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Azerbaigian: ragioni di Paese aggredito, parla ambasciatore

02-08-2020 15:56 - Ambasciate
GD - Roma, 2 ago. 20 - I recenti scontri di confine hanno riportato il conflitto tra Armenia e Azerbaigian agli onori delle cronache. Mammad Ahmadzada, ambasciatore dell’Azerbaigian in Italia, ha concesso un’intervista esclusiva al "FarodiRoma, offrendo la sua versione della crisi e facendo il punto dei rapporti tra Roma e Baku.
D.: Ambasciatore, qual è la sua opinione sugli scontri con l’Armenia?
Ahmadzada: «Per capire la situazione occorre fare un excursus storico. Gli scontri del 12 luglio sono l’ultimo tassello di una storia iniziata nel XIX secolo, all’epoca della guerra russo-persiana, che provocò il trasferimento di numerosi armeni residenti in Iran nei territori azerbaigiani, inclusi i khanati azerbaigiani di Karabakh e Irevan (attuale capitale dell’Armenia). Il flusso migratorio è proseguito fino all’inizio del XX secolo. Poi è stato creato lo stato dell’Armenia nei territori dell’Azerbaigian e ampliato durante il periodo sovietico a spese della superficie azerbaigiana. Nel 1923 in Azerbaigian è stata creata la provincia autonoma del Nagorno Karabakh, i cui confini amministrativi vennero definiti in modo che gli armeni fossero l’etnia maggioritaria. Invece Yerevan non solo non ha riconosciuto autonomie significative per la minoranza azerbaigiana in Armenia, ma ha promosso un clima di intolleranza e ha fatto di tutto per liberarsi della locale comunità azerbaigiana».
D.: Torniamo al Nagorno Karabakh, com'è nata la crisi attuale?
Ahmadzada: «Quando l’Urss ha cominciato a scricchiolare, l’Armenia ha avanzato rivendicazioni territoriali contro l’Azerbaigain per il Nagorno Karabakh, occupandolo manu militari. Anzi, ha occupato anche altri 7 distretti dell’Azerbaigian, fuori del Nagorno Karabakh, in violazione di qualunque norma del diritto internazionale. Per rafforzare il controllo su questi territori, che costituiscono in totale il 20% dell’Azerbaigian, Yerevan ha attuato una pulizia etnica massiccia, espellendo complessivamente oltre un milione di azerbaigiani. Costoro, ancora oggi, non possono tornare nei loro luoghi d’origine, neanche per raccogliersi sulle tombe dei loro avi. Parallelamente, Yerevan ha favorito la colonizzazione dei territori occupati da parte degli armeni della diaspora. L’Armenia ha seguito una politica nazionalista, per “armenizzare” i territori da essa controllati».
D.: Secondo lei, quali sono le possibilità di risolvere la questione?
Ahmadzada: «Basterebbe seguire i dettami del diritto internazionale, che prevede l’integrità territoriale di qualunque stato sovrano. Questa è anche la linea indicata dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. È in corso un processo negoziale nell’ambito del Gruppo di Minsk dell’OSCE, creato appunto per trovare una via d’uscita alla crisi. In questo quadro, Baku è disposta a seguire un approccio graduale, un piano in più fasi che porti al ritiro dell’esercito dell’Armenia dai tutti i territori occupati dell’Azerbaigian e al ritorno dei profughi azerbaigiani espulsi dalle loro case. In secondo luogo, è pronta a discutere un’autonomia per il Nagorno Karabah, dopo il ritorno degli azerbaigiani nella regione, all’interno della cornice statale azerbaigiana, basandosi sui migliori modelli di autonomia esistenti al mondo, inclusa l’Italia».
D.: Quali sono le conseguenze del conflitto sulla regione?
