USA-Iran: un regalo di compleanno

14-06-2026 09:00 -

GD - Roma, 14 giu. 26 - Ci vorrà del tempo per capire se, come sembra, Donald J. Trump si è regalato, per il proprio 80º compleanno (che festeggia oggi domenica 14, alla Casa Bianca, con un evento di arti marziali equivalente moderno degli antichi ludi gladiatori) un “vero” accordo con l’Iran.
L’aggettivo è quanto mai necessario, perché l’intesa è già stata annunciata e smentita circa 40 volte (secondo i pazienti calcoli dei giornalisti) e perché sul programma nucleare un “vero” accordo richiede complesse garanzie e minuziosi controlli, che non possono entrare in un semplice Memorandum of Understanding.
L’impressione, avvalorata dallo stupore, e dalla malcelata ira, dell’ignaro Netanyahu, è che la guerra sia stata “chiusa” frettolosamente così com’è iniziata. Dopo le prime settimane di conflitto si è capito che l’obiettivo primario del cambio di regime a Teheran, non dichiarato ma di decisiva portata geopolitica, non era realizzabile e il focus si è spostato sull’uranio arricchito e sugli sforzi iraniani di procurarsi la Bomba, mentre i nuovi leader dei Pasdaran e della Repubblica islamica, subentrati ai vecchi capi assassinati dai bombardamenti israeliani e americani, scoprivano di avere già a disposizione un’arma ancora più efficace a livello globale: il blocco dello Stretto di Hormuz.
Nonostante la soverchiante superiorità militare, e i danni enormi inflitti al nemico, Stati Uniti e Israele hanno appreso direttamente sul campo l’ultima lezione della guerra moderna. Ne sa qualcosa anche Putin con l’Ucraina: grazie allo sviluppo tecnologico (droni, droni kamikaze e missili) il più debole può mettere in difficoltà i più forti, a maggior ragione se, come l’Iran, conta sulla geografia (una posizione strategica) e sulla storia (il lascito di una civiltà millenaria).
La rinuncia a dotarsi di armi nucleari, che a detta del tycoon rappresentava “il 95 per cento della questione”, era già implicita nell’accordo firmato dall’Iran con Obama e l’Unione europea nel 2015. Quell’intesa prevedeva tra l’altro, in cambio dell’eliminazione delle sanzioni, la riduzione del 98 per cento delle scorte di uranio arricchito, la rimozione di due terzi delle centrifughe operative, il limite del 3,67 per cento all’arricchimento dell’uranio (per uso militare si deve arrivare al 90 per cento). Quando la prima amministrazione Trump denunciò l’accordo, l’Iran, con tanto di certificato dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, lo stava rispettando. Poi è scattato il “liberi tutti” e siamo arrivati all’oggi.
Teheran, dove prosegue lo scontro tra falchi e colombe, non terrà conto del compleanno di Trump: fonti governative escludono che il memorandum possa essere firmato nelle prossime ventiquattr’ore. Troppe le differenze tra le bozze che le parti stanno facendo circolare. Soprattutto sul nucleare. Secondo la Casa Bianca, gli iraniani hanno accettato di smantellare il loro programma e di distruggere (in Iran) le scorte di uranio arricchito. Secondo i media della Repubblica Islamica, invece, l’accordo ancora non ci sarebbe. Idem sulla tempistica dello sblocco degli asset congelati: per tranche secondo gli americani, immediato secondo gli iraniani. Non sono neanche dettagli, nei quali, com’è noto, si nasconde il diavolo.
Tuttavia, se la firma ci sarà, il tycoon potrà rifiatare: un presidente con i sondaggi a terra, l’inflazione al 4,2 per cento e la benzina a 5 dollari al gallone, con i mondiali di calcio in casa, con le prime serie defezioni tra deputati e senatori repubblicani, con la prospettiva di perdere molto male, a novembre, le elezioni di midterm e il rischio di vedere almeno la Camera dei rappresentanti trasformarsi in una commissione d’inchiesta sulla sua amministrazione.

Paolo Giordani
presidente IDI Istituito Diplomatico Italiano


Fonte: Paolo Giordani