Il lucido e disperato monito del presidente Zelensky all’Unione Europea
23-01-2026 14:21 -
GD - Roma, 23 gen. 26 - Il Meeting Annuale di Davos 2026, il cui tema ufficiale era "A Spirit of Dialogue" (Lo Spirito del Dialogo), quest’anno si è svolto in un clima di particolare "tensione” dove al “dialogo” ha prevalso la geopolitica muscolare e dove sono emersi cambiamenti radicali negli equilibri mondiali. In questo contesto di forte tensione si sono inserite non solo la voce, ma anche la stanchezza e la disperazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il suo discorso ha segnato un fortissimo punto di svolta nella strategia comunicativa finora utilizzata. Non si è più limitato a chiedere aiuto, come fa da 4 anni, ma ha sollevato, in modo pacato ma fermo, una critica feroce all’Europa, a quella che lui definisce la "modalità ricomincio da capo" (come nel celebre film "Il giorno della Marmotta" o "Groundhog Day"). Ha criticato il ciclo infinito di dichiarazioni europee di intenti che, raramente, si traducono in atti concreti e che dimostrano l’assenza di un potere politico reale europeo. Zelensky ha descritto l'Europa come un "caleidoscopio frammentato di medie potenze” che non sono in grado di affrontare le sfide mondiali attuali. Mentre gli Stati Uniti agiscono in modo assertivo (citando i recenti interventi dell'amministrazione Trump sui diversi temi di politica internazionale), l'Europa rimane intrappolata in discussioni infinite, posizioni sempre più frammentate, caratterizzate più dai “distinguo” che dagli obiettivi comuni da raggiungere. Questo modo di agire finisce sempre per bloccare tutto e non per difficoltà oggettive esterne, ma in seguito ai veti interni alla stessa Unione europea. Una sorta di “autolimitazione” come se ci fosse un sistema che riduce automaticamente la capacità decisionale dell’Unione Europea. Il presidente ucraino ha sollecitato esplicitamente la creazione di un sistema di difesa comune europea, composto da forze armate europee dei singoli Paesi uniti. Zelensky ha affermato senza giri di parole che l'Europa non può più affidarsi ciecamente alla protezione della NATO, che come si è visto dagli ultimi sviluppi nelle relazioni con gli USA, possono cambiare radicalmente se gli interessi degli Stati Uniti dovessero divergere definitivamente da quelli dell’Unione Europea. Il presidente Zelensky ha mostrato tutta la sua frustrazione per il blocco dell'uso dei fondi russi congelati nell'Euroclear che custodisce la stragrande maggioranza - circa 210 miliardi - delle riserve della Banca Centrale Russa. Fondi che si sarebbero potuti utilizzare per la difesa ucraina e che, invece, secondo Zelensky, hanno finito per rappresentare il simbolo dell'impotenza dell’Unione Europea che si fa guidare dalla “burocratica dei contabili” e non dalla difesa del diritto internazionale, della sicurezza e degli interessi strategici europei. Il contesto del meeting di Davos 2026 è stato dominato da una tensione tra i Paesi europei (in particolare la Francia) e l’Amministrazione USA. Una realtà senza precedenti nelle relazioni transatlantiche. Zelensky ha annunciato di aver "chiuso" con Donald Trump un accordo, sulle garanzie future di sicurezza per l’Ucraina. Contemporaneamente ha avvertito i leader europei che il presidente americano "non ascolterà questo tipo di Europa" finché continuerà a dimostrarsi debole e guidata da “piccoli interessi economici”. La sopravvivenza del concetto stesso di Unione Europea oggi è messa in discussione dalle minacce esterne della Russia, che sono paradossalmente agevolate all’interno dell’Unione stessa. Un altro richiamo all’Unione Europea riguarda l'economia di guerra russa, ancora oggi sostenuta dal commercio internazionale del petrolio. Commercio di petrolio che avviene anche verso i Paesi europei, che di fatto così stanno finanziando l'invasione russa dell’Ucraina. Zelensky ha accusato senza giri di parole l'Europa che permette alla "flotta ombra" di petroliere russe di navigare indisturbata nel Mar Baltico e lungo le coste europee. La sua richiesta è chiara: è arrivato il momento di confiscare le petroliere, come hanno fatto recentemente gli Stati Uniti, e se possibile vendere il petrolio confiscato a beneficio dell'Europa e dell'Ucraina. Il richiamo di Zelensky non è solo un atto di disperazione, ma una manovra geopolitica per forzare l'Europa verso l'Autonomia Strategica. Zelensky ha affermato che solo una "Grande Potenza Europea" potrà bilanciare il ritorno del “bilateralismo tra Washington e Mosca”. Attualmente l’Europa è stata sempre esclusa da tutti i tavoli negoziali che riguardano l’Ucraina. E sta avvenendo nuovamente in questi giorni con i colloqui trilaterali che si terranno negli Emirati Arabi Uniti. Colloqui a cui è previsto che partecipino la delegazione degli Stati Uniti, quella Russa e quella Ucraina. Ma l’Unione Europea non è stata invitata e non è stata consultata in vista di questi incontri dove, probabilmente, i due Paesi imporranno all’Ucraina la cessione di territori e la “resa”. Questa è la conseguenza delle divisioni interne dell’Unione Europea, dove alcuni leader (Roberto Fico, presidente del Governo della Slovacchia; Viktor Orban, presidente del Governo di Ungheria; Bart De Wever, presidente del Governo del Belgio) continuano a frenare sulle azioni che l’Unione Europea dovrebbe assumere per guadagnarsi un ruolo nella scena internazionale. Queste forze centrifughe non solo rendono difficili le decisioni europee, ma rischiano di minare alla base il concetto stesso di “Unione” che mai come oggi si sta dimostrando fragile e indifesa. La prospettiva è quella di andare verso un futuro molto difficile: se la guerra in Ucraina dovesse finire con la resa imposta all’Ucraina, gli europei potrebbero essere chiamati solo a pagare i costi della ricostruzione, ma a non giocare alcun ruolo militare e strategico sul terreno.
Ciro Maddaloni Esperto di eGovernment internazionale