Senza giustizia non c’è pace: il grido del Venezuela
10-01-2026 15:06 -
GD - Roma, 10 gen. 26 - Sono giorni di sentimenti contrastanti per i venezuelani. Da un lato, il sollievo per quanto parziale di vedere finalmente di fronte alla giustizia il principale responsabile di numerosi crimini, inclusi crimini contro l'umanità. Dall'altro, l'amarezza profonda nel dover assistere all'ennesima ondata di analisi superficiali sui media italiani, quando non apertamente ideologiche, da parte di sedicenti esperti che non hanno mai messo piede in Venezuela. Oggi, improvvisamente, questi stessi commentatori si ergono a paladini del “diritto internazionale” per condannare l'azione di Donald Trump contro un criminale che non era un presidente legittimo. È opportuno ricordare che nelle ultime due elezioni presidenziali Nicolás Maduro si è autoproclamato vincitore senza presentare prove credibili e senza il riconoscimento della comunità internazionale, Italia inclusa. Nelle 25 pagine dell'atto di accusa penale contro Nicolás Maduro gli vengono contestati reati di terrorismo, cospirazione per l'importazione di cocaina negli Stati Uniti, narcotraffico, corruzione delle istituzioni pubbliche per proteggere spedizioni illegali di droga e alleanze con gruppi narcoterroristi stranieri. Parallelamente a queste imputazioni, la Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti sul Venezuela, istituita dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha ribadito la necessità di “garantire la responsabilità per le gravi violazioni dei diritti umani e i crimini contro l'umanità commessi dal governo venezuelano” sotto la guida di Maduro. Chi rifiuta l'intervento USA senza comprenderne il contesto, o senza nemmeno tentare di conoscerlo, ignora deliberatamente il terrore vissuto dal popolo venezuelano sotto il controllo di un'organizzazione criminale internazionale che ha usurpato la volontà popolare per saccheggiare il Paese. Un sistema responsabile, secondo diversi rapporti internazionali, di oltre 10.000 esecuzioni extragiudiziali, più di 17.000 arresti arbitrari e almeno 3.700 sparizioni forzate. Attaccando Trump non si difende il diritto internazionale: si finisce piuttosto per rafforzare la narrativa di quei Paesi anti-occidentali – Cuba, Iran e Russia – che da anni hanno penetrato il Venezuela nel silenzio generale, come dimostra la morte dei 32 militari cubani che erano parte della sicurezza più stretta del dittatore. Un tema che meriterebbe un articolo a parte. In questo testo, invece, ho scelto di chiarire alcuni punti chiave per comprendere ciò che è accaduto il 3 gennaio e perché i venezuelani hanno festeggiato l'arresto di Nicolás Maduro. Il punto di partenza: il regime è ancora in piedi - La prima cosa da comprendere è semplice, ma fondamentale: il regime venezuelano non è caduto. Il fatto che Nicolás Maduro sia stato prelevato rappresenta senza dubbio un segnale positivo per i venezuelani. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che questo significhi la fine dell'apparato repressivo. La vicepresidente Delcy Rodríguez, oggi presidente incaricata, è a sua volta coinvolta negli stessi meccanismi di potere e nelle stesse responsabilità. Lo stesso giorno dell'arresto di Maduro, Rodríguez ha decretato lo stato di emergenza, imponendo un quadro giuridico che consente gravi restrizioni ai diritti fondamentali, inclusi la libertà personale e quella di espressione. Il tutto in un Paese già segnato dalla criminalizzazione del dissenso, dove è ormai “normalità” che 14 giornalisti vengano arrestati mentre svolgono il proprio lavoro, come accaduto durante la copertura della cerimonia di giuramento all'Assemblea Nazionale. Un ulteriore segnale allarmante è arrivato immediatamente dopo il suo insediamento: la nomina del generale Gustavo Enrique González López a capo della Guardia Presidenziale. González López è una figura ben nota alle organizzazioni internazionali. È segnalato per crimini contro l'umanità ed è inserito nella lista delle persone sanzionate dall'Unione Europea. È stato uno dei principali responsabili della repressione politica e della persecuzione sistematica non solo dell'opposizione, ma della popolazione nel suo complesso. Non è la prima volta che Rodríguez e González López lavorano insieme. In qualità di vicepresidente del Venezuela – incarico ricoperto dal 14 giugno 2018 – Rodríguez aveva sotto il proprio controllo il Servizio Bolivariano di Intelligence Nazionale (SEBIN), diretto da González López nei periodi di massima repressione: dal 17 febbraio 2014 al 31 ottobre 2018 e nuovamente dal 30 aprile 2019 al 18 ottobre 2024. Entrambi hanno guidato una struttura repressiva responsabile di torture ai danni di oppositori politici, giornalisti, manifestanti e difensori dei diritti umani, in particolare nel centro di detenzione El Helicoide, a Caracas. Tutti questi elementi sono documentati anche presso la Corte Penale Internazionale, dove dal 2018 è in corso un'indagine per crimini contro l'umanità. Fino a che punto interessa il petrolio venezuelano Il presidente Donald Trump ha annunciato che le «autorità interinali» del Venezuela consegneranno tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio «di alta qualità e sanzionato» agli Stati Uniti, da vendere a prezzo di mercato, con proventi che – ha precisato – saranno controllati direttamente dalla presidenza statunitense. Secondo Trump, tali introiti, stimati tra 1,8 e 3 