Liberazione di Trentini e Burlò dal punto di vista del diritto diplomatico

14-01-2026 13:54 -

GD - Roma, 14 gen. 26 - La liberazione, il 12 gennaio 2026, dei cittadini italiani Alberto Trentini e Mario Burlò, dopo 14 mesi di detenzione in Venezuela, mostra che il diritto diplomatico può trasformarsi in uno strumento dinamico per la tutela dei diritti umani in contesti di profonda instabilità. La vicenda, snodatasi attraverso un complesso gioco di accreditamenti e missioni speciali, rivela la raffinata strategia della Farnesina nel gestire il delicato passaggio dall’affievolimento delle relazioni alla prospettiva di una loro piena ripresa.
Per comprendere la portata della svolta, occorre partire dal lungo stallo cominciato nel 2019 con la contestate elezioni presidenziali di Maduro e la presidenza ad interim di Guaidó. Allora il governo Conte I non la riconobbe, a differenza di Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e impedì all’Unione Europea di adottare una posizione comune, ma scelse di non accreditare un ambasciatore, optando per la figura dell’incaricato d’affari con lettere, in tal modo affievolendo le relazioni con Caracas. Questo è un aspetto tecnico fondamentale: i diplomatici Placido Vigo, inviato nel 2019 in sostituzione
dell’ultimo ambasciatore e ministro plenipotenziario, Silvio Mignano, che nel 2015 aveva presentato a Maduro le lettere credenziali firmate dal presidente Mattarella, e Giovanni Umberto De Vito, che prese il posto di Vigo nel 2023, hanno operato sulla base di cosiddette lettere di gabinetto firmate, per Vigo, dal ministro degli Esteri Moavero Milanesi e presentate all’omologo Jorge Arreaza e per De Vito da Tajani e presentate, nel marzo 2024, a Yván Gil, da allora ministro degli Esteri del Venezuela.
Sotto il profilo del diritto diplomatico, come disciplinato dall’art. 14 della convenzione di Vienna del 1961, tali lettere, essendo indirizzate al ministro degli Esteri e non al capo di Stato, hanno garantito un riconoscimento tecnico dell’amministrazione venezuelana, consentendo di mantenere relazioni tra la Farnesina e la Casa Amarilla, indispensabile ai fini dell’assistenza consolare - in Venezuela ci sono 170 mila italiani ed 1 milione di venezuelani di origine italiana - senza però convalidare la legittimità della presidenza di Maduro sia dopo le elezioni del 2019 sia dopo quelle del 2024.
In questa cornice di prudenza diplomatica, l’Italia ha potuto, seppure con grande difficoltà, come dimostrano le visite consolari ai connazionali detenuti, garantire l’assistenza senza flettere sulla posizione di politica internazionale.
Tuttavia, questo equilibrio precario si è spezzato drammaticamente nel corso dell’estate 2025. Il tentativo di mediazione affidato all’allora direttore generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie presso la Farnesina, Luigi Maria Vignali, nominato “inviato speciale” per i nostri detenuti all’estero, si è scontrato con una prova di forza senza precedenti da parte del regime venezuelano. La missione di Vignali, sulla quale probabilmente qualcosa non era stato pienamente concordato, si è conclusa in un momento di estrema tensione quando all’emissario italiano il 4 agosto 2025 fu addirittura impedito di uscire dall’aeroporto "Simón Bolívar" di Caracas. La condotta venezuelana ha segnato il collasso del dialogo a livello tecnico-ministeriale.
L’impossibilità per Vignali di varcare la frontiera ha dimostrato che lo strumento dell’incaricato d’affari con lettere o la via della missione speciale non erano più sufficienti a garantire la indispensabile assistenza consolare ai concittadini detenuti.
Storicamente, incidenti del tipo di quello occorso a Vignali rappresentano un momento di discontinuità che impone agli Stati una scelta radicale: la rottura definitiva delle relazioni diplomatiche o la loro normalizzazione.
La prassi offre dei precedenti. Si pensi al ritorno, nel settembre 2017, dell’ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini, dopo il lungo richiamo per consultazione dell’ambasciatore Maurizio Massari nell’aprile 2016, in segno di forte protesta da parte del governo Renzi, per la mancanza di cooperazione delle autorità egiziane nelle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni. Il ritorno di un ambasciatore munito di lettere credenziali firmate dal presidente Mattarella, dopo un lungo periodo in cui l’ambasciata al Cairo è stata retta dall’allora primo consigliere Armando Barucco in qualità di incaricato d’affari ad interim, senza lettere ma con mera notifica al ministero degli Esteri, costituì il passaggio tecnico indispensabile per elevare l’interlocuzione al livello del presidente Al-Sisi, portando infine alla grazia e alla liberazione di Patrick Zaki nel luglio 2023. In questi casi, il conferimento di un riconoscimento politico-diplomatico alla controparte è utilizzato come corrispettivo politico per ottenere concessioni umanitarie concrete.
La transizione del potere dopo la cattura di Nicolás Maduro con la presidenza ad interim di Delcy Rodríguez ha offerto l’opportunità giuridica per superare l’impasse tra Roma e Caracas. La liberazione di Trentini e di Burlò è stata l’esito di una efficace azione diplomatica, svolta in pieno coordinamento tra Farnesina, Palazzo Chigi e Quirinale. Il nuovo governo venezuelano cercava legittimazione internazionale e l’Italia l’ha offerta promettendo l’elevazione del rango della missione.
Con l’annuncio di un ritorno alla pienezza delle relazioni diplomatiche, annunciate dal presidente Meloni nella conferenza stampa del 9 gennaio 2026 e la conferma, da parte del nostro incaricato d’affari De Vito, del prossimo ritorno di un ambasciatore munito di lettere credenziali a firma del presidente Mattarella, avvenuto nel corso di un’apposita udienza dalla Rodríguez nel palazzo presidenziale di Miraflores, propedeutica alla liberazione di Trentini e di Burlò, l’Italia ha operato un riconoscimento de jure del governo venezuelano, sancendo la fine dell’affievolimento iniziato nel 2019 in cambio della libertà dei propri cittadini.
La scelta di Roma, nonostante qualche perplessità in sede europea per la rapidità del riconoscimento, dopo il cambio della guardia al vertice del Venezuela, conferma l’efficacia dello strumento del diritto diplomatico. La capacità di manovrare tra i diversi livelli di accreditamento, passando dalla soluzione tecnica degli incaricati d’affari con lettere Vigo e De Vito, all’annunciata normalizzazione resta un’arma alla quale la ragion di Stato può ricorrere quando l’obiettivo è la tutela della vita umana oltre i confini nazionali.

Prof. Carlo Curti Gialdino
Vicepresidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale


Fonte: IDI