La frontiera adriatica: dagli opposti nazionalismi all’integrazione europea

13-07-2026 21:20 -

GD - Trieste, 13 lug. 26 - Gli anni immediatamente successivi alla fine della Prima guerra mondiale lungo la frontiera adriatica rappresentarono un laboratorio politico carico di tensioni e di contrapposizioni. Appena finite le ostilità, si erano instaurati i Governatorati Militari italiani in Dalmazia e Venezia Giulia; il primo dicembre 1918 era nato il Regno dei Serbi Croati e Sloveni; il 23 marzo 1919 Mussolini fondò i Fasci Italiani di Combattimento e Trieste fu da subito una delle Federazioni più consistenti; il 12 settembre 1919 Gabriele d'Annunzio entrò a Fiume alla testa dei suoi legionari.
Le suggestioni della rivoluzione bolscevica, opposti nazionalismi che continuavano a fronteggiarsi, propositi espansionistici frustrati o in via di consolidamento creavano una miscela esplosiva in cui l'uso delle armi si era trasferito dalle trincee alle contrapposizioni politiche.
La sera dell'11 luglio 1920 una manifestazione nazionalista croata a Spalato richiese l'intervento di alcuni marinai della Regia Nave “Puglia” per difendere la comunità italiana: il capitano Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi rimasero uccisi, poi insigniti rispettivamente della Medaglia d'oro e d'argento al valor militare alla memoria. La mattina del 13 luglio la notizia giunse a Trieste, scatenando infuocati comizi e rappresaglie contro istituzioni e simboli della presenza slava nel capoluogo giuliano, con l'aggravante che un manifestante era stato ucciso con una coltellata. La giornata culminò negli scontri all'Hotel Balkan, nel cui edificio avevano sede pure associazioni culturali e politiche slave, terminati con altri morti, feriti e un palazzo in fiamme che divenne il simbolo del nascente “fascismo di frontiera”.
Il 13 luglio è così diventato la data in cui si sono svolte in questo nuovo secolo manifestazioni particolarmente significative, finalizzate a storicizzare quelle vicende e creare nuovi rapporti tra le due sponde dell'Adriatico. La riscoperta negli anni Novanta delle foibe e dell'esodo come vicende di storia patria, la costituzione delle commissioni miste di storici italiani e sloveni ed italiani e croati, il dibattito Fini-Violante al Teatro “Verdi” di Trieste, l'istituzione della ricorrenza civile del Giorno del Ricordo, il confronto pubblico tra il Senatore Lucio Toth in rappresentanza della comunità dell'esodo giuliano-dalmata ed il Senatore Miloš Budin rappresentante della minoranza slovena in Italia: tappe di un percorso che condusse al Concerto della Pace il 13 luglio 2010 in Piazza dell'Unità d'Italia nel capoluogo giuliano, con tre Presidenti della Repubblica in prima fila. I Capi di Stato di Italia, Slovenia e Croazia avevano in precedenza reso omaggio all'edificio dell'ex Balkan e al monumento ai 350.000 esuli istriani, fiumani e dalmati, segnando un reciproco riconoscimento di sofferenze e di memorie.
Altrettanto significativo il 13 luglio 2020, allorché il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il suo omologo sloveno Borut Pahor sostarono in silenzio e resero omaggio ai luoghi simbolo delle reciproche contrapposizioni.
La maturazione politica e democratica degli Stati rivieraschi dell'Adriatico ha portato a questi sviluppi, anche grazie alla cornice dell'Unione Europea che, come ha ribadito il Ministro degli Esteri Antonio Tajani presiedendo a Roma la riunione ministeriale degli “Amici dei Balcani occidentali”, adesso deve integrare anche la Serbia e gli altri Stati della regione da tempo in lista d'attesa. Un contesto che sicuramente gioverebbe a far tornare l'Adriatico ancora di più un mare che unisce e collega, nel reciproco rispetto di storie e memorie.

Renzo Codarin
Presidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia


Fonte: Renzo Cadorin