratiche e che presenta una complessità di sfumature. La sua struttura è molto simile a quella di alcuni movimenti totalitari che nello scorso secolo hanno causato estremo dolore in Europa. Era nell´interesse della Spagna ed è tuttora nell´interesse dell´Unione Europea evitare il successo di un tentativo di sovvertire la democrazia, già che l´effetto del contagio avrebbe potuto e ancora potrebbe far emergere situazioni simili in numerosi paesi attorno a noi.
Fortunatamente il golpe è stato fermato in tempo, dandoci una ulteriore possibilità di ridisegnare con rinnovata intensità la linea rossa che separa coloro i quali crediamo nella democrazia e nello Stato di Diritto da chi invece ritiene che vadano smantellati.

* José Herrera è direttore dell´area Internazionale della Fondazione FAES, della quale è stato in precedenza direttore delle relazioni internazionali. E´ stato segretario generale (2002-2003) e direttore reggente (2000-2002) della Fondazione Popolare Iberoamericana. E´ stato eletto a Madrid nel Congresso dei Deputati nella IV e VII legislatura (1997-2004).

https://medium.com/@fb_lab/che-aria-tira-in-catalogna-63dc5f945ac2


Fonte: FB Lab
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