Giappone: nuova strategia di sicurezza e difesa tra deterrenza e pacifismo costituzionale

12-08-2026 17:29 -

GD - Roma, 12 ago. 26 - Il Giappone ha recentemente avviato una delle trasformazioni più radicali della sua politica di sicurezza e difesa dalla fine della Seconda guerra mondiale. La crescente assertività militare della Cina nel Mar Cinese Orientale e a Taiwan, il continuo sviluppo di programmi nucleari e missilistici da parte della Corea del Nord, il rafforzamento della cooperazione strategica tra Pechino, Mosca e Pyongyang e, più recentemente, l’invasione russa dell’Ucraina, hanno fortemente impattato la percezione delle minacce alla sicurezza del Giappone e, di conseguenza, la sua postura strategica.
Con l’elezione di Donald Trump, si è poi aggiunta la crescente pressione esercitata dagli Stati Uniti affinché gli alleati asiatici assumano maggiori responsabilità per la propria difesa e per il mantenimento della stabilità regionale.
Di fronte a uno scenario così mutato, Tokyo sta progressivamente superando una politica fondata quasi esclusivamente sulla difesa del territorio nazionale e sulla deterrenza garantita dall’alleanza con
Washington, per orientarsi verso una strategia di “deterrenza attiva”, che combina il rafforzamento delle capacità militari nazionali con una più stretta cooperazione con i partner dell’Indo-Pacifico. Questa evoluzione non rappresenta tuttavia una rottura improvvisa con il passato. Al contrario, si inserisce in un processo iniziato durante il governo di Shinzo Abe e successivamente dal primo ministro Fumio Kishida.
L’attuale esecutivo guidato dal primo ministro Sanae Takaichi intende ora consolidare tale percorso
attraverso la revisione dei tre principali documenti strategici adottati nel dicembre 2022: la Strategia di
sicurezza nazionale, la Strategia di difesa nazionale e il Programma di potenziamento della difesa.
Questo nuovo corso si deve però confrontare con un vincolo che continua a distinguere il Giappone dalle altre principali potenze regionali: l’assetto costituzionale pacifista costruito nel secondo dopoguerra.
Dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, la Costituzione del 1947 impose al Giappone una netta rottura con il proprio passato imperialista e militarista. Più precisamente, l’’articolo 9 sancì la rinuncia perpetua alla guerra e al mantenimento di forze terrestri, navali ed aeree da parte del Paese Asiatico.
La guerra di Corea però modificò rapidamente lo scenario internazionale e regionale. Nel 1950 fu istituita una Riserva nazionale di polizia, che nel 1954 fu trasformata nelle attuali Forze di autodifesa, le quali rappresentato de facto l’esercito nazionale del Giappone.
La loro esistenza fu giustificata sostenendo che la Costituzione non eliminava il diritto naturale dello Stato a difendersi, ma consentiva soltanto una capacità militare limitata al minimo indispensabile. Nacque così il compromesso che ha regolato la sicurezza giapponese per quasi settant’anni: il Giappone avrebbe difeso il proprio territorio, mentre gli USA avrebbero garantito la deterrenza più ampia, compreso l’ombrello nucleare.
Questo assetto geopolitico ha permesso al Giappone di concentrare le proprie risorse sulla crescita economica e di mantenere la spesa per la difesa intorno all’1% del PIL. Tuttavia, i limiti di questo status quo sono diventati sempre più evidenti nell’ultimo decennio.
Nel 2014, durante il governo di Shinzo Abe vennero approvati i “Tre principi sul trasferimento di
equipaggiamenti e tecnologie per la difesa” i quali segnarono una definitiva svolta rispetto al regime del dopoguerra. A differenza del precedente ordinamento, che impediva l’export di armi a Paesi comunisti, Stati sottoposti a embargo dall’ONU e Paesi coinvolti in conflitti internazionali, i nuovi principi consentivano l’esportazione di equipaggiamenti e tecnologie difensive qualora ciò contribuisse al mantenimento della pace internazionale, alla tutela della sicurezza nazionale e alla promozione della cooperazione internazionale.
Un ulteriore passaggio fondamentale si ebbe nel 2015, quando il governo introdusse una reinterpretazione dell’articolo 9 della Costituzione, ammettendo una forma limitata di
difesa collettiva. Di conseguenza, le Forze di autodifesa vennero autorizzate ad intervenire anche in caso di attacco contro un alleato, ma soltanto qualora tale attacco metta in pericolo la sopravvivenza stessa del Giappone.
