Iran: inequivocabili segnali della volontà di un imminente scontro

18-05-2026 08:28 -

GD – Washington DC, 18 mag. 26 - Lo scenario che si delinea nel Golfo Persico ha tutti i tratti di un conflitto che sta per riesplodere. La concentrazione di forze americane nella regione ha raggiunto livelli che non si vedevano dall'invasione dell'Iraq nel 2003 e il linguaggio dei vertici militari è passato dalla deterrenza alla preparazione operativa. Non è più un segnale di avvertimento: è la postura di chi si prepara a colpire.
Il presidente Donald Trump, rientrato dalla Cina senza ottenere da Xi Jinping la pressione sperata su Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz, si è chiuso alla Casa Bianca con i suoi consiglieri. Secondo la CNN, non è mai stato così vicino a riprendere gli attacchi dall'inizio del cessate il fuoco di aprile. La decisione potrebbe arrivare entro 24 ore.
A rendere questo scenario una probabilità concreta è la somma di tre fattori: la massa critica di assetti militari in posizione, il fallimento diplomatico e la finestra politica che si chiude. Il tracker dell'Atlantic Council, aggiornato al 15 maggio, censisce oltre 20 navi da guerra nell'area del Centcom. Due gruppi d'attacco di portaerei operano nel Mar Arabico: la Uss Abraham Lincoln e la Uss George H.W. Bush. Un terzo gruppo è arrivato il 23 aprile, portando per la prima volta in decenni tre portaerei contemporaneamente in teatro. La Uss Gerald R. Ford, dopo 322 giorni di dispiegamento, è in rientro verso Norfolk. Non è un ritiro: è un avvicendamento che mantiene intatta la capacità di fuoco.
A terra il quadro è inequivocabile. Il generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Congiunti, ha dichiarato che oltre 50.000 soldati, dodici cacciatorpediniere e decine di aerei sono pronti a riprendere operazioni di combattimento su vasta scala. Circa 5.000 Marines a bordo della Uss Tripoli operano nel Mar Arabico, mentre 2.000 paracadutisti della 82ª Divisione Aviotrasportata attendono istruzioni. La Uss Boxer sarebbe in rotta verso la regione, segno che Washington pianifica operazioni prolungate.
Nel cielo il segnale è ancora più esplicito. Il 60% dei bombardieri B-1 operativi è impiegato dalla base Raf Fairford nel Regno Unito, il più grande dispiegamento concentrato di B-1 del dopoguerra. Caccia F-15E sono stati riposizionati in Giordania e dodici F-22 Raptor schierati a Ovda, nel sud di Israele: il primo dispiegamento offensivo americano in territorio israeliano. Quando si posizionano caccia d'attacco in una base che non ha mai ospitato assetti offensivi stranieri, non si fa deterrenza: si predispone un'architettura di attacco.
Il dato più allarmante viene però dall'Iran. Secondo l'Institute for the Study of War e The New York Times, Teheran ha riacquisito l'accesso alla maggior parte dei siti missilistici colpiti e conserva circa il 70% degli arsenali prebellici. Trenta su 33 siti lungo lo Stretto di Hormuz sono tornati operativi. L'Iran non è neutralizzato: si sta riarmando, e ogni giorno che passa la finestra di vantaggio militare americano si restringe.
Le opzioni sul tavolo di Trump includono bombardamenti contro obiettivi militari e infrastrutturali, forze speciali per colpire materiale nucleare sotterraneo, o l'invasione dell'isola di Kharg. Il Pentagono valuta di rinominare l'operazione da "Epic Fury" a "Sledgehammer", manovra che consentirebbe altri 60 giorni senza autorizzazione del Congresso. Quando si cambia nome a un'operazione per aggirare i vincoli legislativi, la domanda non è più "se" ma "quando".
Sul piano diplomatico ogni canale è chiuso. Il cessate il fuoco regge formalmente, ma il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, lo ha definito "fuoco molesto di basso livello", mentre elicotteri americani hanno colpito sei imbarcazioni iraniane. Teheran ha risposto con un piano di gestione del traffico a Hormuz e colloqui con Paesi europei tramite la marina dei Pasdaran. Secondo The New York Times, Stati Uniti e Israele sono impegnati negli "intensi preparativi" più vasti dal cessate il fuoco. La massa militare schierata, la ricostituzione delle capacità iraniane, lo stallo diplomatico: tutto punta in una sola direzione. Insomma, un nuovo scontro armato è alle porte.

Giampaolo Eleuteri
Analista del Mena ed ex spazio sovietico


Fonte: Giampaolo Eleuteri