È nella prospettiva europea il futuro dell’italianità adriatica
10-05-2026 09:23 -
GD - Trieste, 10 mag. 26 - Si è celebrata il 9 maggio per la 40ª volta la Giornata dell'Europa, ricollegandosi alla data del 1950 in cui il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman pronunciò uno storico discorso in cui presentava un piano per una maggiore cooperazione in Europa. Rimasto alla storia come dichiarazione Schuman, quel discorso aprì la strada a una nuova era di pace, integrazione e cooperazione in tutto il continente, gettando le basi di quella che oggi è l'Unione Europea. Erano in pochi allora a credere nelle potenzialità di quel processo di aggregazione che partiva da padri nobili appartenenti alla tradizione popolare europea (Konrad Adeanuer, Alcide De Gasperi e Schuman stesso), ma gli elementi più illuminati della classe dirigente della neonata Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia già guardavano in quella direzione. Migliaia di famiglie erano ancora nei Centri Raccolta Profughi, centinaia cominciavano ad intraprendere il secondo esilio, emigrando all'estero in cerca di condizioni di vita migliori rispetto a quella della disastrata Italia del dopoguerra la cui accoglienza era stata per tanti esuli istriani, fiumani e dalmati avvilente e mortificante. Ma proprio chi aveva subito sulla propria pelle le tragiche conseguenze degli opposti nazionalismi e dei totalitarismi, doveva guardare con interesse a quella promessa di pace e di libertà, a quel progetto di unire in nome dell'Europa popoli che si erano combattuti. Era questo l'unico rimedio per regioni multietniche come l'Adriatico orientale da cui 300.000 italiani autoctoni erano stati strappati e costretti a un difficile reinserimento sociale. Subentrando a Libero Sauro alla presidenza dell'ANVGD nel 1962 il dalmata Paolo Barbi vedeva, con l'avanzare dell'idea dell'Europa comunitaria, la possibilità di una rinascita del gruppo etnico italiano in Istria e di un aumento della diffusione della lingua e civiltà italiana in quelle terre nell'ambito di accordi bilaterali tra Roma e Belgrado. 40 anni fa si celebrò per la prima volta il 9 maggio: scricchiolanti, ma erano ancora in piedi sia il muro di Berlino sia la Jugoslavia con il muro di Gorizia che rimarcava il confine imposto dal Trattato di Pace del 10 febbraio 1947. In quell'epoca un altro dirigente di origine dalmata, come Lucio Toth, ribadiva che la Comunità Europea che andava consolidandosi avrebbe finalmente dato giustizia alla nostra storia e pace alla nostra terra. Una volta acquisita l'indipendenza, infatti, Slovenia e Croazia per poter aderire all'Unione Europea dovettero in primis garantire diritti reali alla minoranza costituita dai nostri connazionali e poi confrontarsi con la storia del Novecento, conservando la propria memoria, ma riconoscendo e rispettando anche la nostra memoria. Gorizia Capitale Europea della Cultura nel 2025 insieme a Nova Gorica ha suggellato questi sviluppi, confermato la lungimiranza della nostra classe dirigente, capace di guardare oltre alle inevitabili polemiche che certe prese di posizione all'epoca comportavano, e avviato una nuova fase di progettualità transfrontaliere. Oggi, 9 maggio, celebriamo la Giornata dell'Europa in un'Unione Europea che ha cancellato i confini tra Italia, Slovenia e Croazia e fornito nuove prospettive di recupero, tutela e prospettiva futura per l'italianità adriatica, sia autoctona sia in esilio.
Renzo Codarin Presidente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Fonte: Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia