Ucraina: amb. Zazo, «Via Yermak? Era inevitabile, meglio tardi che mai»

30-11-2025 11:27 -

GD – Roma, 30 nov. 25 - «Meglio tardi che mai, le dimissioni di Yermak sicuramente indeboliscono Zelensky, ma il presidente non poteva più ignorare le richieste che arrivavano dalla gente ma anche dai suoi ministri e dagli esponenti del suo partito perché si liberasse dal capo dello staff, che aveva accumulato un potere veramente eccessivo». A sostenerlo nel corso di una conversazione con l’Adnkronos è il diplomatico Pier Francesco Zazo, già ambasciatore italiano a Kyïv, dopo la decisione di Andrii Yermak di lasciare l'incarico accanto al presidente Zalensky dopo le perquisizioni del suo ufficio nell'ambito dello scandalo di corruzione che da giorni sta terremotando la politica ucraina.
«Dimissioni che non avranno alcun impatto sul negoziato di pace», secondo Zazo, perché «le linee rosse di Kyïv restano le stesse: no al ritiro dal Donbass dalle zone ancora controllate dagli ucraini e no alla smilitarizzazione dell'esercito, anche se Donald Trump proverà presumibilmente a rafforzare la pressione su Volodymyr Zelensky perché accetti il suo piano nella sua versione iniziale di 28 punti (poi ridotta a 19 punti) maggiormente sbilanciata a favore della Russia».
Ed ha aggiunto: «Sicuramente Zelensky esce indebolito, lui si fidava ciecamente di Yermak», sottolineando poi che «se da una parte vanno riconosciuti al presidente il coraggio, le doti di comunicatore e il carisma, d'altro canto bisogna ammettere che è troppo poco interessato alla gestione quotidiana del potere e la conseguenza di questo è l'aver delegato troppo potere al capo del suo staff, non a caso ribattezzato 'cardinale Richelieu'».
Il suo posto, come capo negoziatore, è stato già assegnato a Rustem Umerov, una 'promozione' già contestata a Kyïv, dove si sottolinea come ancora una volta Zelensky preferisca la fedeltà al capo piuttosto che la competenza. «Già ministro della Difesa, è stato anche lui sfiorato dagli scandali, ma mi aspetto che sia meno accentratore di Yermak», ha chiosato l’amb. Zazo.
In questo contesto, secondo l'ambasciatore, «il presidente americano di certo ne approfitterà per cercare di rafforzare la pressione su Zelensky perché accetti una pace ingiusta. Ma difficilmente il presidente ucraino cambierà il corso del negoziato, perché le linee rosse restano: no al ritiro dal Donbass, perché se cedessero le formidabili fortificazioni a Kupyansk e Kramatorsk, che hanno iniziato a costruire nel 2014 e che resistono da quattro anni, le forze russe potrebbero dilagare in direzione delle grandi città».
L'altra linea rossa, ha spiegato ancora Zazo, «è il no alla smilitarizzazione dell'esercito: l'Ucraina sa che non può entrare nella NATO, le garanzie di sicurezza che sono state proposte sulla base dell’art. 5 della NATO sono abbastanza vaghe, e dunque un esercito forte è l'unico deterrente veramente credibile». Quello che Zelensky può accettare, secondo il diplomatico italiano, «è una tregua lungo l'attuale linea del fronte, la cessione de facto ma non de jure di quello che i russi hanno già occupato, e nessun limite all'esercito». Che è poi quello che è contenuto nella 'controproposta' europea in 19 punti in cui viene specificato che il negoziato per l’eventuale cessione e scambio di territori potrà iniziare solo dopo il raggiungimento di una tregua. Si tratta della risposta al piano Trump in 28 punti, «estremamente sbilanciato, con decisioni riguardanti UE, NATO e G7 prese senza che nessuno dei Paesi membri venisse consultato».
Per Zazo «bene hanno fatto gli europei a intervenire, annacquando il piano», anche se per il diplomatico italiano che «anche domani, quando Umerov vedrà a Miami l'inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, non si uscirà dallo stallo. La guerra finirà solo quando lo deciderà Vladimir Putin, che punta al progressivo disimpegno degli Stati Uniti, che vorrebbero dedicarsi al contenimento della Cina, e a mantenere un buon rapporto con Trump, che lo ha fatto uscire dall'isolamento».
L’ex ambasciatore a Kyïv ha poi detto di essere convinto che «gli europei, a differenza di chi crede non abbiano carte da giocare, possano azionare leve importanti: la confisca degli asset russi congelati in Europa sono un'arma potentissima su cui i 27 saranno obbligati a trovare un accordo individuando un meccanismo compatibile con la stabilità dei mercati finanziari internazionali, evitando un esproprio in violazione del diritto internazionale. E poi c'è la questione delle armi americane da destinare a Kyïv che gli europei sono pronti a pagare, un’opzione che a Trump può andare bene per non far perdere i profitti all'industria della difesa».

Fonte: Adnkronos