USA: 250° anniversario Dichiarazione d’Indipendenza e sfida delle democrazie
03-07-2026 14:31 -
GD - Roma, 3 lug. 26 - A 250 anni dalla Dichiarazione del 1776, la questione non riguarda la sola sopravvivenza della promessa americana, ma la resilienza delle democrazie costituzionali nel conservarne il significato universale. Oltre le celebrazioni di rito, il 250° Anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti impone una riflessione critica sul significato attuale di quell'atto fondativo che, il 4 luglio 1776, aprì la strada a promesse di libertà, uguaglianza politica e tutela dei diritti individuali. La storia degli Stati Uniti viene letta oggi attraverso le sue contraddizioni originarie e le sue tensioni irrisolte: si rimarca così la deriva trumpiana collegandola ad un retaggio di continua distanza tra principi fondativi e realtà dei fatti. Dallo schiavismo ai genocidi dei popoli nativi, dalla successiva segregazione razziale degli afroamericani al ‘razzismo sistemico' si è arrivati alle logiche della guerra fredda che hanno visto sostenere regimi dittatoriali in Sud America e alle scelte controverse dopo l'11 settembre 2001 con la guerra in Iraq del 2003 concepita su presupposti infondati, le torture di Guantanamo e la discussa gestione del conflitto in Afghanistan. Sono tali sviluppi ad avere contribuito a erodere l'autorità morale degli Stati Uniti e dell'intero ordine liberale internazionale. Così anche con l'ultima guerra dei dazi pure all'Europa, le aggressioni al Venezuela, le minacce a Canada, Groenlandia e Panama, le tensioni in Medio Oriente - con il dramma disumano ancora in divenire per i palestinesi - e l'ultimo fallimentare confronto strategico con l'Iran, emerge l'ultima deriva: non c'è più l'intenzione nemmeno di proclamare i principi, seppure in un'ipocrita interpretazione selettiva, perché la sola dimensione che conta è la pratica concreta della potenza nella visione personalistica di Trump. Rimane di fondo la questione centrale che sul piano geopolitico gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare le sfide della globalizzazione sposando di fatto la stessa logica revisionista e neo-imperiale della Federazione Russa e della Cina, a discapito dell'Europa e dell' idea stessa di una normatività occidentale universale costruita sulla Carta delle Nazioni Unite. Cosa devono indurre allora queste riflessioni inquietanti, per cercare qualche rassicurazione? Una prima risposta sta nel riprendere la pars construens positiva che pure si rinviene nella Storia degli Stati Uniti. Nella Dichiarazione del 1776 si proclamava che «tutti gli uomini sono creati uguali», «sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili» e che «i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati». Con Abraham Lincoln, nel celebre Discorso di Gettysburg del 1863, si ridefinisce la stessa architettura costituzionale della Repubblica statunitense come un ordinamento fondato sul “governo del popolo, dal popolo e per il popolo”, legando in modo indissolubile la sopravvivenza dell'Unione al superamento della schiavitù con il XIII Emendamento: il diritto di cittadinanza per nascita viene definitivamente costituzionalizzato, trasformando la promessa politica dell'uguaglianza in un principio giuridico destinato a incidere profondamente sulla futura evoluzione della democrazia americana. Ancora, nel primo Novecento Woodrow Wilson proietta gli ideali della democrazia americana oltre i confini nazionali con i Quattordici Punti e il progetto della Società delle Nazioni. Con Franklin D. Roosevelt, la tradizione della democrazia americana viene ripensata in chiave universale nel celebre discorso sulle Quattro Libertà - libertà di parola, libertà di religione, libertà dal bisogno e libertà dalla paura - che definiscono un orizzonte morale comune per le democrazie occidentali e per l'intero sistema postbellico. Questo patrimonio ideale concepì poi la Carta delle Nazioni Unite (1945), mentre fu la moglie Eleanor Roosevelt a presiedere la commissione redattrice della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948.) Da quei documenti ha preso forma l'architettura istituzionale del secondo dopoguerra, consolidando