GD - Roma, 6 ott. 26 - Il riarmo, che divide l'Italia e l'Europa, sarà uno dei temi dominanti delle campagne elettorali del 2027 nel nostro Paese, in Francia e Spagna. Chi contesta il riarmo - da noi un fronte trasversale che va dalla Lega al M5S, da Futuro Nazionale di Vannacci ad Avs - sostiene che la Russia non avrebbe alcuna intenzione di attaccare l'Europa e/o i Paesi NATO, che la paura è sollecitata ad arte dalle industrie militari per i loro interessi e che gli investimenti militari finirebbero per sottrarre preziose risorse al welfare, in primo luogo alla sanità. A queste contestazioni i partiti e i governi che sostengono il riarmo replicano che i maggiori investimenti in difesa non derivano tanto dal timore di un attacco russo, ma dalla richiesta americana ai Paesi europei, che risale al 2014, di aumentare improprio impegno nella NATO a fronte della scelta strategica degli Stati Uniti di destinare maggiori risorse all'Indo-Pacifico e al Medio Oriente. Dopo di che, i fautori del riarmo sostengono che la Russia rappresenta già ora una minaccia per i nostri Paesi in termini di guerra ibrida: cyberattacchi, sconfinamenti di droni che turbano il trasporto aereo, aumento di minacce verso i Paesi Baltici, la Polonia e gli altri Paesi europei che sostengono l'Ucraina. E va ricordato che in caso di un attacco russo ai Baltici o alla Polonia, tutti saremmo impegnati a intervenire in loro difesa non solo in base all'articolo 5 del Trattato NATO, ma anche in base all'articolo 42 del Trattato UE. È per tutte queste considerazioni che i Paesi NATO, e noi tra essi, al vertice dell'Aja del 2025 si sono impegnati a portare la spesa in difesa al 5% del Pil (3,5% in spesa militare vera e propria e l'1,5%. in spesa per la sicurezza) entro il 2035. L'impegno è stato riconfermato al vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio scorsi. Su questa base, la Commissione Europea ha varato il 4 marzo 2025 il programma ReArm Europe (poi ribattezzato con un meno esplicito Readiness 2030), che prevede la sospensione del Patto di Stabilità per le spese degli Stati in difesa e il fondo Safe di 150 miliardi di risorse europee da destinare a investimenti nelle industrie degli Stati membri che si impegnino in progetti comuni. Su questo quadro pesano due incertezze strategiche. La prima è la posizione del presidente Donald Trump, che si è più volte lamentato dello scarso aiuto ricevuto dai Paesi europei nella guerra con l'Iran, ha messo in dubbio la fedeltà degli USA all'articolo 5 NATO e continua a rivendicare la Groenlandia, che appartiene alla Danimarca. È vero che al vertice NATO di Ankara Trump non ha messo in discussione la piena partecipazione del suo Paese alla NATO, ma la sua imprevedibilità suggerisce comunque di prepararsi a un più o meno marcato distacco degli Stati Uniti dall'Alleanza, il che vuol dire rafforzare il "pilastro europeo" della NATO. La seconda incertezza riguarda l'Iran e lo stretto di Hormuz, che gli iraniani intendono utilizzare come una spada di Damocle sull'economia mondiale. La chiusura dello Stretto minaccia più l'Europa che gli Stati Uniti e Trump ha già detto che dovranno essere gli europei a farsene carico, sia collaborando allo sminamento dello Stretto, sia assicurando per il futuro la libertà di navigazione in quelle acque tormentate. Il ruolo europeo in Medio Oriente si aggiunge dunque al sostegno all'Ucraina, che dopo il disimpegno americano ricade ormai completamente sui nostri Paesi. Per tutte queste ragioni il riarmo difensivo, accompagnato da un'offerta di dialogo e trattativa diplomatica, appare dunque una triste necessità che andrebbe coordinata a livello UE, anche per evitare di avere anche in questo un'Europa a più velocità: i Paesi del Nord Europa, dalla Germania ai Baltici, dalla Svezia alla Polonia, che per la loro posizione geografica si sentono più esposti all'aggressività russa, stanno già fortemente aumentando le spese militari. L'Europa del Sud invece è assai più incerta e prudente. Il nostro Paese, nonostante i continui allarmi del ministro della Difesa Guido Crosetto (“non abbiamo gli anticorpi”, ha detto di recente, “per contrastare la penetrazione russa”) non ha per esempio ancora deciso se utilizzare i 15 miliardi a noi destinati del fondo Safe, col rischio che quei soldi potrebbero essere dirottati verso altri Paesi. Maggioranza e opposizione sono divise perché in entrambi gli schieramenti ci sono forze favorevoli e forze contrarie al riarmo. Così come ci sono forze favorevoli e forze contrarie a una maggiore integrazione europea anche nel campo della difesa, per arrivare in prospettiva se non a un vero e proprio esercito europeo, non previsto dai Trattati, almeno ad un forte coordinamento tra le industrie della difesa e tra gli eserciti europei. Tocca alle forze politiche (partiti, coalizioni e loro leader) presentare a noi cittadini, in vista delle elezioni politiche del 2027, un programma chiaro ed esplicito, senza ambiguità e furbizie, sul ruolo dell'Italia nel nuovo contesto geopolitico. Un ruolo che sappia proiettare nel futuro i pilastri della nostra appartenenza all'Unione Europea e all'Alleanza Atlantica, seguendo l'esempio del presidente Sergio Mattarella, che il 14 luglio scorso ha partecipato a Parigi alle celebrazioni della Festa nazionale francese, insieme a una trentina di Capi di Stato e di governo, compreso il presidente ucraino Zelensky. Sugli Champs Elysees hanno sfilato anche il nostro tricolore e un nostro contingente militare: a testimonianza che la difesa dei cittadini e dei valori dell'Europa è un impegno e un dovere comune.
Paolo Mazzanti Direttore Responsabile di "Civiltà del Lavoro"