GD - Roma, 19 set. 26 - Una proficua sinergia tra ministeri, enti di ricerca e comunità locali concretizza l'efficacia della diplomazia culturale e scientifica, capace di generare valore condiviso e rafforzare le relazioni bilaterali. Nel Marocco nord-occidentale, le indagini archeologiche italiane hanno portato alla luce una scoperta di portata eccezionale. I risultati della terza campagna di scavo dell'Oued Beht Archaeological Project (OBAP), pubblicati sulla rivista “Libyan Studies”, hanno rivelato la più antica struttura difensiva finora conosciuta in Nord Africa al di fuori della Valle del Nilo.
Si tratta di un articolato sistema composto da un ampio fossato e da un terrapieno risalente a circa 3.500-4.000 anni fa, ulteriormente fortificato in epoca medievale da un imponente muro in pietra.
La rilevanza risiede non solo nel suo valore storico, ma anche nella complessa architettura istituzionale che ne ha permesso la realizzazione.
Il ritrovamento costituisce il frutto del lavoro di un'équipe internazionale diretta da Giulio Lucarini, dell'Istituto di scienze del patrimonio culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell'ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l'Oriente, insieme a Youssef Bokbot, dell'Institut National des Sciences de l'Archéologie et du Patrimoinee Cyprian, dell'Università di Cambridge.
La ricerca è sostenuta dai Ministeri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dell'Università e della Ricerca e dal CNR per l'Italia, affiancati dal McDonald Institute for Archaeological Research e dall'Università di Cambridge, in sinergia con il Ministero della Gioventù, della Cultura e della Comunicazione del Marocco e con la comunità locale di Aït Siberne nella provincia di Khémisset.
Dal punto di vista archeologico, gli scavi a Oued Beht hanno risolto un enigma scientifico rimasto irrisolto per quasi un secolo. Il sito era già noto per la presenza, tra la metà del IV e gli inizi del III millennio a.C., di un esteso insediamento di circa dieci ettari abitato da una fiorente comunità agricola che manteneva contatti fino alla penisola iberica. Le nuove ricerche hanno chiarito la funzione e la cronologia delle strutture difensive del settore meridionale grazie a 17 nuove datazioni al radiocarbonio. Il sistema di fossato e terrapieno sbarrava l'estremità meridionale dell'insediamento sfruttando il crinale naturale, evidenziando come le comunità del II millennio a.C. nel Maghreb nord-occidentale fossero in grado di progettare ed eseguire grandi opere su una scala precedentemente mai documentata.
Le dimensioni del complesso dimostrano una notevole capacità organizzativa e di pianificazione, con un progressivo spostamento del nucleo abitato dall'area settentrionale verso lo sperone roccioso meridionale, più protetto e difendibile. La scoperta apre inoltre nuove prospettive sulle relazioni nell'area mediterranea: nello stesso periodo, infatti, nella penisola iberica meridionale le comunità El Argar sviluppavano insediamenti fortificati, attività metallurgiche e forme sociali complesse. Infine, la sovrapposizione della muratura medievale e il ritrovamento di una necropoli contemporanea documentano una fase di rioccupazione che getta nuova luce sulle comunità rurali del Maghreb medievale.
L'esperienza di Oued Beht dimostra che la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico costituiscono un terreno privilegiato per la diplomazia culturale. Il lavoro di squadra tra istituzioni italiane, marocchine e britanniche ribadisce il ruolo centrale della ricerca scientifica nel costruire ponti stabili di cooperazione nel Mediterraneo.
Alessandro Frandi