USA-Iran: è vera pace oppure un semplice intervallo della guerra?
15-06-2026 14:30 -
GD - Roma, 15 giu. 26 - Tra USA e Iran è vera pace oppure un semplice intervallo della guerra? In un comunicato ufficiale su X, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha annunciato che “è stato raggiunto l'accordo Usa-Iran”. Questo accordo verrà formalizzato in una cerimonia ufficiale in Svizzera, venerdì 19 giugno, con la firma dei due Paesi. Il premier Sharif ha continuato specificando che, "a seguito di intensi colloqui, siamo lieti di annunciare che l'Accordo di Pace tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica Islamica dell'Iran è stato raggiunto". Entrambe le parti hanno dichiarato la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, inclusi quelli in Libano”. Il Pakistan ha reso noti quelli che, sostiene essere, i dettagli del memorandum d'intesa. Questi accordi prevederebbero: ● la revoca delle sanzioni contro l'Iran; ● lo sblocco parziale dei fondi iraniani congelati; ● un cessate il fuoco totale su tutti i fronti e il ritiro di Israele dal Libano; ● la permanenza delle scorte di uranio e degli impianti nucleari in territorio iraniano; ● l'istituzione di un fondo di compensazione di 300 miliardi di dollari per l'Iran, per i danni di guerra subiti; ● la revoca dell'embargo statunitense sull'Iran; ● la gestione dello Stretto di Hormuz all'Iran, che in futuro ne riscuoterebbe le relative tasse di transito. Quello che salta agli occhi degli osservatori più attenti è che gli accordi di pace non tengono minimamente in considerazione i problemi che questi potrebbero generare ai Paesi del Golfo, i quali dipendono dal libero transito nello Stretto di Hormuz sia per l'export degli idrocarburi, sia per l'import di beni di consumo primari. Se negli accordi dovesse passare il principio che le navi in transito nello Stretto debbano pagare un “pedaggio”, questi costi si rifletterebbero immediatamente su tutte le economie del Golfo Persico. I sauditi e gli emiratini si stanno già attrezzando per costruire un oleodotto che arrivi, attraversando l'Oman, direttamente al Mare Arabico, bypassando così lo Stretto di Hormuz. Questo consentirebbe di eliminare alla radice il problema dell'attraversamento dello Stretto per l'export petrolifero; il problema rimarrebbe però per l'import dei beni alimentari e di tutte le altre merci. Il danno economico e d'immagine per quei Paesi sarebbe significativo. Forse è anche per questa ragione che i sauditi, in colloqui riservati, si sono detti disponibili a proseguire la guerra contro l'Iran a fianco di Israele. La leadership saudita, in particolare il principe ereditario Mohammed bin Salman, si sarebbe dimostrata molto più aggressiva di quanto non lascino intendere i suoi messaggi pubblici ufficiali. Secondo alcune fonti riservate, cogliendo l'opportunità storica, il principe ereditario avrebbe esortato in privato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a mantenere la pressione militare sull'Iran, considerando il conflitto come un'opportunità unica per alterare radicalmente gli equilibri di potere in Medio Oriente. I diplomatici del Golfo hanno riferito che l'Arabia Saudita è diffidente nei confronti di un cessate il fuoco anticipato che lasci intatte le capacità fondamentali di Teheran. Stanno quindi spingendo affinché la guerra continui fino a quando non ci sarà un “buon accordo”: uno che neutralizzi in modo permanente le ambizioni nucleari dell'Iran, ne smantelli i programmi di missili balistici e lo privi della capacità di tenere in ostaggio il trasporto marittimo internazionale. Pertanto, risulta illogico parlare di accordo USA-Iran senza consultare Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Oman, che sono stati colpiti da droni e missili iraniani pur senza aver partecipato direttamente al conflitto. Il danno per queste nazioni è immenso, non solo per l'export degli idrocarburi e per l'approvvigionamento delle merci, ma anche per il turismo, che rappresenta una preziosa risorsa per l'area. La guerra in corso ha azzerato i flussi turistici nel Golfo; anche per questo motivo la stabilizzazione della regione è fondamentale e non può dipendere esclusivamente dagli “umori” del regime teocratico iraniano.