Iran sopravvive a rivolta studenti, ma Repubblica Islamica sta implodendo

13-06-2026 12:39 -

GD – Roma, 13 giu. 26 – Diceva Renzo Arbore che «meno siamo, meglio stiamo!». Ma il nostro grande artista non è evidentemente noto a Teheran e dintorni, dove invece vige esattamente l’opposto del detto arboriano. Cioè moltitudine e frammentazione.
Il governo iraniano è riuscito a contenere e a soffocare nel sangue le proteste che, negli ultimi quattro mesi, hanno infiammato tutte le 31 province del Paese. La rivolta popolare del 2026 ha superato per intensità e durata quelle del 2017, 2018, 2019, 2021 e 2022, imponendosi come la più imponente da quando, nel 1979, nacque la Repubblica Islamica sotto la guida del regime teocratico di Khomeini. Fonti interne stimano una cifra drammatica, compresa tra i 30.000 e i 45.000 manifestanti uccisi durante gli scontri, a cui si aggiunge un numero imprecisato di arresti; di molti dei detenuti, oggi, si sono addirittura perse le tracce.
La crisi economica e la carenza di beni di prima necessità costringono la popolazione a una lotta quotidiana per la sopravvivenza, anche solo per procurarsi cibo e acqua. Secondo le testimonianze raccolte, la persistente incompetenza della classe dirigente, unita a violenza, ingiustizia, oppressione, brutalità e corruzione, ha alimentato un odio profondo nei confronti del regime.
In una nazione di 93 milioni di abitanti, una simile realtà non può essere celata e sta generando conseguenze imprevedibili. Ne è un esempio il discorso rivolto agli studenti da Mohammad Abolghassem Doulabi, un alto esponente religioso che funge da legame tra i seminari iraniani e il governo. Doulabi ha rivelato che ben due terzi delle moschee del Paese – circa 50.000 su 75.000 – sono state chiuse a causa del drastico calo dei fedeli. Questa notizia, riportata nel 2023 dai media mediorientali e religiosi, non ha poi ricevuto la dovuta attenzione da parte della stampa occidentale.
L'esponente del clero ha citato queste cifre per invocare maggiori finanziamenti a favore dell’istruzione coranica. Tuttavia, l’emittente londinese Iran International ha riferito che lo stesso Doulabi ha apertamente attribuito l’allontanamento dei fedeli dalle moschee «all’umiliazione della gente, alla privazione di una vita dignitosa e alla creazione della povertà, tutto compiuto in nome della fede», oltre che alla «falsificazione dei concetti e degli insegnamenti religiosi».
Un crollo che il ministro della Cultura, Mohammad Mehdi Esmaili, ha definito «estremamente allarmante», aggiungendo che «la maggior parte delle attività culturali e artistiche dovrebbe svolgersi nelle moschee, che non sono semplicemente luoghi in cui celebrare le preghiere tre volte al giorno».
La Repubblica Islamica, nata per imporre una rigida dottrina a livello nazionale e per esportarla all'estero, sta quindi minando l’Islam dall’interno. L’Iran, che da 47 anni alimenta il fervore militante musulmano in tutto il mondo, non solo all'interno della propria minoranza sciita, ma anche tra la maggioranza sunnita, ha finito per compromettere l’immagine stessa del proprio credo a livello globale. Da tempo, infatti, l’opinione pubblica occidentale associa l'Islam a terrorismo, morte, tortura, antisemitismo, autoritarismo, crudeltà, misoginia, sopraffazione e violazione dei diritti umani. Solo un cambio di regime a Teheran potrebbe contribuire a migliorare la percezione dell’islam nel mondo.
È cruciale sottolineare che Doulabi fa parte dell’Assemblea degli Esperti, l’organo che sceglie il successore della Guida Suprema, ne monitora l'operato e, teoricamente, avrebbe il potere di proporne la destituzione.
La vulnerabilità del Paese emerge anche dalla sua frammentazione interna: la popolazione iraniana non è omogenea, bensì un mosaico di etnie. I persiani costituiscono solo il 34%, seguiti dai turchi azeri (20%) e dai curdi (5%), a cui si aggiungono altri 75 gruppi minori.
Per questa ragione, l'analista Melik Kaylan ha ipotizzato una soluzione per la pace in Medio Oriente che potrebbe apparire inverosimile: la secessione delle minoranze nelle zone di confine per staccarsi dal «regime sanguinario», dando così vita a un «Iran ridimensionato».
Sul piano confessionale, al contrario, il 98,6% degli iraniani è, almeno nominalmente, musulmano, sebbene i sunniti lamentino storiche discriminazioni da parte degli sciiti al potere.
A causa di una repressione secolare, gli zoroastriani, custodi dell'antica fede nazionale, sono ormai ridotti a 60.000 fedeli. Il cristianesimo rappresenta invece la seconda religione del Paese con 607.000 aderenti e, secondo la World Christian Encyclopedia, ha radici antichissime che risalgono al 48 d.C., molto prima dell’avvento dell’Islam.
Lo svuotamento delle moschee coincide con i dati diffusi dai missionari occidentali, secondo cui circa un milione di musulmani iraniani si sarebbe recentemente convertito al cristianesimo. Questo boom non interessa le antiche Chiese etniche (armene, assire e caldee), tollerate dalle autorità purché non facciano proselitismo, quanto piuttosto le comunità evangeliche clandestine. Gli incontri nelle case private sono in forte crescita, trainati dal passaparola, dalle trasmissioni radiofoniche e dai media esteri.
La World Watch List di questo mese sulla persecuzione dei cristiani, redatta da Open Doors, classifica l'Iran al 10° posto tra i Paesi più pericolosi al mondo. Il rapporto descrive una pressione sistematica sui credenti, considerati elementi sovversivi a causa delle tensioni geopolitiche legate al conflitto tra Hamas e Israele, motivo per cui ogni attività cristiana non autorizzata è stata dichiarata fuorilegge.
Resta difficile prevedere se questa profonda spinta interna al cambiamento, orientata a scardinare il controllo teocratico, costringerà il regime ad assumere una linea più moderata per salvare se stesso, o se segnerà l'inizio di una nuova era per l’Iran.

Ciro Maddaloni
Esperto di eGovernment internazionale

Fonte: Ciro Maddaloni