GD - Roma, 2 lug. 26 - Alla Farnesina si è svolto l’incontro annuale dei borsisti del programma di scambio accademico Fulbright. Aperta dal sottosegretario agli Esteri, Massimo Dell’Utri, e dal vicecapo missione dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, Marta Youth, la sessione ha visto gli interventi di Paola Sartorio, Giuliano Amato, Maura Striano e di chi scrive, alla presenza di circa sessanta borsisti e dei membri del Consiglio Direttivo della Commissione Fulbright Italia.
L’edizione di quest’anno ha assunto un rilievo particolare, coincidendo con tre ricorrenze di speciale significato per gli Stati Uniti, per l’Italia e per il dialogo transatlantico: il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, l’80° anniversario della nascita della Repubblica italiana e l’80° anniversario dell’istituzione del Programma Fulbright.
Contrariamente a una diffusa convinzione, le tredici colonie non proclamarono la propria indipendenza dalla Corona britannica il 4 luglio 1776, bensì due giorni prima, con la Lee Resolution for Independence. Poiché quest’ultima non enunciava le ragioni alla base di tale storica decisione, il Congresso continentale affidò a un Comitato di cinque persone il compito di redigere un documento che spiegasse al “tribunale dell’opinione pubblica” perché l’indipendenza fosse divenuta necessaria.
La prima stesura della Dichiarazione fu affidata al trentatreenne delegato della Virginia Thomas Jefferson, e fu poi rivista dapprima da John Adams e Benjamin Franklin e, successivamente, dagli altri membri del Comitato dei Cinque, Roger Sherman e Robert R. Livingston.
Quando il Comitato sottopose il proprio testo al Congresso continentale, oltre un quarto delle parole originariamente scelte da Jefferson fu modificato o eliminato, compreso un passaggio in cui si accusava Giorgio III di aver favorito la tratta atlantica degli schiavi. Una formula, invece, rimase immutata dall’inizio alla fine del processo di redazione, come se si trattasse di concetti ormai acquisiti e non più negoziabili: la triade “
life, liberty, and the pursuit of happiness”. Del resto, come Jefferson e Adams osservarono alcuni anni dopo, la Dichiarazione non era stata scritta allo scopo d’introdurre idee nuove, ma di dare forma a un sentire già diffuso nelle tredici colonie, costituendo ciò che Jefferson definì
"an expression of the American mind". La mentalità americana del Settecento, peraltro, non si era formata in uno “splendido isolamento”; il lessico dell’eguaglianza tra gli individui e della felicità dei popoli apparteneva a una più ampia conversazione transatlantica, nella quale gli intellettuali europei, e quelli italiani più in particolare, ebbero un ruolo significativo.
Mi limiterò a tre esempi per illustrare il contributo dei pensatori italiani. La formula della Dichiarazione d’Indipendenza secondo cui
“all men are created equal”, analoga ad un’affermazione contenuta nella Virginia Declaration of Rights del 1776, è stata ricondotta, sia dal presidente John F. Kennedy sia dal Congresso degli Stati Uniti, al pensiero di Filippo Mazzei, patriota toscano emigrato nel Nuovo Mondo e divenuto amico di Jefferson. L’opera di Cesare Beccaria, nota tra i Padri fondatori e particolarmente apprezzata da John Adams, contribuì a plasmare la cultura giuridica entro cui maturarono le garanzie penali delle prime costituzioni americane, fondate sul rifiuto delle pene crudeli e sanguinarie e sull’esigenza di proporzione tra reati e pene. Infine, il diritto inalienabile alla
“pursuit of happiness”, enunciato dalla Dichiarazione e riecheggiato in alcune costituzioni statali americane, trova un significativo antecedente nell’affermazione secondo cui il fine del governo è la felicità della nazione, contenuta nella Costituzione còrsa del 1755, adottata sotto la guida di Pasquale Paoli, formatosi a Napoli e ammirato dai Sons of Liberty e da altri patrioti americani.
Dal medesimo contesto intellettuale in cui si formò Paoli proveniva Gaetano Filangieri, che intervenne fin da giovane nel dibattito sul fine dei governi. Ancora diciottenne, nel 1772, fu autore del saggio Della morale de' Legislatori; nel 1775 annunciò la pubblicazione di un’opera più ampia, il cui scopo sarebbe stato la "pubblica felicità"; la diede alle stampe a partire dal 1780, con il titolo "La Scienza della Legislazione". La trattazione si proponeva di attingere all’esperienza di tutti i popoli e di tutti i tempi per concepire leggi capaci di “compire l’opera della felicità degli uomini”. La parola “felicità” ricorre nell’opera di Filangieri più di 160 volte, sia come aspirazione individuale che come oggetto dell’azione politica.
Grazie al diplomatico napoletano Luigi Pio, nel 1781 l’opera di Filangieri giunse a uno degli estensori della Dichiarazione di Indipendenza, Benjamin Franklin, allora ministro plenipotenziario degli Stati Uniti a Parigi. Pur non leggendo agevolmente l’italiano, Franklin apprezzò la chiarezza e la precisione delle proposte di riforma di Filangieri. Il giovane filosofo napoletano, già celebre in Italia, impiegò alcuni mesi a trovare le parole, e forse il coraggio, per scrivere all’intellettuale americano più noto del tempo: lo fece nell’agosto 1782, poi di nuovo nel dicembre, e nel gennaio 1783 Franklin rispose, lodando l’eccellente opera sulla legislazione di Filangieri. Ebbe così inizio la celebre corrispondenza Filangieri-Franklin.
