Gli attacchi a Kyiv: bombe sulla diplomazia e bombe sulle ambasciate

17-06-2026 17:58 -

GD - Kyiv, 17 giu. 26 - In un’intervista pubblicata il 16 giugno sul "Corriere della Sera", il Nunzio Apostolico in Ucraina, Visvaldas Kubolkas, ha affermato che «dall’inizio della guerra, il 15% delle ambasciate a Kyiv è stato colpito». La denuncia solleva il velo di ipocrisia sulla presunta precisione della guerra tecnologica. Nel cuore della capitale ucraina, dove le cancellerie straniere dovrebbero essere inviolabili e protette dalle rigide regole del diritto internazionale, quasi una sede diplomatica su sette ha già subito devastazioni.
Ovviamente, non siamo di fronte a un attacco deliberato a Stati sovrani. Nessun missile russo è stato programmato per centrare una sede diplomatica. I danni subiti sono effetti collaterali, una scia di distruzione che non risparmia ambasciate, consolati e residenze diplomatiche, polverizzando i confini tra obiettivi militari, infrastrutture civili e rappresentanze diplomatiche.
Le cronache degli ultimi anni offrono una mappa dettagliata di questa situazione a Kyiv. L’episodio più clamoroso è avvenuto nel maggio scorso, quando un pesantissimo attacco combinato ha sventrato la residenza dell’ambasciatore d’Albania, Hernal Filo, riducendo gli interni a un ammasso di detriti e sfiorando una strage del personale.
Nello stesso mese era toccato all’ambasciata dell’Azerbaigian, già colpita nel novembre e nell’agosto 2025 nonché nel gennaio 2024, mese in cui fu danneggiata anche l’ambasciata del Qatar. Andando a ritroso, la lista si allunga: nel dicembre 2024, un singolo e massiccio raid missilistico sul distretto governativo di Shevchenko, nel centro di Kyiv, mandò in frantumi le facciate e le finestre blindate di un intero edificio, danneggiando simultaneamente gli uffici di Portogallo, Macedonia del Nord, Montenegro e Argentina.
Tre mesi prima era toccato all’ambasciata della Polonia e alla delegazione UE. Prima ancora, era stato l’ufficio visti dell’ambasciata di Germania (ottobre 2022) a fare i conti con infissi sradicati e soffitti crollati.
Nei primi mesi di guerra, gli attacchi non hanno risparmiato due sedi consolari a Kharkiv, il consolato dell’Azerbagian e quello onorario dell’Albania.
I danni alle ambasciate sono quasi sempre il risultato di una morsa parallela. Da un lato, ci sono le onde di sovrappressione delle armi russe – missili balistici e droni kamikaze – che esplodono a poche centinaia di metri dai palazzi governativi o dalle centrali elettriche ucraine. Dall’altro, c’è la pioggia di fuoco generata dalla stessa difesa aerea ucraina. Per proteggere i civili, i sistemi intercettano i missili sopra il centro urbano. L’impatto ad alta quota disintegra i vettori, ma genera una grandinata incontrollata di tonnellate di rottami metallici e testate parzialmente inesplose che precipitano sui tetti delle ambasciate.
Di fronte a questo scenario, l’unico metro di valutazione giuridica si ritrova nel diritto internazionale dei conflitti armati, e principalmente nella distinzione tra beni oggetto di violenza bellica e beni di carattere civile che ne sono esclusi, tra i quali rientrano le sedi diplomatiche e consolari, nonché nell’osservanza dei principi di precauzione e proporzionalità, che sono stabiliti nel Primo Protocollo Aggiuntivo del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949.
Chi pianifica un attacco nel cuore di una capitale densamente popolata ha l’obbligo di minimizzare l’impatto sui beni civili e, a maggior ragione, sulle ambasciate. Inoltre, poiché è pacifico che vengano attivate misure difensive, chi lancia missili e mette in volo droni rimane il primo responsabile della catena causale dei danni provocati dalla caduta dei detriti. Continuare a bombardare il centro di Kyiv significa accettare, in modo deliberato, il rischio di proteste diplomatiche, che potrebbero innescare un’escalation dalle conseguenze imprevedibili.
Il monito del Nunzio Apostolico è chiaro: sotto la pioggia di fuoco nei cieli di Kyiv, che miete vittime civili, è seriamente minacciata anche l’inviolabilità delle ambasciate e degli uffici consolari.

Carlo Curti Gialdino
Vicepresidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale,
Professore ordinario di Diritto internazionale e dell’Unione Europea alla Sapienza Università di Roma


Fonte: ​Carlo Curti Gialdino