Sulla scia di queste riforme, il governo di Fumio Kishida avviò un ulteriore rafforzamento della postura
di difesa del Paese, ponendosi l’obiettivo di aumentare la spesa militare al 2% del PIL entro il 2027.
Parallelamente, approvò l’acquisizione di capacità di contrattacco, l’incremento delle scorte di munizioni e un ulteriore allentamento delle restrizioni all’esportazione di attrezzature per la difesa sviluppate congiuntamente con altri Paesi, di cui il Global Combat Air Programme (GCAP), realizzato in collaborazione con l’Italia e il Regno Unito, rappresenta l’esempio più significativo.
È in questo contesto che la nuova premier, Sanae Takaichi, ha assunto la guida del Paese, dove il dibattito politico non riguarda più se rafforzare il complesso militare-industriale, bensì la rapidità con cui le riforme già avviate potranno essere pienamente attuate. Dall’inizio del suo mandato, nell’ottobre 2025, il Giappone non solo ha raggiunto una spesa per la difesa pari al 2% del PIL, ma ha anche concluso importanti accordi difensivi con Australia, Filippine, India e una cooperazione trilaterale con USA e Corea del Sud.
La crescente centralità dell'industria della difesa emerge con particolare chiarezza anche dal nuovo
documento strategico pubblicato dal Ministro della Difesa, Koizumi Shinjiro, il 4 agosto. Nel Libro
bianco sulla difesa del Giappone 2026 viene ribadito che l'obiettivo prioritario dello Stato è garantire la
sicurezza e la pacifica esistenza del popolo giapponese e che, per conseguire tale finalità, il Paese deve accelerare ulteriormente il rafforzamento delle proprie capacità di difesa, con un senso di urgenza e di crisi «più elevato che mai». In linea con questa impostazione, il bilancio per l'anno fiscale 2026 — comprensivo dei costi relativi allo Special Action Committee on Okinawa (SACO) e al riassetto delle forze statunitensi in Giappone — ha superato per la prima volta i 9.000 miliardi di yen.
Il Libro bianco chiarisce anche come saranno utilizzate queste risorse. La priorità non è soltanto acquistare nuovi armamenti, ma rendere il Giappone capace di sostenere una crisi lunga e complessa. Le lezioni della guerra in Ucraina hanno infatti mostrato che la superiorità tecnologica, da sola, non è sufficiente: servono scorte adeguate di munizioni, infrastrutture protette, sistemi senza equipaggio e una capacità industriale in grado di sostituire rapidamente i mezzi perduti. Tokyo sta quindi investendo soprattutto in missili a lunga gittata, difesa aerea e antimissile, droni, intelligence, cybersicurezza e operazioni nello spazio.
La trasformazione riguarda anche l’industria nazionale. Il 21 aprile 2026 il governo ha eliminato le
precedenti limitazioni che consentivano di esportare prodotti completi quasi esclusivamente per attività di soccorso, trasporto, sorveglianza, allerta e sminamento. La nuova disciplina permette di autorizzare, caso per caso, anche la vendita di navi militari, missili e altri sistemi letali. L’obiettivo è, da un lato, rafforzare i Paesi partner dell’Indo-Pacifico, dall’altro, aumentare i volumi produttivi delle imprese giapponesi. Il principale esempio di questa nuova politica è l’accordo con l’Australia per undici fregate derivate dalla classe Mogami, tre delle quali saranno costruite in Giappone e otto in Australia. Il programma rafforza la cooperazione strategica tra Tokyo e Canberra e segna l’ingresso del Giappone nel mercato internazionale dei grandi sistemi militari. Nella stessa direzione si colloca il GCAP con Italia e Regno Unito, ormai passato dalla fase di progettazione alla preparazione della produzione industriale.
Resta tuttavia aperta la questione dell’articolo 9, che l’attuale Primo Minsitro Sanae Takaichi vuole
riformare. Il Giappone sta aumentando le proprie capacità militari, ma non ha ancora abbandonato il
principio secondo cui la forza può essere impiegata soltanto per finalità difensive.
La clausola pacifista continua a offrire al governo uno strumento per limitare il coinvolgimento del Paese in operazioni militari promosse dagli Stati Uniti. La strategia giapponese si fonda quindi su un equilibrio ancora irrisolto: rafforzare la deterrenza contro Cina, Corea del Nord e Russia senza rinunciare completamente ai vincoli costituzionali e all’autonomia decisionale costruiti nel dopoguerra.

Elia Toni e Chiara Dinarello


Fonte: ISIA