Geopolitica della miniaturizzazione: Taiwan, l’isola che regge il mondo
09-01-2026 13:08 -
GD - Roma, 9 gen. 26 - (L'Eurispes.it) - La competizione tra Stati Uniti e Cina non si combatte più soltanto sul piano diplomatico o militare, ma nella dimensione invisibile della tecnologia. La nuova guerra fredda è una guerra di silicio: ciò che nel Novecento era la corsa agli armamenti oggi è la corsa ai nanometri. Il potere globale non si misura più solamente in divisioni corazzate, ma anche nella capacità di miniaturizzare transistor, progettare architetture logiche, controllare le reti e l’intelligenza artificiale. Nel cuore di questa contesa c’è Taiwan. Più del 90% dei microchip avanzati del mondo è prodotto sull’isola: una concentrazione industriale senza precedenti nella storia. La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) ne controlla oltre la metà e da sola determina la stabilità dell’intera economia digitale globale. Tra Hsinchu e Kaohsiung, l’azienda sta avviando la produzione industriale dei chip a 2 nanometri, con pieno regime previsto nel 2026–2027; mentre ha già iniziato la progettazione delle linee a 1,4 nanometri. Più del 90% dei microchip avanzati del mondo viene prodotto a Taiwan - Gli Stati Uniti stanno cercando di “trasferire” una parte minima della filiera sul proprio territorio: l’impianto TSMC in Arizona produrrà chip a 2 nanometri solo dal 2028, e non includerà tuttavia i processi più avanzati, che resteranno esclusivamente taiwanesi.0 Il “vantaggio di frontiera” – la capacità di operare a scale fisiche vicine al limite quantistico – rimane dunque sullo Stretto. A rendere questa capacità non replicabile è la fotolitografia estrema (Extreme UltraViolet), dominata da una sola azienda al mondo: l’olandese ASML. Le sue macchine EUV sono necessarie per produrre chip sotto i 7 nanometri, e non possono essere esportate in Cina per decisione congiunta di Washington e L’Aia. La Cina può replicare parte della filiera, ma non può replicare ASML. Questo fa sì che ogni wafer che esce da Taiwan sia, in un certo senso, una proiezione fisica del potere tecnologico occidentale. Difendere Taiwan significa difendere l’unica piattaforma produttiva capace di garantire la miniaturizzazione sotto i 3 nanometri per il prossimo decennio. In questo quadro, qualunque mossa militare ha conseguenze sistemiche. La recente conferma da parte degli Stati Uniti della vendita a Taiwan di un sistema missilistico NASAMS da 700 milioni di dollari non è un semplice acquisto difensivo: è un investimento sulla continuità del nodo che regge la globalizzazione digitale. Difendere Taiwan significa difendere l’unica piattaforma produttiva capace di garantire la miniaturizzazione sotto i 3 nanometri per il prossimo decennio. Ogni missile fornito a Taipei protegge un’infrastruttura da cui dipendono reti elettriche, finanza, comunicazioni e sistemi d’arma occidentali. La posta in gioco è militare prima ancora che economica. La guerra contemporanea vive di capacità di calcolo: droni autonomi, puntamenti intelligenti, guerra elettronica, comando-controllo algoritmico. Chi dispone di chip da due nanometri guida il campo di battaglia; chi ne ha da quattordici resta subordinato. Taiwan diventa così ciò che Berlino fu nel 1961: non solo un confine geografico, ma un varco storico in cui si misurano modelli di civiltà. Pechino lo sa. Per questo intensifica le incursioni nella cosiddetta “zona grigia”: voli di droni tra Taiwan e le isole giapponesi, missioni quasi quotidiane nella ADIZ taiwanese, pressione navale con la guardia costiera nelle acque contese. Lo Stretto di Taiwan è tra le rotte più trafficate al mondo: circa il 50% del traffico mondiale di container vi transita ogni anno, insieme al 70% dei semiconduttori globali. Un conflitto nello Stretto interromperebbe la rete fisica che connette Europa, Stati Uniti e Asia orientale. La globalizzazione degli anni Novanta aveva costruito una catena del valore senza confini, distribuendo funzioni produttive in diversi continenti. Oggi quella catena appare vulnerabile. Gli Stati cercano sicurezza, non efficienza, e ogni potenza tenta di internalizzare almeno la parte critica del ciclo tecnologico. Gli Stati Uniti rispondono con il CHIPS and Science Act, la Cina con il programma Made in China 2025. Il risultato non è cooperazione, ma la duplicazione del sistema globale in due ecosistemi tecnologici paralleli. La chiave della partita non è solo economica: chi controlla la litografia avanzata – e quindi la capacità di miniaturizzare – controlla il ritmo della storia dell’innovazione. L’Europa, pur essendo terza economia mondiale, resta una potenza consumatrice e non produttrice di tecnologie strategiche. Mira a raddoppiare la sua quota nella produzione globale dei chip, ma non dispone né di impianti né di una massa critica industriale paragonabile a quella asiatica. Il suo potere resta regolatorio, non strategico: la sovranità dell’utente, non quella del produttore. Dentro questo quadro l’Italia occupa una posizione centrale ma irrisolta. Può limitarsi a essere piattaforma logistica e mercato di destinazione, oppure può diventare snodo industriale della filiera europea del silicio. La vicenda LPE, bloccata dal golden power per evitarne l’acquisizione da parte di un gruppo cinese, è il segnale che la neutralità è finita: l’Italia è già dentro la contesa. La scelta è politica, non tecnica. A definire la reale capacità italiana di competere non sono solo le infrastrutture industriali, ma il capitale umano. Nel 2023 solo il 45,9% degli adulti possedeva competenze digitali almeno di base; tra gli occupati si sale al 56,9%, ma con divari profondi tra settori: circa l’80% nei servizi ICT e finanziari, il 71,8% nella pubblica amministrazione, il 43,8% nelle costruzioni e il 32,5% in agricoltura. Tra le imprese con almeno dieci addetti, il 61,4% utilizza servizi cloud e il 97,5% impiega fatturazione elettronica, ma solo il 13,6% condivide dati lungo le filiere produttive, contro il 23,5% della media europea. Sul piano territoriale, nel 2023 il Pil cresce dell’1,5% nel Mezzogiorno, più che nel Centro-Nord, ma senza ridurre il divario strutturale nella produttività e nella densità industriale. La spesa in ricerca e sviluppo delle imprese resta stabile allo 0,80% del Pil. È qui che si gioca la partita: il vero collo di bottiglia non è tecnologico, ma cognitivo e organizzativo. Taiwan, chi controlla i dati controlla la rappresentazione del mondo. La guerra dei microchip, in ultima analisi, non è solo industriale o militare. È una guerra sulla percezione e sulla forma della coscienza collettiva. Chi controlla l’hardware controlla il software; chi controlla il software controlla i dati; chi controlla i dati controlla la rappresentazione del mondo. Non si tratta di scegliere da che parte stare: si tratta di non essere espulsi dalla Storia.