miliardi di dollari ai prezzi attuali, saranno utilizzati «a beneficio del popolo del Venezuela e degli Stati Uniti». Ma il petrolio venezuelano è davvero così conveniente per Washington? In realtà no. Nonostante il Paese sudamericano abbia le maggiori riserve di greggio al mondo, il settore petrolifero venezuelano soffre di una cronica mancanza di investimenti e di personale qualificato. Inoltre, si tratta prevalentemente di petrolio pesante, il che comporta elevati costi di raffinazione. Inoltre, l'industria petrolifera venezuelana è distrutta per mancanza di investimenti e di mano d'opera qualificata. Secondo Rystad Energy, il Venezuela dovrebbe investire circa 110 miliardi di dollari per tornare ai livelli di produzione di quindici anni fa: il doppio di quanto le compagnie petrolifere statunitensi hanno investito a livello globale nel 2024. Acquista quindi maggiore peso l'ipotesi che l'interesse principale degli Stati Uniti sia impedire che i propri rivali geopolitici – Russia, Cina e Iran, tutti in buoni rapporti con l'attuale apparato di potere venezuelano – trasformino il petrolio del Paese in una futura arma strategica. È inoltre opportuno ricordare che durante la rinazionalizzazione del settore petrolifero nel 2014, il regime espropriò due compagnie statunitensi, ExxonMobil e ConocoPhillips. Entrambe vinsero lunghi contenziosi internazionali, ma lo Stato venezuelano non ha mai versato gli indennizzi, a causa del collasso economico. La “scelta” di Delcy Rodríguez - Molti osservatori si chiedono se l'amministrazione Trump abbia “scaricato” l'opposizione venezuelana, in particolare María Corina Machado, per puntare su Delcy Rodríguez. È una lettura che non tiene conto della realtà sul terreno. Come ha spiegato chiaramente il segretario di Stato Marco Rubio, alla guida della strategia statunitense per la transizione democratica in Venezuela, si tratta di una gestione del rischio. Il regime è ancora operativo e controlla un apparato repressivo costruito in 26 anni: forze armate corrotte e coinvolte nel narcotraffico, servizi di intelligence, gruppi armati civili (colectivos) che operano liberamente nelle città e strutture guerrigliere colombiane che controllano porzioni di territorio venezuelano. In questo contesto, pensare che María Corina Machado – leader di un movimento pacifico – e il presidente eletto Edmundo González Urrutia, vincitore legittimo delle elezioni del 28 luglio 2024, possano entrare immediatamente nel Paese per governare, sarebbe irresponsabile. Prima è indispensabile smantellare l'apparato criminale. Non a caso il presidente degli Stati Uniti ha anche escluso elezioni a breve termine, affermando: «Prima dobbiamo sistemare il Paese. Ci vorrà del tempo. Dobbiamo restituirgli la salute». La strategia statunitense sembra quindi mirare a stringere il cerchio attorno ai vertici residui di quello che molti venezuelani definiscono ormai senza ambiguità un consorzio criminale. In questo quadro si inseriscono anche le recenti minacce di Trump dirette a Diosdado Cabello, ministro dell'Interno di fatto e figura chiave del sistema repressivo: o collabora, o diventa il prossimo obiettivo della pressione internazionale. Infatti, l'azione penale non riguarda solo Maduro. Tra i soggetti indicati figurano anche Diosdado Cabello; Ramón Rodríguez, ex ministro dell'Interno; Nicolás Maduro Guerra, noto come “Nicolasito”, figlio dell'ex dittatore; e Héctor Guerrero, uno dei leader del Tren de Aragua. Se i vertici del consorzio criminale non collaboreranno, Trump non ha escluso una seconda incursione nel Paese. Le fratture interne al regime - Un altro elemento spesso sottovalutato è la frattura interna al chavismo. Il quotidiano spagnolo El País ha parlato apertamente di divisioni tra i settori più “pragmatici”, disposti a negoziare con gli Stati Uniti dopo la caduta di Maduro, e quelli più ideologici e militaristi, tra cui viene collocato lo stesso Cabello. Durante la cerimonia di insediamento di Delcy Rodríguez, il volto di Cabello appariva teso, quasi funereo. Un dettaglio simbolico, ma rivelatore. Per chi conosce il Venezuela, queste tensioni non sono una sorpresa. Il regime funziona come un cartello con più teste e, come in ogni organizzazione mafiosa, quando cade la figura principale si apre una fase di riorganizzazione dei poteri. Non è da escludere, quindi, nemmeno l'ipotesi di un'implosione interna, qualora queste fazioni non riuscissero a trovare un accordo nemmeno sotto la pressione internazionale. In ogni caso, senza il coinvolgimento – o la neutralizzazione – di figure come Diosdado Cabello, che controlla direttamente la forza repressiva e la violenza, qualsiasi transizione rischia di restare un'utopia. Un appello alla responsabilità - Questo articolo non nasce per dividere né per offendere sensibilità politiche. Nasce per invitare a guardare il Venezuela per ciò che è, non per ciò che è più comodo raccontare. I venezuelani non chiedono vendetta né scorciatoie. Chiedono giustizia, verità e una transizione reale che ponga fine a un sistema criminale che ha sequestrato lo Stato in nome di una finta rivoluzione. «Il bene del caro popolo venezuelano deve prevalere su qualsiasi altra considerazione e condurre al superamento della violenza, intraprendendo cammini di giustizia e di pace»: parole sagge di Papa Leone XIV, pronunciate durante l'Angelus del 4 gennaio scorso.
Marinellys Tremamunno giornalista venezuelana in Italia