Ahmadzada: «Negli ultimi anni l’Azerbaigian si è impegnato in una politica multilaterale, volta a sviluppare rapporti di buon vicinato con tutti i paesi della regione. Baku ha perfino messo a disposizione le sue risorse per creare reti infrastrutturali che promuovano una maggiore integrazione regionale, favorendo lo sviluppo economico e il benessere. Continuando con le sue politiche illegali, l’Armenia si è isolata dal contesto regionale».
D.: Da cosa sono stati provocati gli scontri del 12 luglio?
Ahmadzada: «Il 12 luglio l’esercito dell’Armenia ha attaccato postazioni militari e insediamenti civili in Azerbaigian, nel distretto di Tovuz, al confine di Stato tra l’Armenia e l’Azerbaigian. Da un punto di vista pratico Yerevan non ha ottenuto nulla, ma il vero scopo era un altro».
D.: Si spieghi meglio.
Ahmadzada: «L’Armenia sta vivendo una crisi gravissima. Al momento dell’indipendenza, il Paese aveva 3,6 milioni d’abitanti, mentre ora ne ha solo 2. Dalla caduta dell’URSS i governi armeni non hanno saputo ideare piani di sviluppo e l’emigrazione rimane l’unica speranza per i cittadini desiderosi di migliorare il proprio tenore di vita. Due anni fa l’insoddisfazione popolare ha portato all’insediamento dell’attuale governo Pashinyan. Ma le speranze sono state tradite e la situazione si è ulteriormente aggravata, in seguito alla pessima gestione dell’epidemia di Covid. In questo contesto agitare venti di guerra serve a solleticare gli istinti nazionalisti dei cittadini e nascondere il fallimento del governo. Basti pensare che il ministro della difesa armeno ha auspicato “nuove guerre per conquistare nuove terre”. Questi slogan rappresentano un semplice diversivo, l’Armenia non ha la forza di attuare questi propositi, né la sua posizione trova consensi nella comunità internazionale».
D.: Come ha reagito la comunità internazionale agli ultimi eventi?
Ahmadzada: «La comunità internazionale ha condannato l’avventurismo armeno. Probabilmente, Yerevan sperava di incassare almeno il coinvolgimento dell’Organizzazione del Patto di Sicurezza Collettiva, che però non c’è stato. D’altra parte, la tempistica non lascia dubbi. Tra tre mesi entrerà in funzione il Corridoio Meridionale, che attraversa il distretto di Tovuz oggetto degli ultimi attacchi dell’Armenia, e permetterà al gas naturale azerbaigiano di raggiungere l’Europa, Italia compresa. Questo gasdotto aumenterà notevolmente il prestigio dell’Azerbaigian, dunque cercare di alzare la tensione è un tentativo disperato di rompere l’isolamento in cui si trova l’Armenia. In sintesi, mentre Baku possiede una visione per il futuro, Yerevan sembra irrimediabilmente rivolta al passato».
D.: Veniamo ai rapporti con l’Italia, come giudica le relazioni bilaterali?
Ahmadzada: «Il nostro Paese è tra i principali fornitori di petrolio per l’Italia, ma voglio sottolineare anche le ottime relazioni politiche. Lo testimonia la visita di Stato effettuata a inizio 2020 dal presidente Ilham Aliyev, durante la quale sono stati siglati 28 accordi, in particolare la “Dichiarazione Congiunta sul Rafforzamento del Partenariato Strategico Multidimensionale” firmata dai capi di Governo dei due Paesi. Il governo italiano ha inoltre ribadito, attraverso la Dichiarazione Congiunta, che il conflitto del Nagorno-Karabakh può essere risolto sulla base dei principi fondamentali dell’Atto Finale di Helsinki, in particolare la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini internazionali, come sancito nei documenti dell’ONU e dell’OSCE. Baku auspicherebbe un maggiore coinvolgimento dell’Italia nei negoziati, anche perché all’inizio degli anni ’90, quando presiedeva la Conferenza di Minsk dell’OSCE (poi divenuto Gruppo di Minsk), Roma elaborò un’efficace proposta di soluzione, purtroppo inattuata, che prevedeva il ritiro delle forze armate dell’Armenia dai territori occupati. L’Italia avvalendosi anche delle sue esperienze, inclusa quella del Trentino Alto Adige, potrebbe favorire una migliore soluzione del conflitto».
