Italia e Germania cercano una rotta comune per la chimica europea
08-07-2026 18:57 -
GD - Roma, 8 lug. 26 - La sostenibilità dell’industria chimica non può essere letta solo come questione ambientale. È anche competitività, sicurezza industriale, occupazione, autonomia tecnologica e capacità dell’Europa di restare dentro le grandi catene globali del valore. È il filo conduttore che ha attraversato il seminario “Sustainability in the Chemical industry”, ospitato a Villa Almone, la residenza dell’ambasciatore tedesco a Roma, nell’ambito dei "Climate Talks" organizzati dall’ambasciata di Germania. L’incontro si è aperto con i saluti dell’ambasciatore Thomas Bagger ed è proseguito con il confronto moderato da Giorgio Rutelli, vicedirettore di Adnkronos, tra Beatrix Brodkorb, vice-direttrice generale del ministero federale tedesco dell’Economia e dell’Energia; Laura D’Aprile, capo dipartimento per lo sviluppo sostenibile del Mase; Jonathan Crozier, capo delle policy chimiche e ambientali di Basf; Adriano Alfani, amministratore delegato di Versalis. Al centro del dibattito, il rapporto tra transizione verde e politica industriale, le regole europee, il costo dell’energia, la concorrenza globale e il ruolo dell’asse italo-tedesco per difendere e rilanciare la manifattura chimica europea. Beatrix Brodkorb: “Italia partner sempre più stabile per Berlino” - Brodkorb ha offerto il punto di vista di Berlino su una fase definita apertamente critica per l’industria tedesca. La chimica, ha spiegato, è al centro di una revisione dell’approccio industriale del governo, perché la transizione non può reggere se resta schiacciata su uno solo dei pilastri della sostenibilità. Per Brodkorb la dimensione ambientale resta centrale, ma deve essere tenuta insieme a quella economica e sociale. Da qui la necessità di intervenire su energia, burocrazia e regolazione europea, a partire da Reach, Ied, Pfas ed Ets. Il messaggio politico più netto riguarda il rapporto con l’Italia: Roma viene vista oggi da Berlino come un partner stabile e sempre più allineato su molte delle grandi partite europee, dall’energia alla semplificazione normativa, tanto che il suo governo teneva molto alla sua partecipazione a questo confronto. Il punto, ha avvertito, è che il tempo è diventato una variabile decisiva: le imprese non scelgono più soltanto tra Germania e Italia, ma tra Europa e altri continenti, e gli investimenti persi difficilmente tornano indietro rapidamente. Regole, energia e Cina al centro della sfida europea - La discussione è partita da una domanda del moderatore: se il cambio di passo annunciato dalla nuova Commissione europea sulla competitività industriale stia già producendo effetti reali o resti ancora una correzione di linguaggio. Nel dialogo con i rappresentanti istituzionali e con le imprese, il confronto si è concentrato sui nodi più sensibili per la chimica europea: semplificazione di Reach, revisione dell’Ets, packaging, regole sugli imballaggi, costo dell’energia, concorrenza estera e rapporto con la Cina. Il tema ricorrente è stato quello della neutralità tecnologica, indicata come possibile terreno comune tra governi e industria: non scegliere per via normativa una sola soluzione, ma costruire un quadro che consenta a riciclo meccanico, riciclo chimico, bioeconomia, bioplastiche e nuove piattaforme industriali di convivere e competere. L’ing. D’Aprile ha insistito sull’equilibrio tra competitività, circolarità e tutela ambientale. La chimica, ha ricordato, è un settore abilitante per molte delle transizioni europee, ma si muove dentro un quadro regolatorio sempre più complesso, che deve tenere conto delle diverse condizioni industriali degli Stati membri. Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato l’enforcement: in un mercato globalizzato, segnato dalla crescita dell’e-Commerce e dalle importazioni da Paesi terzi, controlli efficaci sono indispensabili non solo per la sicurezza e l’ambiente, ma anche per garantire concorrenza leale alle imprese europee, già sottoposte a standard elevati. D’Aprile ha poi richiamato il ruolo della chimica nella circular economy, in particolare nel packaging, dove materiali più leggeri, sicuri, riutilizzabili e riciclabili possono contribuire agli obiettivi del Ppwr. Da qui la difesa di un approccio tecnologicamente neutrale, capace di riconoscere il contributo complementare di riciclo meccanico e riciclo chimico. Tra i dossier più rilevanti ha citato anche la revisione della normativa europea sulle acque, con l’estensione del monitoraggio a Pfas, microplastiche, pesticidi e residui farmaceutici. Infine, ha sottolineato che il Piano d’azione italo-tedesco e la bioeconomia come ambiti in cui Roma e Berlino possono rafforzare cooperazione industriale e transizione sostenibile. Jonathan Crozier, head of chemicals policy and environment policy di Basf, ha portato il punto di vista di un grande gruppo europeo che continua a investire nel continente, ma dentro un contesto sempre più difficile. I numeri, ha spiegato, indicano una perdita di capacità produttiva già visibile: negli ultimi anni l’industria chimica europea ha visto chiudere impianti e ridursi capacità in segmenti di base come ammoniaca, olefine, soda caustica e altri prodotti fondamentali. La conseguenza è che quelle sostanze, o i beni prodotti a partire da esse, dovranno essere importati. Basf, ha precisato, investe anche in Cina, perché quel mercato rappresenta una quota enorme della domanda globale, ma continua a destinare una parte importante del proprio capex all’Europa, puntando su prodotti innovativi e sostenibili, dagli enzimi ai catalizzatori. Il problema, per Crozier, è il quadro strutturale: sussidi temporanei non bastano a risolvere costi dell’energia, costo della CO2, incertezza regolatoria e lentezza autorizzativa. Proprio il permitting è stato indicato come uno dei grandi ostacoli agli investimenti: se le condizioni cambiano durante la costruzione di un impianto, il rischio industriale diventa difficilmente sostenibile. Il segnale positivo, ha aggiunto, è che a Bruxelles l’ascolto dell’industria è cresciuto, ma la semplificazione deve passare dalle dichiarazioni ai testi approvati. Adriano Alfani, amministratore delegato di Versalis, ha descritto la trasformazione dell’azienda chimica di Eni come risposta a un cambiamento strutturale del mercato europeo. La sua analisi è partita da quattro fattori: competitività, concorrenza, domanda e regolazione. Sulle produzioni chimiche di base, ha spiegato, l’Europa soffre costi energetici elevati, mancanza di gas competitivo, scala insufficiente e oneri legati alla CO2. Per questo Versalis ha scelto di fermare gli steam cracker in Italia e ridisegnare il proprio portafoglio, non per uscire dalla chimica ma per trasformarla. La strategia indicata da Alfani poggia su nuove piattaforme: circolarità, bioplastiche, specializzazione lungo la catena del valore e soluzioni per l’estrazione del petrolio. Al centro c’è l’idea che la transizione energetica sia prima di tutto una transizione tecnologica, e che nessuna tecnologia basti da sola. Riciclo meccanico e chimico, bioeconomia e nuovi materiali devono essere parti dello stesso mosaico. Ma per finanziare la trasformazione, ha avvertito, serve un’industria tradizionale ancora competitiva: non si può chiedere al settore di cambiare modello se, nel frattempo, lo si priva delle risorse necessarie. Da qui la richiesta di controlli più efficaci sui prodotti importati, catene del valore integrate, autorizzazioni più rapide e una regolazione meno ideologica, capace di trasformare gli obiettivi europei in percorsi industriali praticabili. Italia e Germania cercano una rotta comune per la chimica europea. Dal confronto è emersa una diagnosi condivisa: l’Europa non vuole rinunciare alla leadership climatica e ambientale, ma deve correggere il modo in cui prova a esercitarla. Per governi e imprese, la sostenibilità della chimica passa ormai da un nuovo patto industriale europeo: regole più semplici, energia a costi sostenibili, tempi autorizzativi certi, difesa dalla concorrenza sleale, investimenti in innovazione e collaborazione più stretta tra Italia e Germania. La sfida, in altre parole, non è scegliere tra transizione e industria, ma impedire che la transizione europea si traduca in una deindustrializzazione del continente.