GD - Erice, 6 ott. 26 - Per anni ho sentito raccontare l'Artico con due storie parallele: da una parte i ghiacci che si fondono, dall'altra la corsa geopolitica per nuove rotte e risorse. Due notizie diverse, due sezioni diverse del giornale. Da oceanografo CNR, e da ex dirigente di ricerca NATO, credo che sia una lettura sbagliata. L'Artico è un sistema unico, in cui i cambiamenti fisici dell'oceano si riflettono — con un certo ritardo, ma in modo misurabile — su sicurezza, infrastrutture e comunità che ci vivono. È questo il filo conduttore della lectio magistralis che svolgo alla Scuola Internazionale di Science Diplomacy di Erice, che dal 4 al 10 ottobre 2026 dedica la sua seconda edizione proprio al tema artico. Il punto di partenza è quasi banale, ma porta a conseguenze complesse, e proprio per questo forse viene spesso sottovalutato: un oceano che si scalda non cambia solo il paesaggio, cambia le condizioni fisiche in cui i vari attori — scienziati, aziende, marine militari — si muovono al suo interno. Posso portare un esempio. In anni recenti ho contribuito direttamente a un filone di ricerca ormai consolidato sull'effetto del riscaldamento degli oceani sulla propagazione del suono sott'acqua e, quindi, sulla capacità di individuare unità navali. Un risultato acquisito, non una scoperta dell'ultima ora, ma che resta poco conosciuto fuori dagli ambienti specialistici: a seconda della regione, l'acqua più calda può rendere l'oceano più "trasparente" o più "opaco" dal punto di vista acustico, con ovvie conseguenze dirette su dove le grandi potenze scelgono di concentrare attenzione e risorse sottomarine. È uno degli esempi più diretti di come un dato puramente oceanografico possa tradursi in una variabile strategica — non è una semplice considerazione qualitativa, è un effetto che si può calcolare. Lo stesso meccanismo vale, a mio avviso, per le infrastrutture esistenti o che stanno arrivando nell'Artico: cavi in fibra ottica destinati a collegare Europa e Asia attraverso rotte polari, pensati anche per ridurre la dipendenza da colli di bottiglia come Suez. Più infrastrutture in un ambiente remoto e difficile da sorvegliare significano più punti di fragilità, e maggiore incertezza — in caso di danno — nello stabilire se si tratti di un incidente ambientale, di un guasto operativo o di un'azione ostile deliberata. Il precedente più citato, le esplosioni del 2022 sul gasdotto Nord Stream nel Baltico, pur non riguardando direttamente l'area artica, rende in modo molto plastico l'idea del problema che si sta preparando più a nord. Da qui nasce l'idea di un approccio capace di mettere insieme livelli che di solito restano separati — dal fondale marino fino allo spazio, passando per superficie, atmosfera e dominio digitale — perché nessuno strumento da solo, satellite o sensore acustico che sia, restituisce un quadro completo: i satelliti vedono la superficie, non il fondale; i sistemi acustici individuano un'unità, non il contesto in cui si muove. La vera sfida, credo, non è tanto osservare quanto fondere informazioni che oggi restano su tavoli diversi. È un impianto concettuale su cui all'Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-ISP) stiamo lavorando in questi mesi: l'idea di fondo è che la sicurezza artica non si costruisca sommando osservazioni isolate, ma integrando in un unico sistema i dati che arrivano dal fondale, dalla colonna d'acqua, dalla superficie e dallo spazio, mettendo sullo stesso piano conoscenza scientifica, capacità operative e strumenti di governance. È una lettura che lega quindi oceanografia, sicurezza e diplomazia, invece di trattarle come discipline a compartimenti stagni. C'è anche una ulteriore dimensione a cui tengo particolarmente, e che nel dibattito pubblico resta spesso sullo sfondo: l'Artico non è un laboratorio disabitato. Le popolazioni indigene che ci vivono osservano da generazioni il ghiaccio, le correnti, la fauna, e sono al tempo stesso tra le prime esposte al cambiamento climatico e una fonte di conoscenza che nessun satellite può sostituire. Non vanno trattate come un capitolo umanitario a margine del discorso, ma come un attore a pieno titolo nella futura governance della regione. È in questo quadro che si inserisce il tema della Science Diplomacy: non un capitolo separato rispetto a clima e sicurezza, ma la funzione che permette a questi ambiti di comunicare tra loro. Significa, concretamente, decidere chi ha accesso ai dati scientifici sul ghiaccio e sull'oceano, chi finanzia le missioni di ricerca congiunte, quali canali di cooperazione restano aperti anche quando le relazioni diplomatiche si complicano. La domanda di fondo, valida ben oltre l'Artico, è chi altro — oltre ai climatologi — dovrebbe sedersi al tavolo quando si discute il futuro di una regione che è, insieme, un sistema fisico, una posta in gioco strategica e una casa per chi ci vive.
Sandro Carniel Oceanografo CNR
Fonte: CNR Scuola di Diplomazia Scientifica "Ettore Majorana" Erice