D.: Per la verità, in Italia ci sono state anche prese di posizione ostili all’Azerbaigian.
Ahmadzada: «Numerosi parlamentari, politici e accademici hanno sostenuto le giuste ragioni di Baku, perchè in linea con il diritto internazionale. A mio giudizio alcune posizioni filo-armene sono dovute ad un equivoco. Yerevan fa di tutto per dipingere il conflitto come una guerra di civiltà, per stimolare la solidarietà del mondo occidentale. Invece, si tratta di un conflitto territoriale, nato dalle rivendicazioni dell’Armenia su territori azerbaigiani. L’Armenia è diventata un paese monoetnico, dove non c’è spazio per altre culture ed etnie, tanto che ha distrutto il patrimonio storico, culturale e religioso dell’Azerbaigain sia in Armenia che nei territori occupati. L’Azerbaigian, invece, attribuisce grande importanza al multiculturalismo, alla tolleranza e all’inclusione. Siamo un paese laico a maggioranza musulmana, dove tutte le religioni convivono pacificamente, come previsto dalla costituzione. Nel paese ci sono numerose sinagoghe, chiese ortodosse, cattoliche e perfino evangeliche. Nel centro della capitale Baku c’è anche una chiesa armena, ristrutturata dal Governo azerbaigiano, dove vengono custoditi oltre cinque mila libri in armeno. Siamo un ponte tra le civiltà e promuoviamo il dialogo interculturale a livello mondiale. Il mondo civilizzato dovrebbe apprezzare questi valori, prendendo le distanze da un paese come l’Armenia, che da circa 30 anni occupa militarmente dei territori dell’Azerbaigian e impedisce a oltre un milione di azerbaigiani di tornare nelle proprie case, e ripeto, perfino di visitare le tombe dei propri cari».
D.: Come sono invece i rapporti tra Baku e la Santa Sede?
Ahmadzada: «Il presidente Ilham Aliyev ha sempre dato molta importanza ai rapporti con il Vaticano e durante il suo recente soggiorno in Italia si è recato dal Santo Padre, ricambiando la visita effettuata da Papa Francesco in Azerbaigian, nel 2016. Nonostante la comunità cattolica azerbaigiana sia numericamente ridotta, il governo le dedica molte attenzioni, impegnandosi anche nella tutela del suo patrimonio storico e artistico. Da sottolineare anche i numerosi progetti realizzati dalla Fondazione Heydar Aliyev, che ha un ruolo indispensabile nei nostri rapporti con la Santa Sede. Il nostro paese è fiero della sua pluralità culturale ed è convintamente impegnato nella promozione del dialogo interreligioso. Voglio ricordare in proposito che l’Azerbaigian ha una lunga tradizione di tolleranza e laicità. Basti pensare alla Repubblica Democratica dell’Azerbaigian fondata nel 1918, che sebbene fu di breve durata, rappresentò il primo esperimento di stato democratico dell’intero mondo islamico. Venne riconosciuto perfino il voto alle donne, a cui i paesi europei sarebbero giunti molti decenni dopo. L’Azerbaigian è noto soprattutto per le risorse energetiche, ma io voglio sottolineare un’altra ricchezza, che è appunto lo spirito di tolleranza e apertura che contraddistingue il nostro Paese».

di Giordano Merlicco

http://www.farodiroma.it/le-ragioni-dellazerbaigian-multiculturalismo-tolleranza-e-inclusione-sono-le-principali-ricchezze-di-un-paese-che-si-sente-aggredito-intervista-con-lambasciatore-in-italia/


Fonte: FarodiRoma
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