Tale corrispondenza, composta da nove lettere conservate tra Napoli e Filadelfia, durò cinque anni. L’ultima lettera è forse la più toccante: nell’ottobre 1787 Franklin inviò a Filangieri una copia della nuova Costituzione degli Stati Uniti, come segno di apprezzamento per la preziosissima opera del filosofo campano; ma Filangieri ricevette il dono di Franklin soltanto nove mesi dopo, ormai sul letto di morte, e si spense pochi giorni più tardi, a poco meno di trentacinque anni, troppo presto per assistere allo sviluppo dell’esperimento costituzionale americano in cui aveva riposto tante speranze.
Ciò che colpisce dalla lettura di tali pagine non è tanto il contenuto delle lettere, quanto la comune sensibilità che emerge dalla vita e dagli scritti dei loro autori, che vissero a migliaia di chilometri di distanza e che mai si incontrarono di persona. Si trattò, in altre parole, non solo di uno scambio di scritti e documenti, ma di un’autentica corrispondenza di valori e di ideali tra Italia e Stati Uniti nel Secolo dei Lumi.
Uno dei temi in cui questa corrispondenza ideale emerge con maggiore chiarezza è quello dell’istruzione. Per Filangieri, la felicità pubblica presupponeva una cittadinanza istruita: da qui la proposta di un’istruzione universale e obbligatoria, fondata su un programma sorprendentemente moderno, che affiancava allo studio della lingua nazionale quello di una lingua straniera vivente, premessa indispensabile per la comprensione reciproca e la pace tra i popoli, che Filangieri considerava “la prima legge delle nazioni”.
Su posizioni straordinariamente vicine si collocava Franklin, che riteneva l’istruzione il più sicuro fondamento della felicità delle famiglie e degli Stati, promosse la fondazione dell’Accademia di Filadelfia, dalla quale sarebbe nata l’Università della Pennsylvania, e attribuì anch’egli alle lingue moderne un ruolo centrale come strumento di comunicazione e pacifica convivenza tra i popoli, alla quale si dedicò in prima persona come negoziatore del Trattato di Parigi del 1783, che pose fine alla guerra con l’Impero britannico.
Alla medesima finalità si è ispirato, fin dalla nascita, il Programma Fulbright. All’indomani della Seconda guerra Seconda guerra mondiale, l’esercito statunitense aveva lasciato in Europa ingenti quantità di materiale militare, il cui rimpatrio sarebbe stato antieconomico; esso veniva perciò venduto ai Paesi alleati, che lo acquistavano in valuta locale. Fu allora che un giovane senatore dell’Arkansas, J. William Fulbright, già Rhodes Scholar a Oxford, propose di impiegare quei crediti per finanziare un programma di scambi accademici, nella convinzione che essi rappresentassero un investimento a lungo termine per la sicurezza nazionale. Come dichiarò alcuni anni dopo il senatore Fulbright
“In the long course of history, having people who understand your thought is much greater security than another submarine”.
Un legame del tutto particolare unisce, però, il senatore Fulbright e il suo programma di scambi accademici all’Italia: la laurea honoris causa in giurisprudenza conferitagli dall’Università di Napoli il 24 novembre 1962, poche settimane dopo la crisi dei missili di Cuba. La lezione introduttiva fu affidata al prof. Rolando Quadri, autorevole studioso di diritto internazionale, secondo il quale il Programma Fulbright poteva considerarsi, sul piano della cultura, ciò che il Piano Marshall era stato sul piano dell’economia, con una differenza essenziale: fondandosi sul contributo attivo di molti Paesi partner, esso offriva “un esempio unico di ravvicinamento fra i popoli”. Per questo, aggiunse Quadri, l’Ateneo napoletano aveva voluto accogliere Fulbright nella propria famiglia accademica, in coerenza con la sua “missione mediterranea” risalente al 1224: riunire a Napoli studenti e docenti di lingue e culture diverse.
Nel proprio discorso, Fulbright rese innanzitutto omaggio all’eredità intellettuale italiana, divenuta una delle più importanti nel pensiero, nell’arte e nella letteratura degli Stati Uniti, e riaffermò la propria idea di una “Comunità atlantica” fondata su “valori condivisi”, nella quale gli “scambi culturali” potevano costituire, dopo gli orrori della guerra, “una delle più grandi forze di rinascita”.
“Quella comunità”, disse, “andava forgiata nel crogiolo della cultura”, intesa come “capacità di agire, nelle società come nelle relazioni internazionali, con pazienza, tolleranza e ampiezza di vedute, con fedeltà al passato e responsabilità verso il futuro”.
Dalla seconda lettera inviata a Franklin, si apprende che lo stesso Filangieri avrebbe voluto visitare Filadelfia, per contribuire alla stesura della Costituzione degli Stati Uniti. La risposta di Franklin fu negativa, per cui il filosofo campano non si imbarcò per tale viaggio e non incontrò mai il celebre costituente americano. Resta da chiedersi che cosa avrebbe potuto realizzare l’illuminista napoletano se avesse potuto portare personalmente la propria idea di “felicità pubblica” in seno alla Convenzione di Filadelfia.
È forse questo il senso più profondo del Programma Fulbright: trasformare la circolazione delle idee in un incontro fra le persone, consentendo a studiosi e studenti di compiere ciò che Filangieri poté soltanto sognare: attraversare l’oceano e prendere parte, in prima persona, ad un dibattito scientifico più ampio. La corrispondenza Filangieri-Franklin e il Programma Fulbright si collocano all’interno di un dialogo tra l’Italia e gli Stati Uniti che va avanti da oltre 250 anni. Una conversazione che occorre mantenere viva.
Prof. Amedeo Arena
Ordinario di Diritto dell'Unione Europea
Università Federico II di Napoli
L'articolo riprende e sviluppa il discorso tenuto dall’autore in occasione delle celebrazioni per gli 80 anni del Programma Fulbright, svoltesi al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.