l'idea di una comunità globale fondata sul diritto, sulla dignità della persona e sul rispetto e la cooperazione tra le nazioni. È dunque in questo passaggio storico che la promessa americana diventa ancora più parte della grammatica costitutiva della nuova Europa liberata e dell' ordine globale del secondo Novecento. L'Occidente moderno era diventato uno spazio storico e politico condiviso tra europei e americani costruito anche da continui scambi e trasferimenti teorici, giuridici e politici testimoniati anche da altri pensatori come Hans Kelsen, che nel suo esilio negli Stati Uniti definì la democrazia come ordine normativo fondato sulla centralità delle Costituzioni come limiti del potere, Raphael Lemkin che coniò il termine genocidio e promosse la Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio, e Hersch Lauterpacht tra i principali teorici della tutela internazionale dei diritti umani e del concetto di crimini contro l'umanità. Oggi è a questo spirit of America che ancora si può fare riferimento, nonostante la deriva trumpiana. Lo dimostra anche la recente pronuncia della Corte Suprema che nel caso Trump v. Barbara ha riaffermato la solidità del XIV Emendamento confermando il principio dello jus soli: la cittadinanza è “il diritto di avere diritti” e non può essere cancellata da un decreto presidenziale. Certo, la stessa Corte suprema, dove a prevalere sono giudici conservatori, non ha assunto posizioni univoche sul checks and balances: con altre decisioni sono state riconosciute ampie forme di immunità presidenziale e si è consolidata la discrezionalità presidenziale nei poteri di nomina e revoca della gestione degli apparati pubblici, contribuendo alla erosione dei principi di imparzialità e indipendenza dalla politica dei pubblici funzionari e di autorità di garanzia. Siamo tuttavia di fronte a uno scenario in costante evoluzione. Le pratiche di deportazione dell'ICE, gli effetti dell'inflazione percepiti in modo particolare dal ceto medio e dalle fasce popolari come conseguenze della guerra dei dazi e delle spese militari per le controverse aggressioni a Venezuela e Iran alimentano sempre di più un'area di dissenso insieme alle ritorsioni nel sistema universitario non compiacente alle ideologie Maga, e alle epurazioni e a tagli operati in tutti gli apparati dello Stato. Peraltro le ultime inchieste giornalistiche hanno riaperto il confronto sul colossale conflitto di interessi che ha visto segnare progressivi guadagni miliardari di Trump e del suo seguito in criptovalute ed altri strumenti finanziari. Nel loro insieme, questi fattori contribuiranno certamente a fare delle elezioni di midterm un punto di svolta dell'era Trump. Vale in ogni caso una riflessione conclusiva. A 250 anni dalla Dichiarazione del 1776, la questione non riguarda la sola sopravvivenza della promessa americana, ma la resilienza dell'intera comunità delle democrazie costituzionali nel conservarne il significato universale. Dall'Europa al Nord America, dal Giappone all'Australia, dal Canada all'India e al Brasile, oltre due miliardi e mezzo di persone vivono ancora entro ordinamenti che, pur attraversati da profonde tensioni, continuano a riconoscere la centralità della persona, della separazione dei poteri e dello Stato di diritto. Come ricorda Amitav Acharya (Storia e futuro dell'ordine mondiale, 2026) il futuro dell'ordine mondiale non sarà tracciato dall'egemonia di una sola potenza viste le forze contrapposte, per cui occorre ritrovare capacità di costruire un ordine realmente inclusivo, pluralistico e fondato sulla legittimità. È questa la sfida che attende oggi Europa e Stati Uniti che perciò dovrebbero ritrovare le ragioni culturali della loro storica alleanza: non per difendere un primato, ma per dimostrare, con la coerenza tra principi e comportamenti, che la libertà, la dignità della persona e il diritto continuano a rappresentare il fondamento più credibile di un ordine internazionale in cui abbia senso concreto parlare ancora di rispetto, eguaglianza e cooperazione tra nazioni, popoli e cittadini finalmente liberi dalle guerre e dalle logiche di potenza.
Maurizio Delli Santi, membro dell'International Law Association